I talebani vincenti entrano a Kandahar: in una notte conquistati 13 distretti

di Piero Orteca, da Remocontro, 5 luglio 2021

Neppure il tempo di festeggiare la più grande fuga occidentale mai vista al mondo, e i talebani hanno conquistato il distretto chiave di Panjwai, nella sua ex roccaforte di Kandahar l’antica capitale, dopo una notte di combattimenti con le forze governative.
La caduta di Panjwai arriva due giorni dopo che le forze Usa e Nato hanno lasciato la base aerea di Bagram, vicino Kabul, da dove hanno guidato per due decenni le operazioni contro i talebani.
Nelle ultime settimane, i combattimenti si sono intensificati in diverse province e i talebani dichiarano di avere il controllo di oltre 100 dei quasi 400 distretti del Paese.
La partenza delle forze straniere da Bagram ha alimentato i timori che i talebani possano intensificare ulteriormente la loro offensiva.
Alexandria Arachosia di Alessandro Magno 2350 anni fa, fino a diventare, attraverso secoli di storpiature, Kandahar.

L’impossibile conquista

Dall’Afghanistan scappano tutti gli improbabili “conquistatori”: lo hanno fatto gli Inglesi un paio di secoli fa, la stessa cosa è capitata ai Sovietici dopo l’invasione degli anni Ottanta del secolo scorso e, in cauda venenum, adesso tocca agli Americani. E a tutta la compagnia di processione che si sono trascinati appresso dopo l’11 Settembre del 2001. Ergo, la notizia arrivata un paio di giorni fa con grande spolvero di comunicati, per la verità, era abbastanza scontata. A Bagram, la grande base aerea situata 60 km a nord di Kabul, ora nelle mano dei governativi afghani e forse, presto, di un contingente turco un po’ NATO e un po’ islamico, sperando con questo di tenere lontani i talebani che già ronzano attorno a Kabul e alla fortezza occidentale accanto.

Analisi pessimiste

John Raine, Senior Adviser del governo britannico, la vede male, perché pensa che i talebani andranno all’attacco e non onoreranno il patto firmato in Qatar che li obbligava a sbarrare le porte ad Al-Qaeda e all’Isis. Per dirla tutta, manco Joe Biden, in fondo in fondo, appare molto ottimista, se è vero che alla conferenza stampa di venerdì scorso alla Casa Bianca ha scansato tutte le domande sull’ Afghanistan, ritenendolo un argomento che porta “infelicità”. E che probabilmente si trascina dietro anche un sacco di rogne, se è vero che pur volendo rispettare la data dell’11 settembre per il ritiro generale, in Afghanistan rimarranno sempre tra 700 e 1000 soldati Usa. Destinati a mettere una pezza, per quello che sarà possibile, alle voragini che si apriranno.

Fuga e attacco talebano in sincrono

Sì, perché il presidente americano ha deciso di tagliare il nastro del ritiro dando un colpo secco di forbici, proprio mentre i talebani sono partiti in tromba all’attacco in tutte le province. Ma la verità è che quasi 6500 morti a stelle e strisce bastano e avanzano per giustificare la fuga in massa dell’esercito Usa dal teatro di guerra più lungo della loro storia. Una specie di Vietnam scombiccherato e senza molto senso, dove alla fine chi viene dato per perdente in un arco di quattro lustri vince la guerra perdendo tutte le battaglie. Ma se una volta era folle (fino a un certo punto) morire per Sarajevo o per Danzica, oggi evidentemente è ancora più folle morire per Kabul. Così l’abbandono di Bagram diventa il biglietto da visita di una strategia in cui dei perdenti di successo come gli americani, cercano di salvare le terga dopo aver perso la faccia.

Bagram, base-prigione

Il paradosso di tutta la vicenda è che l’aeroporto di Bagram (con due enormi piste d’atterraggio) l’hanno costruito i sovietici, l’hanno rimodernato gli Usa dotandolo di tutti i comfort come uno scalo a cinque stelle, e adesso se lo ritrova nelle mani il corrotto governo afghano che, molto presto, lo svenderà mattonella per mattonella ai tagliagole pashtun talebani. Che magari lo sfrutteranno per esportare la loro principale risorsa, che non è la mistica coranica ma la misticanza da oppio: cioè l’eroina. Naturalmente, tutte queste maldicenze fanno parte della cosiddetta democrazia “asimmetrica”. Ufficialmente, il chiacchierificio occidentale si è messo in moto per dimostrare che la presenza della coalizione in quelle lontane contrade è ormai stato raggiunto (per i talebani, si intende).

Il dopo Aghanistan nascosto

Ovviamente, le cose stanno in modo un tantino diverso. Biden sa benissimo che dopo la ritirata americana, l’Afghanistan diventerà un caso-scuola di come si alimenta una guerra civile senza quartiere. Al Dipartimento di Stato, al Pentagono e alla Cia sanno benissimo che ci sarà bisogno di continuare l’attività antiterrorismo che fino ad ora ha consentito di arginare l’offensiva della guerriglia jihadista. Perdendo Bagram e il resto delle basi che progressivamente e selettivamente saranno assaltate dai talebani, gli Americani devono identificare delle teste di ponte da utilizzare come basi per lanciare eventuali operazioni di “commando”. E qui casca l’asino, perché a Washington non si fidano dell’alleato più vicino, che sarebbe il Pakistan.

Pakistan rifugio finale di Bin Laden

Il controspionaggio Usa è convinto che i servizi di intelligence di Islamabad giochino con due mazzi di carte e che qualcuno faccia l’occhiolino ai fondamentalisti afghani. Vero è che quando hanno scoperto dove si era nascosto Bin Laden, non ne hanno chiesto la cattura al governo pachistano, ma hanno mandato i loro Navy Seal a farlo fuori. Al Pentagono avrebbero identificato le basi esistenti in Oman e in Bahrein come quelle più adatte per lanciare e sostenere eventuali attacchi verso Kabul. Scartata, invece, l’ipotesi di appoggiarsi alla vecchia base di Karshi-Khanabad in Uzbekistan, visti i rapporti non più buoni con quel paese. Per molti analisti militari, abbandonare Bagram più che una sconfitta è stato un errore. Sperando che la Turchia dell’islamico Erdogan possa limitarlo.

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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