Gli editorialisti

Sul ruolo della grande stampa nella demolizione della democrazia dei partiti – Corriere della Sera ma non solo, senza trascurare i telegiornali – ho scritto più volte su questo blog, concordando con buona parte degli argomenti egregiamente riproposti oggi nell’ottimo articolo che segue. Sta di fatto, però, che “Veltronismo e americanismo”, non solo “ci hanno messo del loro”, come minimizza Morganti, ma hanno facilmente trovato seguito e partecipazione nei gruppi dirigenti della sinistra per tutta la seconda repubblica. Sia negli statuti che nella prassi. Forse le cose sarebbero andate diversamente se alle contestazioni della “società civile” (che non è il pubblico plaudente dei talk show), dai “girotondi” al “popolo viola” alle “sardine”, si fosse data risposta diversa dalla degenerazione correntizia prima e del leaderismo renziano o gruppuscolare poi. Suicidio assistito? (nandocan).

***di Alfredo Morganti, da “Nuova Atlantide”, 20 settembre 2021

Leggeteli gli editoriali del Corriere della Sera, sono il futuro e talvolta già il presente. Cassese, Galli Della Loggia, Verdelli, Panebianco ci intrattengono da settimane sul tema della democrazia e dei partiti con una costanza ammirevole. Note diverse di un’unica canzone, quella che racconta la crisi dei partiti, delle istituzioni, il loro presunto ciarlare senza costrutto, il loro essere vertici senza apparato.

Partitocrazia, appunto, come amano definire il sistema dei partiti, trasformando nello stesso tempo questa loro definizione in una accusa. Gli editorialisti sono i rappresentanti di quella classe dirigente che per decenni ha lavorato alla demolizione dei partiti, con un esito che è quello che oggi ci appare davanti: tecnocrazia e oligarchia al comando, partiti e istituzioni messi daccanto.

Perché non è vero che i partiti si siano nel frattempo suicidati. Certo, il veltronismo e l’americanismo hanno messo del loro. Ma la verità è che i partiti sono stati ammazzati, perché il loro agire politico disturbava una élite, tutt’altro che democratica, che voleva “fare”, voleva intervenire direttamente sulle risorse pubbliche, voleva (vuole) operare senza tante chiacchiere attorno e senza lacci e lacciuoli. Tanto più che oggi queste risorse sono molto considerevoli e viaggiano nell’ordine dei miliardi di euro.

Pensate la beffa: sono decenni che vogliono meno Stato, meno Parlamento, più esecutivo, meno “burocrazia”, meno chiacchiere, quindi meno partiti, e oggi che ci sono riusciti si tolgono pure lo sfizio di mettere il condannato alla gogna. Ovviamente gli editorialisti vogliono la “buona politica”, quella oltre i partiti! Ed ecco come: tante scuole di politica (dove il personale viene forgiato e selezionato direttamente dalla Confindustria e dalle Fondazioni) per stabilire (scrive Cassese oggi) “nuovi rapporti con la società civile” (id est “tecnici”).

La società civile! Sono decenni che la invocano contro i partiti, e adesso che più nulla si frappone al suo protagonismo tecnico, tra le macerie della rappresentanza e delle istituzioni, gli editorialisti gongolano come bambini a cui i padroni, finalmente liberi da lacci e lacciuoli politici, danno loro una pacca sulla spalle dopo essersi fregate le mani.

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Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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