Giornalisti, un mestiere che deve recuperare credibilità

di Giancarlo Ghirra, 14 novembre 2013

informazionedemocrazia2Una crisi senza precedenti colpisce i giornalisti italiani, sempre più numerosi e sempre più disoccupati, precari, in difficoltà. Un tumultuoso processo di trasformazione ha modificato in profondità un mondo fatto sino a vent’anni fa soltanto di giornali, televisioni, radio e oggi segnato profondamente dall’avvento della rete e di nuove tecnologie produttive. Davanti a scenari profondamente mutati arrancano gli organismi storicamente incaricati di garantire ai cittadini giornalisti liberi e autonomi, non ridotti a impiegati vincolati a obblighi di fedeltà aziendale. Principale strumento di tutela di questi valori, tanto più rilevanti in un’Italia segnata da profondi conflitti d’interesse, priva di editori puri, è l’Ordine dei giornalisti, lo strumento che da cinquant’anni garantisce autonomia e segretezza delle fonti ai professionisti dell’informazione.Quell’Ordine è però fortemente invecchiato, arranca davanti alle sfide dell’oggi. E fatica a reggere l’impatto di ben 112 mila giornalisti, un numero spaventoso soprattutto in questo momento di grave difficoltà.  Se negli Usa i giornalisti sono uno ogni cinquemila abitanti, in Italia siamo uno ogni 526. Di più: soltanto 47.227  (professionisti in prevalenza, ma ora sempre più anche pubblicisti) svolgono attività retribuita, pagano contributi all’istituto di previdenza. E fra loro soltanto il 40 per cento lavora in una redazione con un rapporto di dipendenza, gli altri sono collaboratori esterni, spesso supersfruttati.Da qui la scelta del Consiglio nazionale dell’Ordine di cercare unitariamente e rapidamente (l’appuntamento finale è per la sessione che inizia il 21 gennaio prossimo) la strada di una riforma che metta insieme il meglio della esperienza passata con le esigenze dei tanti giovani che si affacciano alla professione senza una rete di certezze professionali, retributive, contributive.

La parola d’ordine unificante è che “Giornalista sia chi lo fa”,  e alla professione si acceda attraverso un albo unico nel quale sia superata la distinzione novecentesca fra professionisti e pubblicisti. A quest’albo, come a quello dei medici o degli avvocati, si dovrà accedere attraverso una laurea, preferibilmente in Giornalismo,  e una pratica da inserire nel corso universitario. La nostalgia per il praticantato del passato non può far chiudere gli occhi davanti al fatto che siano ormai pochissimi i praticanti assunti nelle aziende editoriali, che si reggono in gran parte sullo sfruttamento indiscriminato di collaboratori destinati a non diventare mai professionisti.

Nella proposta all’esame del Consiglio nazionale non manca ovviamente una serie di soluzioni per la fase transitoria, scelte inclusive, volte a non lasciare nessuno fuori dalle nuove strade del mestiere. Un mestiere che deve recuperare credibilità, se si vuole contribuire a difendere la democrazia  prima ancora che a salvare l’esistenza dell’Ordine, da noi ritenuto uno strumento di garanzia di qualità e non certo una barriera difensiva di una corporazione.

Non a caso l’Ordine del futuro dovrà garantire una formazione permanente e un rigore etico e professionale ( verifica delle notizie, rispetto dei diritti dei cittadini distinzione netta fra pubblicità e informazione) ritenuto essenziale per un buon giornalista in tutti i Paesi democratici.

Questa è la posta in gioco di una partita che prevede inoltre una drastica riduzione del numero dei consiglieri nazionali, oggi 156 (dopo la riforma  meno della metà ), necessaria per recuperare una credibilità smarrita. E per sventare i tentativi di chi vuole abrogare l’Ordine, un sogno da sempre coltivato dagli editori italiani.

* Coordinatore di Liberiamo l’informazione

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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