Frati Assisi a Zuckerberg, “perché non rafforzare ‘mi piace’ con ‘mi e’ utile’?”

fb_icon_325x325 I buoni frati di Assisi devono far parte di quella esigua schiera di intellettuali trogloditi che non hanno ancora compreso come il post-linguaggio globale esiga un’ardita riduzione del vecchio e obsoleto vocabolario, per cui la frase “mi piace” basta e avanza per significare “mi è utile”, “mi serve”, “mi aiuta”, “mi interessa”, “mi appassiona”,  “mi convince”, “mi persuade”, “mi sollucchera”, “mi sconfinfera”, “mi garba”, ecc. Del resto, è probabile che tra qualche anno non esisterà più nemmeno l’espressione “mi piace”, universalmente sostituita dall’anglo-sassone  “I like”, ultima tappa della grande  semplificazione prima del semplicissimo “augh!” dei nativi d’America (nandocan).  

****30 giugno 2014* – ”Perché non rafforzare il ‘Mi piace’ con ‘Mi e’ utile’ per segnalare e far propri certi contenuti della rete – articoli, video, foto – sottolineandone l’importanza agli amici con i quali si e’ in contatto?”. La proposta viene avanzata dal direttore del sito sanfrancesco.org – emanazione del Sacro convento di Assisi – padre Enzo Fortunato, direttamente al patron di Facebook, Mark Zuckerberg”Il ‘Mi piace’ – osserva padre Fortunato – esprime, certamente, già una adesione convinta a un contenuto della rete. Il ‘Mi e’ utile’, o ‘Mi giova’, la rafforza, indicandone il valore che ha ai fini della conoscenza e della formazione. La proposta, un po’ una provocazione, nasce dalla constatazione dell’importanza crescente che i social network stanno assumendo nella vita di ognuno e in particolare delle giovani generazioni. E’ anche un modo per responsabilizzare un po’ tutti: il ‘Mi è utile’ vuol dire un ‘Ci è utile’, ci serve, ci aiuta”. Continua padre Enzo Fortunato: “Ci fa crescere umanamente, socialmente e per chi crede anche spiritualmente. Dobbiamo tener presente che tutto ciò che ci piace non giova come ad esempio il ladro ‘modello’… il suo stile non giova di certo”.

*da articolo 21

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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