Guardia costiera libica su motovedette italiane sotto controllo della Turchia

D’altra parte, vista e considerata la gestione inefficiente in loco della politica italiana ed europea, meglio un protezionismo ottomano (quell’impero non era poi così male) che il caos tribale di oggi o, peggio ancora, un califfato tipo Isis (nandocan)

***da Remocontro, 22 ottobre 2020

La Turchia prende il controllo della Guardia costiera libica. L’annuncio mentre il ministro degli Interni di Tripoli, Bashagha, incontrava a Roma la ministra Lamorgese. Ankara comunica: abbiamo cominciato l’addestramento degli equipaggi. Un compito prima svolto dall’Italia, che permette di influire sul flusso di migranti. E c’è una beffa: gli istruttori di Erdogan usano le vedette donate da Roma a Tripoli

Chi parla e chi fa

«Le forze armate turche hanno cominciato l’addestramento della Guardia costiera libica». L’annuncio è stato fatto ufficialmente ieri dal ministero della Difesa di Ankara, che ha anche diffuso le foto delle lezioni in cui si vedono le forze armate di Ankara su due motovedette donate dall’Italia a Tripoli nel 2018, quasi a ricordare beffardamente al nostro ministro degli Esteri Di Maio che Roma non ha alcun peso in Libia come invece ci si ostina a ripetere per far finta di fare e di contare qualcosa.

Il controllo del flusso dei migranti

L’iniziativa turca è destinata ad avere un notevole impatto sulla situazione nel Canale di Sicilia. Il contingente turco può così cercare di influire sul controllo del flusso dei migranti, nel decidere se fermare i barconi o lasciarli partire. Arma migranti bis, rispetto a quella che preme via terra da Siria e centrasia. Un’avanzata graduale, osserva qualche cronista, cominciata a gennaio con le prime operazioni dei marines turchi al fianco della Guardia Costiera locale per bloccare i trafficanti e riportare indietro i disperati in viaggio verso l’Europa. Ankara, salvatrice del Governo di Tripoli di fronte al tentato golpe del generale Haftar, passa all’incasso: dopo gli affari già concordati per il post-guerra in campo militare, edilizio ed energetico, rivendica ora anche un ruolo nel controllo dei flussi dei migranti nel sud del Mediterraneo.

Furono flotta Ue e Italia

Adesso la presenza dei militari di Ankara si estende anche all’istruzione, che dal 2018 veniva condotta in acque internazionali dalla flotta della missione europea Sophia – sospesa un anno fa e poi chiusa – mentre in Libia se ne occupavano nuclei della Guardia di Finanza e dalla Marina militare. Eppure nel Decreto Missioni approvato a giugno era previsto di potenziare la spedizione, destinando altri uomini e mezzi nel corso del 2020. In particolare, era stato deciso di allestire un cantiere per la riparazione delle vedette e di una scuola stabile per preparare gli equipaggi. Ora, dalla nostra Difesa sostengono che il supporto alla Libia prosegue secondo i piani stabiliti, confermati anche durante recenti incontri con le autorità politiche locali.

La Libia tornata ottomana

E c’è chi rileva come i militari di Erdogan presenti in Nord Africa, in alcuni degli stemmi sopra le uniformi, c’è il nome turco della provincia libica di allora, con la data “1910”, ossia prima dell’inizio dell’avventura coloniale sabauda. Il tutto sotto una frase dello stesso Ataturk: «Soldati, il vostro primo obiettivo è il Mediterraneo. Avanti!».

L’uomo forte di Misurata amico di Ankara

Il ministro degli Interni libico Bashagha (considerato vicino ad Ankara), a Roma concorda di «intensificare l’azione di contrasto alle reti dei trafficanti di esseri umani», ma poi affida la Guardia Costiera ad altri. Bashagha la scorsa settimana ha deciso l’arresto di “Bija”, noto trafficante di esseri umani e capo della milizia di Zawiya, e l’altro giorno ha annunciato la chiusura dei centri per migranti lungo la fascia costiera del Paese al nord e la loro sostituzione con quelli posti più all’interno per cercare di «limitare la diffusione del fenomeno» della tratta di migranti.

Al Sarraj a Roma

In questo clima, il premier al-Sarraj, a Roma da Conte, promette di voler «voltare pagina» sulle violazioni dei diritti umani,  annota Roberto Prinzi sul Manifesto. «Questione cruciale in un Paese dove nella città di Tarhuna (a 200 chilometri da Tripoli) continuano a essere recuperati cadaveri dalle diverse fosse comuni attribuite a milizie alleate di Haftar». Gli ultimi dodici corpi qualche giorno fa: sei di loro erano bendati e con le mani mozzate.

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: