Iacopino: fosse stata ancora giornalista, la signora D’Urso sarebbe sotto procedimento disciplinare

barbarafoto“Se errore c’è stato è quello di aver mescolato la denuncia dello scandalo con quella per esercizio abusivo della professione”, ammette il Presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti  Enzo Iacopino, così  rispondendo – nell’articolo che segue pubblicato stamani su articolo21.org – alle critiche per la denuncia alla magistratura di Barbara D’Urso, da lui accusata di esercizio abusivo della professione giornalistica. Parrebbe un’autocritica ma non lo è, perché poco dopo aggiunge che si tratta di una “decisione unanime dell’Esecutivo che ha stanziato anche adeguate risorse per continuare in questo impegno”.

“Fosse stata ancora giornalista, la signora D’Urso sarebbe sotto procedimento disciplinare perché quel modo di fare informazione viola molte norme del nostro codice deontologico”. Giusto. Per quanto mi riguarda, sarei stato d’accordo e così,  sono sicuro, anche Vittorio Roidi, autore di un articolo di “Giornalismo e democrazia” da me condiviso su questo blog e successivamente da articolo21. Dove Roidi interveniva esplicitamente contro chi fa uso del diritto di cronaca “per soddisfare curiosità morbose sulla pelle di imputati, indagati e dei loro famigliari”. Sempre per quanto mi riguarda, nei nove anni in cui ho fatto parte del Consiglio nazionale dell’Ordine ho più volte inutilmente insistito per una maggiore severità nel controllo disciplinare dei giornalisti che travalicano i propri compiti. Ma questo problema non si risolve certo impedendo a chi non ha il tesserino di giornalista di far domande in una trasmissione televisiva. Fabio Fazio, ad esempio, lo fa egregiamente. Dovremmo denunciarlo per questo?

Non ho letto le altre critiche che “in tanti” – scrive Iacopino – hanno mosso alla sua denuncia e non entrerò quindi nel merito del lungo, personalissimo sfogo che contiene peraltro, con accenti accorati, insinuazioni e riferimenti difficilmente comprensibili.  All’Ordine chiedo ancora una volta, purtroppo con sempre minore fiducia, di non offrire alibi alla vecchia accusa di tutelare privilegi di casta. Adotti anche  maggior rigore nei confronti di quanti  rientrano nella sua giurisdizione ( e ce n’è di bisogno, dopo lo scandaloso reintegro nella professione dell’ex agente Betulla) ma – come lo invitava a fare Vittorio Roidi – “lasciamo stare gli altri operatori, televisivi o meno. Sollecitiamo semmai anche da loro un’etica e chiediamo al servizio pubblico della Rai di non cadere nei misfatti delle tv commerciali”. (nandocan).

Iacopino Enzo***di Enzo Iacopino, 1 dicembre 2014 – No, non morirò (fin che nostro Signore non vorrà). E dubito che l’aver toccato qualche filo (Barbara D’Urso, ma solo per cominciare) possa sollecitare l’attenzione di chi sta lassù. Non intendo mescolare sacro e profano, ma dire fin da subito che questa battaglia non la abbandono: me lo impone la coscienza. Si sono mobilitati in tanti, puntualmente.

Ex iscritti all’Ordine, diventati tali – come la stessa D’Urso – per una scelta “morale”: la pubblicità rende e i giornalisti non possono farla. E’ una norma a tutela dei cittadini che debbono potersi fidare di quel che leggono o ascoltano, senza avere il sospetto che lo si scriva o lo si dica per interessi terzi rispetto alla verità.
Qualche iscritto all’Ordine che ha un’attenzione strabica per l’articolo 21 della Costituzione. Ricordo chi nel 2010 tentò di lapidarmi perché avevo offerto ospitalità ad una collega, Angela Lano, che presentava un suo libro sulla Freedom Flotilla 1. Era a bordo di quella nave che voleva portare soccorso ai palestinesi di Gaza. Finì in una prigione israeliana, dopo un assalto dei corpi speciali. No, quel libro doveva essere “bruciato”, a prescindere, non se ne doveva né poteva parlare. Tanto meno nella sede dell’Ordine, pur se scritto da una giornalista. Lo presentarono ed io usai parole forti per chiedere rispetto per la vita di tutti: palestinesi e israeliani.

