Gruppi armati assediano il Governo di Tripoli: «In Libia non si vota»

da Remocontro, 19 gennaio 2022

Il leader della brigata al-Samoud di Misurata, Salah Badi, assicura: «Non ci sarà alcuna elezione il 24 dicembre». I signori della guerra libici non hanno alcuna intenzione di lasciare il campo a un processo democratico e, a meno di dieci giorni dalle previste elezioni presidenziali, fanno parlare le armi, esibite per ora solo come minaccia.

Opposizione a mano armata

Ieri, in tarda serata un gruppo di uomini armati ha circondato la sede del governo a Tripoli e l’ufficio del premier Abdul Hamid Dbeibah, senza assalirlo. Premier provvisorio prigioniero di fatto. Secondo alcune fonti, sarebbero invece entrati nel ministero della Difesa. Il presidente del Consiglio presidenziale è stato trasferito in un luogo sicuro da forze di sicurezza dopo aver ricevuto informazioni sul piano delle milizie. Parti della capitale sono inoltre rimaste senza elettricità.

Se non è colpo di Stato, cosa?

Fonti locali negano sia in corso un colpo di Stato, segnala Lorenzo Cremonesi sul Corriere della sera, ma è difficile capire cosa esattamente sta accadendo. A far scoppiare una tensione latente e mai veramente sopita tra le varie fazioni armate del Paese, sarebbe stata la decisione dello stesso Menfi, in qualità di Comandante supremo delle forze armate, di sollevare dal suo incarico il comandante del distretto militare di Tripoli, Abdel Basset Marwan, vicino a potenti milizie locali, e di nominare al suo posto il generale Abdel Qader Mansour.

L’esercito privato di Misurata

«Non ci saranno elezioni presidenziali in Libia, chiuderemo tutte le istituzioni statali», ha proclamato il leader della Brigata al-Samoud di Misurata, Salah Badi, nella lista nera del Consiglio di sicurezza dell’Onu dal 2018 per aver più volte attentato all’allora Governo di unità nazionale di Fayez al Sarraj. Badi ha anche attaccato la Consigliera speciale delle Nazioni Unite, Stephanie Williams, che ieri si era recata proprio a Misurata per incontrare le autorità locali, ma anche leader militari e di gruppi armati, in vista delle elezioni. «Il suo ruolo in Libia è criminale», ha detto Badi criticando l’intero processo elettorale.

Elezioni modello occidentale in casa altrui

Come aveva anticipato già l’altro ieri Remocontro, (https://www.remocontro.it/2021/12/14/elezioni-in-libia-solo-con-laiuto-di-babbo-natale/) erano già appese a un filo dopo che sabato scorso, a due settimane dal voto. L’Alta Commissione elettorale libica aveva annunciato il rinvio sine die della pubblicazione della lista definitiva dei candidati presidenziali spiegando di dover ancora “adottare una serie di misure”, ma bloccando di fatto anche la già breve campagna elettorale. «I tempi sono troppo stretti. Mancano i giorni per organizzare i seggi e la campagna elettorale», ribadiscono gli osservatori a Tripoli.  

Babbo Natale non regala elezioni

Sembra ‘sempre più improbabile’ –noi diciamo impossibile-, che alla vigilia di Natale si svolga la sfida fra il generale Khalifa Haftar, il figlio del colonnello Seif al Islam Gheddafi e lo stesso premier Dbeibah. Una corsa potenzialmente allargata al presidente del parlamento di Tobruk Aqila Saleh, all’ex ministro dell’Interno Fathi Bashagha e al già vicepremier Ahmed Maitig. Il voto potrebbe quindi slittare al 2022, e la Libia scivolare in nuove sabbie mobili, annota molta stampa nel mondo, mente è tornata di corsa Stephanie Williams, la diplomatica americana rappresentante personale per la Libia del Segretario generale dell’Onu.  

Fu lei due anni fa a mediare il cessate il fuoco tra Tripolitania e Cirenaica e a favorire l’accordo sulle elezioni. Miracolo bis, concordare tra le parti troppo armate una nuova data più credibile per il voto.

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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