Galli della Loggia sull’Afghanistan e la follia degli ‘eserciti di popolo’

di Michel Marsonnet, da Remocontro, 30 agosto 2021

Mi ha stupito non poco leggere un articolo di Ernesto Galli della Loggia uscito sul “Corriere della Sera” del 28 agosto. In esso l’autore sostiene che, in Afghanistan, la coalizione occidentale (e soprattutto gli Usa) è stata sconfitta perché ha usato un esercito inadeguato in cui i “contractor” svolgevano un ruolo essenziale.
Prosegue sostenendo che questo è un vero e proprio “outsourcing” della guerra, non più combattuta da truppe regolari, bensì da mercenari lautamente pagati. E non è un caso, infatti, che proprio tra i suddetti “contractor” si sia registrato il più alto numero di morti (più della metà).

Eserciti di popolo per esportare democrazia

E poi l’articolista pone un quesito fondamentale: “è compatibile un esercito di mercenari e di specialisti con una guerra che si pone obiettivi ideologici forti, intrisi di una carica valoriale, come è evidentemente una guerra per portare la democrazia?”.
Ovviamente no, e Galli individua nella fine, in Occidente, degli eserciti di leva il problema reale. E continua scrivendo che una guerra simile, per risultare credibile agli occhi della popolazione che si vuole “liberare”, comporta l’impegno popolare del Paese “liberatore”. In altre parole, deve essere combattuta da militari di leva, disposti anche a morire per raggiungere l’obiettivo desiderato.

Militari di leva sacrificabili?

Ma si dimentica che tale strategia è stata adottata dagli Stati Uniti, per esempio, in Vietnam, senza per questo evitare la sconfitta. Nella guerra vietnamita, almeno all’inizio, si registrò un alto numero di volontari.
Erano giovani soldati provenienti da ogni Stato dell’Unione, convinti di andare a combattere così lontano da casa per una causa giusta. Poi i volontari cominciarono a diminuire e aumentarono, parallelamente, le diserzioni e gli obiettori di coscienza.

Manco il tempo d’imparare a sopravvivere

I giovani venivano inviati nel Vietnam per un anno e, appena iniziavano a capire le tecniche di combattimento, venivano subito sostituiti da nuove reclute. Ovvio che quest’ultime non avevano neppure il tempo di imparare le tecniche di base per sopravvivere.
Fu questo a decretare la fine dell’esercito di leva non solo negli Stati Uniti, ma anche in Europa, il che condusse per l’appunto all’uso sempre più massiccio di specialisti e di “contractor” (con tutte le conseguenze del caso). E Galli si chiede se i giovani occidentali siano ancora disposti a morire in guerra. Anche in questo caso la risposta è un chiaro “no”.

Morire in guerra perché e per chi?

Si tratta di un problema di grande portata, soprattutto se gli avversari sono animati da un furore ideologico (come in Vietnam) o religioso (come in Afghanistan) che i giovani occidentali non possiedono e che stentano persino a capire.
L’America tenta di reagire con l’uso sempre più pervasivo della tecnologia, ma quest’ultima non fa vincere le guerre. Si stanno addirittura progettando dei soldati-robot che prendano il posto di quelli in carne e ossa, ma è facile prevedere che i risultati saranno scarsi. E pure l’uso dei droni dà illusioni di vittoria poiché consente di eliminare qualche leader nemico, ma questo non cambia la situazione sul terreno.

Ora la democrazia vola sui droni

Invece di ricorrere all’esportazione della democrazia con le armi, occorrerebbe che in Afghanistan e altrove le donne si ribellassero alle terribili condizioni in cui si trovano. E analogo discorso vale per gli uomini che vorrebbero vivere in una società in cui i diritti fondamentali sono garantiti.
In tanti contesti, tuttavia, il peso della “sharia” è così forte da scoraggiare qualsiasi tentativo di dissenso. Ma è chiaro che non possiamo risolvere noi il problema con la forza delle armi.

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Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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