I duellanti

di Gilberto Squizzato, 6 novembre 2021

Non credo che sia un gioco delle parti quello inscenato – secondo alcuni – da Salvini e Giorgetti. Né che l’atto di sottomissione compiuto ieri da Giorgetti nel corso del Consiglio Federale della Lega sia un sostanziale passo indietro. In effetti i due rappresentano mondi, culture, interessi, ceti sociali molto diversi, che il contenitore della Lega stenta a far convivere.

Giorgetti un neo-democristiano di destra

Giorgetti é a tutti gli effetti un neo-democristiano di destra: quella più acremente liberista e smaniosa di deregulation, secondo la classica tradizione nordista: europeista perché interessata alla produzione e alla vendita di beni e servizi su larga scala. L’ambizione smisurata di Salvini l’ha invece convinto di saper fiutare (come Benito all inizio degli ’20) gli umori più torvi dello stato d’ animo di quella classe media che si é sentita impoverita dopo la crisi del 2007. E del proletariato che teme la fame a causa della concorrenza della nuova manodopera immigrata (con l effetto di raggiungere alle europee il 34% per scendere ora sotto il 20, battuto anche dalla Meloni).

La divaricazione fra i due è profonda, ma nessuno dei due riesuma la secessione di Bossi dall Italia sapendola improponibile anzi suicida. Se Giorgetti vuole la Lega nel Ppe (e si è fatto più draghista di Draghi) è perché i cosiddetti ceti produttivi del nord (Bonomi, Piccola Industria, artigiani e commercianti) gli hanno spiegato che la secessione da Bruxelles sognata da Salvini sarebbe letale per i loro interessi. Ecco perchè Giorgetti ha fatto solo formale atto di sottomissione a Salvini, che sa benissimo di poter urlare ma non certo di provocare una crisi di governo.

Una dote da portare a Draghi

A Giorgetti interessa controllare tutta la Lega e non ha alcuna intenzione di strappare: non se ne farebbe nulla di un troncone del 3/4 % che costituirebbe una dote insignificante da portare a Draghi. Lavorerà nell’ombra, come ha sempre fatto, lasciando che Salvini veda affievolirsi il suo bacino di consensi elettorali. Solo a quel punto sferrerà il suo attacco, sostenuto da Maroni. Perché gli interessa controllare il partito nella fase preelettorale, volendo controllare le liste dei candidati (e dei nuovi eletti) della Lega.

A consegnargli il partito i parlamentari uscenti

A consegnargli il controllo del partito saranno proprio i parlamentari uscenti che avranno da lui la garanzia di essere rieletti. Nel frattempo sarà Draghi a concedergli spazi di manovra e provvedimenti legislativi che eroderanno la basa sovranista di Salvini per dare credito all’europeismo neolib di Giorgetti.

Nella prossima legislatura rinascerà dunque la DC (di destra) visto che quella di sinistra è già nel PD. E Renzi si darà totalmente ai suoi affari, mollando i seguaci di Italia Viva al loro destino di estinzione. Ma molti dei suoi, visti i sondaggi catastrofici, l’hanno già capito e faranno di tutto per rientrare nel PD: se lo guadagneranno sventando le manovre sottobanco di Renzi per l’elezione del nuovo Presidente. Credo sia questo lo scenario che ci attende nei prossimi mesi.

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Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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