Fiducia e credibilità per il futuro del giornalismo, basta ”cultura dello scoop”

Ebreakingnewscco finalmente qualcuno che ragiona controcorrente. Ma questa degli scoop è una vecchia storia. Per quasi tutta la mia vita professionale (cinquant’ anni e più come giornalista professionista) sono stato inseguito dal mito della rapidità ad ogni costo. “I treni non ti aspettano”, diceva già il mio primo capocronista. E della brevità purchessia, naturalmente. “Il piombo non è trippa”, ripeteva sempre il medesimo. Come se un’informazione accurata e completa, un avvenimento più comprensibile perché inquadrato nel suo contesto, un’intervista preparata dallo studio dei fatti e della personalità dell’intervistato, non valessero l’obbiettivo effimero di arrivare per primi. Per me il valore di un giornalista si misura dalla sua capacità di indagare e fare le domande giuste, sapendo che quelle “cattive” non sono le più aggressive ma quelle che l’interlocutore non si aspetta e quindi lo colgono impreparato. Se oggi Renzi, Berlusconi e Grillo possono “vendere” quello che vogliono a milioni di elettori è anche perché il giudizio politico dei più è fondato su titoli-strillo o su frasi di 140 caratteri. La maturità democratica dei cittadini può dipendere anche da questo (nandocan).

****Da Lsdi, 10 maggio 2014 – «Arrivare primi sull’ ultim’ora è la masturbazione massima per i giornalisti. Al lettore non frega nulla di chi arriva prima». Questa la perentoria battuta – ben più che una provocazione, anzi una verità consolidata soprattutto nell’era digitale – lanciata da Felix Salmon a margine del suo intervento al recente Festival del Giornalismo di Perugia.

Chiarendo meglio la questione, il noto reporter economico della Reuters appena nominato web editor del canale Tv via cavo Fusion, spiega che «solo i giornalisti si preoccupano degli scoop. …
Se tu scrivi qualcosa cinque minuti dopo che l’ho fatto io, secondo il ‘codice d’onore del giornalismo’ dovresti dare credito alla fonte originale. … Ciò vale soprattutto per le agenzie-stampa, dove in teoria chi arriva prima può smuovere il mercato, ma in pratica gli abbonati all’agenzia non possono mai essere abbastanza rapidi per cambiare davvero le carte in tavola».

Tuttavia, il punto cruciale è che, comunque vada, il lettore finale non s’ interessa affatto a questa pseudo-competizione: «Puntare a scoop ed esclusive è un chiaro segno che si pubblica soprattutto a beneficio degli altri giornalisti, piuttosto che dei lettori. … È ora di abbandonare la cultura dello scoop, e del giornalismo per i giornalisti. Vediamo invece di fornire un servizio ai lettori. Quelli veri, che non sono su Twitter», conclude Salmon.

Oltre alla varietà (e puntualità) di commenti al post, utile la sintesi delle reazioni dei ‘colleghi’ proposta da Matthew Ingram, il quale rafforza il concetto sottolineando l’importanza della credibilità e della fiducia, rispetto invece alla corsa allo scoop. «È vero che alla gente non importa chi arriva per primo su una certa notizia, però direi che prendono nota di chi l’ha diffusa in modo corretto, o più specificamente, di chi ha detto qualcosa di utile o di vero su quell’evento». È comunque prevedibile che questo divario a favore del primo ambito proseguirà nel prossimo futuro.

A livello ideale, riprendendo Emily Bell del Tow Center for Digital Journalism presso la Columbia University, «tutti e due gli aspetti contano e vanno usati all’unisono, e le testate d’informazione vogliono avere abbondanza di entrambi, per quanto possibile». In altri termini, non è affatto semplice per i giornalisti liberarsi dell’ossessione di arrivare primi, ma la realtà è che il ciclo delle news oggi si esaurisce assai rapidamente, grazie soprattutto al flusso ininterrotto dei social media.

 

Più che la notizia in sé, nell’ attuale ecosistema dell’ informazione sembrano dunque vincere chiarezza e contesto, elementi su cui d’ altronde puntano nuove testate ‘native digitali’ quali Vox e 538 e la sezione Upshot del New York Times.

 

Lo conferma anche Eric Scherer di France Television: «La fiducia che ne deriva è sostanzialmente l’ unico bene che resta nelle mani delle aziende mediatiche, oggi che non controllano più la piattaforma tramite cui le loro notizie raggiungono il consumatore finale». Insomma, per chi avesse ancora qualche dubbio: arrivare primi sta diventando sempre meno importante a ogni livello.

 

 

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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