Falsi argomenti per la crociata contro l’articolo 18

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Chiunque ha vissuto a lungo in un’azienda, pubblica o privata, sa bene che spesso la “fedeltà”, l’omertà, la rinuncia alla difesa dei propri diritti, il conformismo politico come quello aziendale sono apprezzati più della competenza e della diligenza nell’esercizio del proprio mestiere. Questa è anche la mia personale esperienza e di molti altri che ho conosciuto. E’ per questi casi che esiste e va esteso l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, per scoraggiare una prepotenza anche prima che venga applicato (nandocan).

***di Domenico D’Amati, 24 settembre 2014* – Nella sua crociata contro l’art. 18, il prof. Ichino ha detto più di una volta con toni allarmistici che questa norma consente al Giudice di valutare il merito delle scelte organizzative imprenditoriali, ovvero di stabilire quale debba essere a suo avviso l’organico adeguato alle esigenze dell’azienda. Non è vero. L’art. 30 della legge 4.11.2010 n. 183 stabilisce che in materia di licenziamento il controllo giudiziale “non può essere esteso al sindacato di merito sulle valutazioni tecniche, organizzative e produttive che competono al datore di lavoro o al committente”.

Si tratta peraltro di una regola già più volte affermata dalla Suprema Corte. Per questo se per esempio il licenziamento di un lavoratore venga motivato con la soppressione del suo posto per l’introduzione di un nuovo macchinario, il Giudice non potrà mai valutare se questa modifica organizzativa sia valida, ma dovrà limitarsi ad accertare che essa sia stata effettivamente eseguita.

Se da questo controllo risulterà ad esempio che il nuovo macchinario non è stato in effetti introdotto e che il lavoratore licenziato è stato rimpiazzato con un nuovo assunto, il licenziamento dovrà essere annullato con applicazione dell’art. 18. Non v’è alcun ragionevole motivo per escludere in simili casi la reintegrazione, sostituendola con il pagamento di un indennizzo. La verità è che si vuole consentire alle aziende di licenziare anche in base a pretesti, per estromettere lavoratori sgraditi, tacitandoli con una somma di denaro.

*da articolo21, il grassetto è di nandocan

 

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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