Grillo, non siamo tutti per lui (risposta a Daniele Cerrato)

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Capisco come possano esasperare gli animi democratici l’aggressività intollerante e la chiusura ostinata di Beppe Grillo ad ogni dialogo istituzionale. Capisco meno che qualcuno, come Daniele Cerrato su articolo 21,  non sopporti neppure chi insiste a sperare in un mutamento di rotta da parte del movimento 5 stelle, come se fosse colpa sua se questo rappresenta comunque almeno un quarto dell’elettorato. Caro Daniele, finchè è vietato votare, in quale altra direzione bisognerebbe guardare per cambiare radicalmente una politica e una alleanza che ci stanno giorno dopo giorno accompagnando al declino? Forse possiamo sperare di rimuovere il conflitto di interessi e la quasi dittatura mediatica di Berlusconi con il consenso dei suoi, Alfano compreso? O  di “sbloggare” il paese con chi, prima ancora di trovare l’aiuto involontario di Grillo, ha provveduto a bloccarlo? Chi invece intendesse riferirsi all’ossessione mediatica per parole e gesti di questo o quel leader politico e alla relativa disattenzione per i problemi posti dalla crisi e dalle sue conseguenze, mi troverebbe sempre perfettamente d’accordo.(nandocan).

GRILLO, SIAMO TUTTI PER TE, di Daniele Cerrato*, 19 febbraio 2014 – Ogni tanto non capisco come in questo sgraziato paese, che ha dato natali a illustri conosciuti ed è tra le culle della civiltà, dell’arte, della bellezza, della scienza e del pensiero, si possa essere così “boccaloni” da continuare a mordere l’amo di Grillo. L’ex un po’ tutto, comico, showman, blogger, politicante, mentore di ragazzini senza arte né parte, costringe dopo i proclami di San Remo di ieri e lo streaming con Renzi di oggi, a parlare ancora di lui… e noi ci caschiamo, me compreso. La Rai è la madre di tutte le corruttele? Escono in risposta il DG Gubitosi, i sindacati, il segretario dell’Usigrai Di Trapani. Grillo prima dello streaming si “impicca” simbolicamente con la bandiera? Click, la foto va in rete e fa notizia.

Ma Grillo, e suoi grilletti che non sanno come scattare, fanno davvero notizia? Certamente no. Hanno cambiato qualcosa nella politica italiana? Sicuramente no. Hanno votato in Parlamento quello che sarebbe stato approvato comunque e si sono opposti a cose che sono “passate” lo stesso. Hanno fatto cagnara, gazzarra, casino in aula. Tutte cose che potevano tranquillamente fare nel bar sotto casa senza costarci così tanti soldi di stipendio, per dirla con uno dei loro più cari adagi. Renzi twitta: votando Grillo meritavate di più, o qualcosa del genere, e fa ancora notizia. Stiamo raccontando storie di gente che normalmente non farebbe notizia e, d’altronde, non l’ha fatta per anni ma ci riteniamo nel giusto pensando che proprio per questo loro basso livello di pensiero e azione oggi, paradossalmente, la facciano. Forse un effetto lo stanno facendo su noi e sulle istituzioni: ci stanno rincretinendo. Se fossero persone con un lavoro definito o almeno un’esperienza spendibile da mettere in gioco, o in discussione, o al rogo per un’idea, forse sarebbe plausibile dargli spazio. In realtà, che lo si voglia vedere o meno, siamo allo scontro tra il mondo impalpabile della rete e quello della realtà. Tra chi blogga, twitta, spamma, tagga e quelli che si arrampicano tra le luci di Saremo festival perché da un anno e mezzo lavorano ma non beccano un euro.

Tra chi vive il web come fosse la vita e chi vive la vita reale e va a fare la spesa. Francamente spero vincano i secondi e possano continuare a mettere qualcosa nel carrello. Oggi nel nostro cesto abbiamo solo uno che una volta faceva ridere e oggi vive, peraltro bene grazie ai soldi ricavati dal suo sito web, circondato da microfoni e domande. L’ultima, guardando la sua performance sanremese di ieri sera, l’ha fatta il barista mentre il nostro, tra flash e giornalisti, si allontanava: “Ehi! Ma i caffè qui chi li paga?”

*DA ARTICOLO 21

 

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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