Gerusalemme: Ramadan di tensioni. Human Rights: «In Israele apartheid palestinese»

***da RemoContro, 29 aprile 2021

Gli scontri a Gerusalemme tra ultradestra israeliana, palestinesi e forze dell’ordine fanno temere un’escalation. Ma ad alimentare le tensioni c’è il voto palestinese prossimo al rinvio.
Rapporto di Human Rights Watch sulla strutturale discriminazione dei palestinesi: «L’Aia indaghi». Tel Aviv: «Dati assurdi e falsi»
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Violenze e scontri nel mese sacro del Ramadan

Nuove tensioni a Gerusalemme tra cittadini arabi, forze dell’ordine e l’ultradestra ebraica. Scintilla il tentativo di dosare l’ingresso dei fedeli musulmani alla spianata delle moschee nel mese di Ramadan. Ma le ragioni dietro sono molte altre. «Nei giorni scorsi c’era stata una marcia dell’organizzazione Lehava, dell’estrema destra israeliana», scrive Ispi, l’Istituto di studi internazionali. «Il tentativo dei coloni di espropriare alcune case nel quartiere palestinese di Sheikh Jarrah e la mancata autorizzazione, da parte delle autorità israeliane, per consentire ai palestinesi di Gerusalemme est di votare alle elezioni legislative palestinesi, le prime dopo 15 anni, previste il 22 maggio».

Rapporto di Human Rights Watch

Dall’Ispi, quasi la conferma di quanto denunciato da Human Rights Watch sulla discriminazione dei palestinesi. Secondo Human Rights le autorità israeliane stanno commettendo «crimini contro l’umanità di apartheid e persecuzione» e applicano una politica di «mantenimento di dominio degli israeliani ebrei sui palestinesi». Ed è la prima volta che Hrw accusa direttamente i funzionari israeliani di crimini contro l’umanità. Nel rapporto si confrontano le politiche e le pratiche nei confronti di quasi sette milioni di palestinesi nei Territori occupati e all’interno di Israele con quelle riguardanti all’incirca lo stesso numero di ebrei israeliani che vivono nelle stesse aree.

La severa Ong statunitense

HRW sottolinea che Israele governa l’intera area tra il fiume Giordano e il Mediterraneo privilegiando metodologicamente gli ebrei israeliani e reprimendo i palestinesi, in modo più severo quelli residenti in Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est. L’ong americana invita la Corte penale internazionale (Cpi) a «indagare e perseguire in funzionari che sono credibilmente coinvolti» e contro di essi, senza nominarli, invoca sanzioni, tra cui divieti di viaggio e congelamento dei beni». «Voci importanti hanno ammonito per anni che l’apartheid si nasconde dietro l’angolo se la traiettoria del dominio di Israele sui palestinesi non cambia».

Gerusalemme e gli espropri

ISPI e Gerusalemme. Tra le ragioni delle tensioni di questi giorni, gli espropri di case nei quartieri palestinesi di Sheikh Jarra e Silwan con l’obiettivo di spaccare il tessuto urbano e sociale di quella che un giorno dovrebbe diventare la capitale di un futuro stato palestinese. In queste settimane, sono le case di 28 famiglie, oltre 500 persone, che rischiano lo sgombero per far posto ad altrettanti coloni israeliani. A sostegno delle famiglie palestinesi di Sheikh Jarrah anche il governo giordano, custode dei luoghi santi di Gerusalemme e della Città Vecchia, che ha fornito i documenti di proprietà delle case e, insieme all’Egitto, ha intimato a Israele di sospendere provocazioni e violenze.

Le leggi di appartenenza

L’esproprio di Sheikh Jarrah segue la legge israeliana secondo cui un cittadino ebreo ha il diritto di reclamare le proprietà che tra il 1948 e il 1967 furono assegnate ai palestinesi dalle autorità giordane. Ma un palestinese non può fare altrettanto con la sua casa occupata dagli israeliani. Questa, ed altre politiche di ‘segregazione’, rientrano’ nel già citato dossier pubblicato oggi da Human Rights Watch che accusa Israele di crimini di apartheid e persecuzione per «mantenere il dominio degli ebrei israeliani sui palestinesi». Accuse campate in aria secondo le autorità di Tel Aviv, documenti a parte.

Elezioni palestinesi vietate?

Rabbia palestinese anche per il fatto che le autorità israeliane non hanno autorizzato lo svolgimento del voto per i palestinesi di Gerusalemme Est. Per la prima volta in 15 anni, infatti, tre milioni di palestinesi saranno chiamati ai seggi il 22 maggio per le legislative e il 31 luglio per le presidenziali. Ma il rischio – se la situazione non si sblocca – è che si debba rinviare o cancellare l’appuntamento elettorale. In ballo il futuro del popolo palestinese, diviso tra Gerusalemme Est, occupata da Israele, la Cisgiordania governata dall’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), e la Striscia di Gaza, controllata dal 2007 dal movimento islamista Hamas.

Divisioni in casa palestinese

Le divisioni tra i palestinesi di Al Fatah, che si presenta con tre liste differenti, a fronte di una lista unica di Hamas. «Il silenzio di Israele sulla vicenda, nonostante le pressioni, è eloquente: a Tel Aviv preferirebbero essere accusati di aver fatto slittare il voto palestinese piuttosto che trovarsi ad avere a che fare con Hamas vincitore alle urne», commenta ISPI. Un rinvio gradito probabilmente anche da Fatah e dal presidente Mahmoud Abbas (Abu Mazen) che secondo i sondaggi del Jerusalem Media Centre rischia di perdere la presidenza a vantaggio dell’ex popolarissimo leader di Fatah, Marwan Bargouthi, prigioniero politico in un carcere israeliano, sostenuto dal 33% dei palestinesi.

L’annuncio del rinvio del voto – secondo Associated Press – sarebbe ormai solo questione di ore. Ma c’è da scommettere che farebbe salire ulteriormente la tensione.

Su Israele la paralisi Netanyahu

«Anche una ragione tutta interna alla politica israeliana a soffiare sul fuoco delle tensioni a Gerusalemme». Netanyahu non è riuscito a formare una coalizione di governo dopo quattro elezioni in due anni, ed è a rischio galera per corruzione. E lui, Netanyahu che rincorre Jewish Power, mandante di Lehava, il gruppo estremista miccia dei disordini attuali «per ripristinare il controllo ebraico sulla Porta di Damasco». Disordini e consensi a destra della destra per probabili quinte elezioni in due anni. Se la magistratura non risolverà il problema dell’immarcescibile leader e premier da troppo anni.

Elezioni palestinesi si, no, ma

Analisi conclusiva dell’Istituto per gli studi di politica internazionale.

«Se la volontà dei palestinesi di recarsi al voto per imprimere una svolta allo stallo politico e alle divisioni è ormai chiara (il 93% degli elettori si è già registrato), non altrettanto convinta appare la leadership di Fatah, preoccupata di perdere terreno, e quindi la gestione del potere, nei confronti tanto dell’opposizione interna quanto di Hamas».

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Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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