G7, tasse alle multinazionali, ma poco poco. Giganteschi interessi in campo

da Remocontro, 7 giugno 2021

Poco poco, quasi per ridere, partendo dal 15%. I ministri delle Finanze del G7 hanno finalmente detto basta all’elusione fiscale delle Big Tech. E si tagliano un po’ di unghie e di denti societari, e di furberie degli Stati a tassazione pirata. La corsa al ribasso nella tassazione delle società, i famosi ‘paradisi fiscali’, inferno di pessime azioni.
Esempio a noi italiano molto vicino, la Fiat-Fca con sede sociale e tassazione privilegiata nella ‘frugale’ ma furba Olanda. Ma qui è anche l’Unione europea a essere immobile o complice.
Atto di minima giustizia fiscale disatteso da sempre. Le opposizioni dei Paradisi fiscali profittatori

Equità fiscale la promessa più tradita

I ministri delle Finanze del G7 a Londra, hanno raggiunto un accordo su un’aliquota globale minima del 15% per la tassazione delle grandi imprese, applicata Paese per Paese. Lo stupore, per noi non addetti ai lavori, è che non accadesse da sempre. Regola base di qualsiasi rapporto commerciale equo, persino democratico e onesto verrebbe da aggiungere.
Aliquota minima di ‘almeno il 15’ per tutte le multinazionali e tassare il 20% della quota sopra il 10% dei profitti nei Paesi in cui vengono realizzati. Insomma, se tu multinazionale che sino a ieri ti portavi a casa i guadagni realizzati nel mio Paese e solo lì ci pagavi le tasse sopra (se e come le pagavi), ora sul guadagno che realizzi a casa mia, un po’ di tasse le paghi qui.
Ma a spegnere gli eccessivi entusiasmi, l’immediata precisazione tecnica che occorreranno alcuni anni per la sua ‘attuazione tecnica’, il tempo utile alle Big Tech per cercare altre comode scorciatoie.

Fine dei paradisi fiscali?

Le grandi multinazionali del digitale, Amazon, Google, Facebook, pagheranno le tasse? E’ la sintesi di quanto hanno promesso ieri i ministri della Finanze del G7. Salvo aggiungere che lo stesso G7 non ha però poteri di imporre decisioni agli Stati. E quindi ora rimbalzo al G20 di Venezia, il 9 e 10 luglio, con gli Stati che detengono l’80% del pil mondiale. Ma anche lì, chi decide e chi impone? Obiettivo semplice: mettere fine allo scandalo che permette a società multinazionali di fare milioni di utili e di non pagare quasi nulla di tasse.

Se gli Usa ci guadagnano, forse si farà

«La chiave della svolta sta negli Usa e nella presidenza Biden», scrivono gli analisti. Non svolta per nobili sentimenti ma materialissimi conti in tasca, «dal momento che il principale beneficiario della tassazione delle multinazionali statunitensi sarà Washington». E un minimo di interesse collettivo anche negli Usa, rispetto alla tasche private dei multimiliardari, quindi dello stesso ex presidente Trump.
Finora, le discussioni su una tassa mondiale sulle società erano state bloccate da Trump contro le richieste dei grandi paesi europei. Anche se il vecchio continente, Unione europea e dintorni, ospita vari paradisi fiscali sul suo territorio.

Virtuosi o solo promesse?

  • Janet Yellen, segretaria al Tesoro Usa: «questa tassa minima mondiale metterà fine alla corsa verso il basso della tassazione delle imprese e porterà giustizia per la classe media e i lavoratori negli Usa e nel mondo».
  • Il cancelliere dello Scacchiere, Rishi Sunak,: «Prova di una direzione collettiva in questo periodo cruciale per la ripresa economica mondiale». 
  • Per il ministro delle finanze tedesco, Olaf Scholz, «una buonissima notizia per la giustizia e la solidarietà fiscale e una cattiva notizia per i paradisi fiscali del mondo intero. Le imprese non potranno più sottrarsi agli obblighi fiscali trasferendo con astuzia gli utili verso i paesi a bassa fiscalità». 
  • Bruno Le Maire, ministro francese delle Finanze, giudica che il G7 ha segnato «una tappa storica nella lotta contro l’evasione e l’ottimizzazione fiscale. La lotta continua al G20, all’Ocse, ma la tappa superata qui a Londra è storica».

Verrebbe da chiedere agli stessi ministri, dove vivevano sino a ieri e come accudissero al loro importante ministero e agli obblighi verso i cittadini.

Subito interessi di parte: Dublino rema contro

L’accordo raggiunto a Londra subito contestato a Dublino, e non è contenzioso politico storico, ma questione di tasca. «Da decenni, infatti, il modello di crescita irlandese si basa sull’attrazione di investimenti diretti esteri, soprattutto grazie alla tassazione favorevole sui profitti delle corporation», informa Vincenzo Maccarrone sul Manifesto.
Questo ha portato molte multinazionali americane a stabilire la propria sede europea in Irlanda, comprese le principali aziende dell’economia digitale: Amazon, Apple, Facebook, Google e Microsoft. Fissata al 12,5 per cento, la tassazione per le imprese in Irlanda può essere ridotta ulteriormente tramite un complicato sistema di esenzioni.

Sconto tasse per rubare agli altri

«L’ultimo caso eclatante ha coinvolto una sussidiaria irlandese di Microsoft, che – secondo quanto riportato dal Guardian – non avrebbe pagato alcuna tassa sugli oltre 300 miliardi di dollari di profitti registrati nel 2020, tramite una triangolazione con lo stato del Bermuda».

Poco nobili pratiche e furbeschi comportamenti per la verde ma spregiudicata Irlanda che ora rischia di finire al verde di soldi. La pur risibile aliquota minima globale del 15 per cento sui profitti delle imprese ridurrebbe l’incentivo delle multinazionali a spostare la propria sede nel suolo irlandese, e peggio, la seconda misura proposta, di un riutilizzo di una parte dei profitti nei paesi dove effettuano vendite, rispetto a quelli dove hanno sede fiscale.
Le stime del ministero delle finanze parlano di una perdita potenziale di circa un quinto dei proventi della loro attuale tassazione sulle imprese.

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