Gerusalemme, l’Unesco e Renzi

“Allucinante. Basta attacchi ad Israele”. Lo sappiamo, lui, Matteo Renzi, è fatto così. In ogni circostanza, insignificante o anche piuttosto significativa come questa, calcola rapidamente quello che gli conviene dire e lo dice, senza pensarci troppo. Poco gli importa che si tratti di cambiare direzione a mezzo secolo di politica estera italiana e mediterranea sul conflitto israelo-palestinese. Sostenuta dall’ANP e presentata da Algeria, Egitto, Libano, Marocco, Oman, Qatar e Sudan, la risoluzione era stata votata giovedì scorso a Parigi dai 58 stati membri del consiglio esecutivo dell’organizzazione per la pace e la cultura dell’Onu. Un testo articolato e complesso sulla difesa del patrimonio culturale palestinese che è stato approvato da 24 paesi e respinto da 6: Stati Uniti, Germania, Gran Bretagna, Lituania, Estonia, Olanda, tutti con una lunga tradizione di sostegno più o meno morbido ad Israele. Si sono astenuti in 26, Italia compresa ma anche Francia, Grecia, Slovenia, Spagna e Svezia, in pratica tutti i paesi europei rivieraschi del Mediterraneo che in occasioni analoghe precedenti hanno scelto di mantenere l’equidistanza tra israeliani e palestinesi. L’Italia aveva scelto di astenersi anche nel voto per l’ingresso della Palestina nell’Unesco il 31 ottobre 2011. Astenersi non vuol dire attaccare qualcuno. Non vuol dire neppure approvare che si usi il termine arabo per definire la “Spianata delle Moschee” e non anche quello ebraico del “Monte del Tempio”. Ma Netanyahu si è molto arrabbiato e ha deciso l’interruzione della cooperazione dello Stato ebraico con l’agenzia Onu. Non tollera che il documento definisca Israele “potenza occupante” quando tutti sappiamo che il suo esercito non interviene mai in Palestina.

 “Allucinante”, ha dichiarato a Rtl 102.5 il presidente del Consiglio. “Ho chiesto al ministro degli Esteri Paolo Gentiloni di vederci subito al mio ritorno a Roma. E’ incomprensibile, inaccettabile e sbagliato. Ho chiesto espressamente ai nostri di smetterla con queste posizioni. Non si può continuare con queste mozioni finalizzate ad attaccare Israele. Se c’è da rompere su questo l’unità europea che si rompa”. Poco dopo è arrivata la reazione, felicemente sorpresa, del portavoce del ministero gli Esteri israeliano Emmanuel Nahshon: “Ringraziamo e ci felicitiamo con il governo italiano per questa importante dichiarazione”. Che c’entri qualcosa la ricerca del consenso delle comunità ebraiche alla vigilia del voto sul referendum è forse soltanto una malignità. L’attore e drammaturgo ebreo Moni Ovadia, intervistato da Repubblica, scherza: “Sta per caso ricambiando gli Stati Uniti per lo spot di Obama al Sì al referendum? Scherzi a parte, la cosa opportuna da fare sarebbe invece convocare una conferenza di pace in Europa…Attaccarsi a queste cose, come fa Netanyahu, è propaganda nazionalista…Ad oggi ci sono 500mila coloni che si sono insediati illegalmente in territori che non gli spettano. Si chiama occupazione. Ci rendiamo conto?” (nandocan).

***di Ennio Remondino , 22 ottobre 2016 – Ci voleva la campagna referendaria del premier Renzi per richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica sul conflitto tra israeliani e palestinesi, cancellato di fatto dalle guerre mediorientali di altre origini e dall’Isis. Priorità di altre notizie, e la questione israelo palestinese finisce in cantina anche per ripetitività di fallimenti e ruoli dei protagonisti tra sempre perdenti e sempre vincenti.

Ora Renzi, scatenato da un continente all’altro, cavalca tutto, e la forzatura lessicale dell’Unesco a maggioranza araba sui luoghi sacri a Gerusalemme diventa un altro ponte sullo stretto di Messina.
Renzi ha definito il voto dell’Unesco “allucinante”, boccia la Farnesina e striglia senza nominarlo il ministro materasso Gentiloni che prontamente incassa e già oggi promette di redimersi. Ma che accade realmente in quelle terre dimenticate?

Lucido ed esemplare come sempre, Eric Salerno. «Dall’Unesco grande autogol su Gerusalemme e un “favore” politico a Israele». Sintesi da grande giornalismo: «Si è trasformato in un grande autogol, la risoluzione dell’Unesco sui luoghi santi di Gerusalemme, che nel tentativo di sottolineare i gravi problemi per la popolazione palestinese derivanti dall’occupazione e salvaguardare i luoghi santi dell’Islam, ha dato al premier israeliano Netanyahu modo di chiedere e ottenere rinnovato sostegno in un momento di grande isolamento politico del suo governo e della sua politica di espansione coloniale nei territori palestinesi».

Eric Salerno che in Israele vive molta parte del suo tempo, rileva dettagli che a Renzi, battutista a sintesi anche sui temi più complessi, era sfuggito o non interessava sollevare: l’intreccio delle responsabilità alle origini della questione.
Renzi ha definito “allucinante” il documento e minaccia di spaccare l’intesa che vede i paesi dell’Ue votare quasi sempre in modo unanime le risoluzioni dell’organismo dell’Onu. Va detto che il documento Unesco era del 13 ottobre, e il ripensamento italiano -la teatrale indignazione del premier- arriva soltanto dopo le fortissime reazioni israeliane e delle comunità ebraiche nel mondo.

La sintesi dei fatti, ad un altro grande reporter e amico che usiamo come garanzia di terzietà, Ugo Tramballi, de Il Sole24ore. «L’Unesco ha approvato una risoluzione che nega il legame storico degli ebrei, e quindi di Israele, con la Spianata del Tempio che gli arabi chiamano al-Haram al-Sharif (il Nobile santuario) e gli ebrei HaBayit (il Monte della Casa, intesa casa di Dio)». Ma..
Ma, «Se il Presidente del consiglio avesse avuto il tempo di leggere i 41 paragrafi della risoluzione [.] avrebbe usato una definizione meno radicale. Il documento non è allucinante, è sbagliato sul piano storico e, date le circostanze, su quello politico..».
Perché niente in questa disputa è equilibrato. Dunque, nemmeno la risoluzione dell’Unesco.

Continua su Remocontro, il grassetto è di nandocan.

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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