Grillo, i sogni e la scrittura che si asciuga

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Che la cultura politica degli italiani sia fatta più di titoli e sottotitoli che di testi è più che probabile, ma forse noi che scriviamo, sulla carta stampata o su internet, dobbiamo ancora prenderne atto. Un po’ come i tanti logorroici che intervengono in convegni o dibattiti e si rifiutano di stare nei tempi loro assegnati. D’altra parte è pur vero che fatti e problemi hanno spesso una  complessità che non è possibile liquidare con poche battute senza correre il rischio di essere superficiali. Ed è quanto avviene nelle conversazioni che si svolgono nei social networks. Soltanto Beppe Grillo può pensare che la democrazia possa coincidere con i commenti al suo come ad altri siti. La soluzione può essere quella di offrire insieme al testo integrale una sintesi oppure sottolinearne in grassetto le parti essenziali. E’ la piccola fatica di questo blog (nandocan).

***di Adriano Donaggio, 30 novembre 2014Viviamo in un’ epoca di comunicazione sintetica, più di titoli che di testi. E Più ancora che di titoli di sms, di messaggini elettronici. L’enorme quantità, la facilità di raggiungere l’ altro con un messaggio obbliga a paletti, a regole automatiche. Conta più il numero delle battute che il contenuto. La sintesi, in un momento in cui siamo inondati di messaggi è una gran cosa ma questa scrittura asciugata cui tutti ricorriamo si presta anche a molti equivoci. Ce ne accorgiamo tutti i giorni. Invii una battuta con un sms a un amico e quello non ti risponde perché non capisce che è una battuta, oppure perché ha paura che uno scambio scherzoso tra amici, quello che una volta in francese veniva definito un pour parler, venga intercettato e, ri-versato nella parola scritta, diventi una montatura o una prova a suo carico di aver commesso un fatto inesistente.

Il problema è che la comunicazione tra persone (un professionista direbbe face to face), quando le persone che si parlano sono presenti, la comunicazione avviene a più livelli. C’ è un contenuto (ciao) e una guida alla lettura (dico ciao e digrigno i denti, faccio la faccia seria o, peggio, minacciosa. Oppure, all’opposto, dico ciao e accompagno il mio ciao con un sorriso bello, aperto, cordiale; un invito a fermarsi, a stare insieme, a iniziare una serata piacevole). Il contenuto è lo stesso (ciao), del tutto diverso il senso, la qualificazione del messaggio. Nella scrittura asciugata per quanto si cerchi di sopperire con ricorso a faccine ed altri modesti espedienti, manca una guida alla lettura (il mio volto, la mia postura, il contesto in cui dico questo ciao).
Il caso di Grillo, la sua affermazione di questi giorni (“sono stanchino”) può essere letta in molti modi, avere significati e conseguenze molto diverse. La prima lettura che molti media ne hanno dato è stata quella di stanchezza. Di fronte a tante contestazioni, a tanti errori, o giudicati tali, un momento di debolezza, quasi una resa, quantomeno la necessitò di fare un passo indietro. Solo nei giorni successivi alcuni media si sono accorti che quella affermazione aveva un riferimento a un film famoso, Forrest Gump, superlativamente interpretato da Thom Hanks (a proposito chissà perché la Mostra del cinema organizzata da la Biennale, non ha mai dato un leone alla carriera a questo splendido attore?).
Il protagonista del film, quando viene lasciato dalla donna che amava, si mette a correre, non ha nessuna meta, nessuna determinazione, sente solo la necessità di scaricare quell’energia vitale che in tutta la vita ha accumulato senza mai riuscire ad esprimerla, a darle una forma compiuta. E corre, corre senza mai fermarsi. Un po’ alla volta quest’uomo che corre attraverso l’America, che non ha mai enunciato un programma, spiegato un disegno, il significato di questa corsa che lo porterà ad attraversare il suo paese e a ripercorrerlo poi all’indietro da Oceano a Oceano, incuriosisce sempre più persone. Molti, e sempre in numero maggiore, si uniscono a lui. Forrest Gump non dice mai una parola, non incita nessuno, il suo silenzio diventa un contenitore per moltissime persone. Ognuno lo segue mettendo in quella corsa, in quell’impegno fisico, i propri sogni, le proprie speranze ciò che desidera si realizzi.
Raggiunto l’Oceano, Forrest Gump si volta, vede la lunga coda dei fans che lo seguivano e dice: sono un po’ stanchino. In quel momento pone fine alla propria corsa. Chi l’ha seguito si trova solo con se stesso. Ora ognuno deve fare i conti con se stesso, con i propri problemi. Deve riprendere su di sé ciò che aveva proiettato su qualcos’altro. L’illusione che correre dietro a qualcuno risolva i problemi è finita. Chissà se Grillo ha voluto dire questo? Consapevole o meno che ne fosse. Ha cominciato a correre quando si è convinto che la sua donna (la democrazia, il governo, alcuni diritti), l’avevano abbandonato. Ha corso a lungo. Molti l’hanno seguito: Ora si è voltato e ha detto “sono un po’ stanchino”. Ora siete soli con i vostri problemi. Li avevate posti fuori di voi, ora dovete riprenderli dentro di voi. Siete voi che dovete risolverli, dare un senso alla corsa che avete fatto.

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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