Ci sono veri professionisti di battaglie contro. Spesso sono gli stessi che denunciano il degrado morale, il maramaldeggiare dei “forti” a danno degli indifesi, le sofferenze delle persone più deboli. E lo fanno con sottile e incomprensibili distinguo o sollecitando il consenso di quella parte della società che ha bisogno estremo di avere compagnia della tv nel pomeriggio o ama il gossip perfino sul morti. Chi è più debole di Elena Ceste? Chi è più indifeso dei figli di Elena Ceste? Nessuno osava dire basta. Non le tante associazioni delle donne, non le tante authority di questo Paese, non gli Osservatori sui minori e i loro diritti. Tutti a guardare dall’altra parte perché essere invitati nel salotto buono della tv dà visibilità, fa vendere copie di libri, garantisce un ritorno di popolarità appannata dagli anni che passano e dalle rughe che solcano il viso.

Lo ha fatto l’Ordine dei giornalisti e continuerà a farlo, non per volontà del suo Presidente pro tempore, ma per decisione unanime dell’Esecutivo che ha stanziato anche adeguate risorse per continuare in questo impegno. Sono finiti i tempi della tolleranza, dello strizzare gli occhi agli amici, compiacendoli e appagandone la vanità, ad esempio, in scuole di giornalismo che erano autentici furti di sogni e di danaro nelle quali nulla o quasi si insegnava: tanto meno la deontologia professionale.

Se errore c’è stato è quello di aver mescolato la denuncia dello scandalo con quella per esercizio abusivo della professione. Il che ha consentito alle “vestali” dei diritti di urlare la loro indignazione, in uno scambio autoreferenziale di pacche sulle spalle. E i doveri? Un altro giorno. Strano mondo, questo nostro. I reati sono previsti dal codice, ma basta far finta di non vederli, decretando a convenienza che non è il caso di evocarli. Può anche darsi che questi atteggiamenti valgano un invito in una qualche trasmissione, un bel riflettore in volto per sfogarsi per qualche frustrazione personale.

Ma dei diritti di Elena Ceste e di quelli dei suoi figli qualcuno doveva occuparsene. In una delle tante puntate di questa trasmissione della signora D’Urso (il 23 novembre), uno degli ospiti – un fidanzato della signora Ceste ai tempi delle medie, credo – avverte che “Elena ha quattro figli, una ha 14 anni e va a scuola”. Come se nulla fosse, pronto un altro collegamento con chi, Tony, dice che con Elena si erano ritrovati via Facebook per prendere un caffè, due volte, a casa sua: niente altro. La raffica di domande cariche di morbose insinuazioni ha il culmine in questa: “Ma tu ai Carabinieri hai detto una cosa diversa. No, non rispondere, Tony, mandiamo la pubblicità”. E alla ripresa, Tony: “Non è vero che ho detto questo ai Carabinieri”.

Fosse stata ancora giornalista, la signora D’Urso sarebbe sotto procedimento disciplinare perché quel modo di fare informazione viola molte norme del nostro codice deontologico. I colleghi ne sono consapevoli. Ma il silenzio di chi avrebbe potuto e dovuto intervenire, ha costretto a dire basta, anche perché tra faccette, lacrime e ammiccamenti la signora D’Urso continua a fare riferimento alla attività tipica del giornalista.

Chi si strappa i capelli in nome della libertà di espressione, recuperi il tempo per sollecitare rispetto reale per i morti e per i più deboli, come i figli di Elena Ceste. Ne guadagnerà in dignità. Chi vuole continui pure, anche con i suoi distinguo, a bearsi di questi profumi.

* da articolo 21

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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