Giornalisti e puttane

Roma, 12 dicembre 2018 – Credo che ci sarò anch’io domani alla manifestazione indetta da Fnsi e Ordine dei giornalisti a Roma in Piazza SS Apostoli. Ci sarò con la speranza di trovare molti cittadini. Il giornalismo può essere cane da guardia o da salotto, sta a loro riconoscere il primo dal secondo, sostenendo nelle edicole o davanti al teleschermo il giornalismo di qualità piuttosto che quello schierato in difesa dei potenti come dei predicatori di odio e di violenza. E tra questi ultimi ci sono certamente quelli che attaccano in blocco la nostra categoria con insulti che dimostrano la volgarità e l’ignoranza di chi li rivolge, oltre che l’intolleranza per la libertà di stampa e di opinione.

Ciò detto, devo dire che mi sento sempre un po’ a disagio se vengo sollecitato ad una difesa che può apparire corporativa anche quando, come in questo caso, non lo è per niente. Che di fatto ci siano tra noi giornalisti gli “sciacalli” e le “puttane” mi pare un’ovvietà così come la diffidenza storica degli italiani verso i giornalisti in generale. Un amico non  giornalista, Massimo Marnetto, spiega qui sotto il suo modo di regolarsi per separare il grano dal loglio.

Tanti anni fa, quando ero ancora praticante, un vecchio capo cronista mi diceva che ci sono due categorie che lavorano di notte, lascio immaginarvi quali. Non mi sono mai sentito offeso per questo, perché so quanta generosità e quanti sacrifici, oggi più ancora che ieri, si possono trovare tra chi svolge questo mestiere, il più bello del mondo.

***NO INSULTI ALLA STAMPA . di Massimo Marnetto, 12 novembre 2018 -Dare alla stampa dei “pennivendoli e puttane” come hanno fatto alcuni aderenti ai 5 Stelle non è critica, ma un atto grave di violenza civile. I giornalisti sono attori privilegiati di democrazia, proprio per la loro diversità di giudizio e opinioni.

E se invece i fatti li distorcono per fuorviare il giudizio dei cittadini? Succede anche questo ed è un danno altrettanto grave alla democrazia. Ma nella disinformazione c’è sempre un concorso di colpa tra informante (giornalista) e informato (cittadino), spesso dovuto alla pigrizia di chi riceve una notizia, senza effettuare confronti e riscontri. Magari ignorando con leggerezza la prima verifica da fare: capire quali interessi ha l’editore che finanzia il giornale. E’ questo l’elemento primario della credibilità di una testata.

“Ma io non ho tutto questo tempo da dedicare alla verifica incrociata dei fatti”, dice la persona con cui commento gli insulti di Dibba and company. Gli rispondo che io mi regolo leggendo i giornali che non difendono sempre gli stessi e non attaccano sempre gli stessi, ma quelli che cambiano giudizio a secondo delle azioni, non di chi le compie. Se compriamo un giornale con cui siamo sempre in accordo, siamo faziosi in cerca di altri faziosi. Manovalanza del potere, non libera opinione pubblica.

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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