Gli schiavi di ieri e quelli di oggi

Amistad Cinquè (2)Anch’io ho rivisto “Amistad” e la scena di cui scrive Filotico. E il confronto viene spontaneo. Credo che dall’epoca narrata nel film qualche passo avanti sia stato fatto nella sensibilità e nella cultura degli esseri umani. Resta purtroppo l’inciviltà di un sistema che ci costringe ancora tutti al servaggio del capitale, è da questo che ci dovremo liberare (nandocan).

***da Piero Filotico, 25 agosto 2014 – Ieri sera ho rivisto – per la quinta o sesta volta – Amistad di Spielberg. Un film sulla schiavitù e su come si possa, combattendo in tutti i modi, riconquistare la libertà. Quando è giunta la scena in cui i negrieri, accortisi che non hanno provviste sufficienti per tutti, gettano a mare un gruppo di schiavi incatenati, la mia mente è andata ai poveri morti dell’ennesimo naufragio sulle coste siciliane.

Mi è così improvvisamente apparso un parallelo tra gli schiavi di ieri e quelli di oggi: qual’è la differenza, mi sono chiesto, tra i poveri migranti che vediamo sbarcare nei nostri porti, resi schiavi dalla paura e dal bisogno, e quelli del film? Quale la differenza tra chi specula lucrando sul loro trasporto, stipandoli IMMIGRAZIONE: TUNISINI FANNO SCIOPERO FAME,VOGLIAMO RISPETTOall’inverosimile su bagnarole pericolanti e rischiosi gommoni, e i mercanti di carne umana che armavano i predoni e poi rivendevano ai ricchi proprietari delle piantagioni uomini liberi resi schiavi dalla sete del profitto?

Non ho trovato una risposta razionale e forse non c’è. Ma una conclusione posso azzardarla anche se scontata. Esistono nell’animo umano inestirpabili radici di malvagità che emergono talvolta di fronte all’avidità, talaltra per motivi apparentemente più nobili, come la religione. Homo homini lupus, dicevano i romani. Avevano ragione?

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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