Facebook sotto tiro: «Qanon e fake news sul voto Usa», minaccia social su tutti. Inchiesta New York Times

da Remocontro, 26 ottobre 2021

Il quotidiano ha analizzato diversi documenti secondo cui i dipendenti dell’azienda avevano avvertito più volte del «rischio di radicalizzare gli utenti». Per Facebook continua la tempesta, mentre emergono le sue responsabilità nei riot, la proteste organizzate e l’assalto golpista al Campidoglio del 6 gennaio

L’ingordigia che uccide la serietà 

«I dipendenti di Facebook hanno dato l’allarme in più occasioni sulla diffusione di disinformazione e di teorie della cospirazione prima e dopo le elezioni presidenziali americane di novembre. Ma il social di Mark Zuckerberg non è riuscito ad affrontare e gestire il problema», riporta il New York Times e rilancia Nadia Boffa sull’HuffPost.

Facebook consapevole

Facebook, era consapevole dei movimenti e dei gruppi di estremisti che sulla sua piattaforma cercavano di polarizzare l’opinione pubblica americana prima delle elezioni. La piattaforma social ha poi pubblicamente attribuito all’ex presidente Donald Trump il proliferare di informazioni false, ma il danno sociale e politico ormai era fatto con la sua indiretta responsabilità.

L’assalto cospirazionista

Sedici mesi prima delle elezioni presidenziali 2020, una dipendente di Facebook aveva denunciato la presenza di un’enorme massa di messaggi che rilanciavano teorie cospirazioniste. Due giorni dopo le elezioni, un altro dipendente aveva messo in guardia i colleghi dalla “disinformazione che avrebbe infiammato le elezioni”.

La ‘frode elettorale’ via social

Un analista di dati aveva notato inoltre che il dieci per cento dei post a tema politico sostenevano l’ipotesi della frode elettorale. Per il New York Times, è la prova che il social network di Zuckerberg sapeva di ospitare una mole gigantesca di informazioni forvianti e complottiste, senza alcuna base verificata.

Smentita senza vergogna

Dopo l’assalto al Congresso, avvenuto il 6 gennaio, la direttrice operativa, Sheryl Sandberg, aveva difeso Facebook, sostenendo come non ci fossero strumenti per fermare l’odio. Mark Zuckerberg aveva dichiarato addirittura  che la società aveva fatto la sua parte “per garantire l’integrità delle elezioni”.

Denuncia vecchia e inascoltata

Nel luglio 2019, un ricercatore di un’azienda che studia la polarizzazione degli utenti, ha attivato un account di prova che per una “mamma conservatrice” nella Carolina del Nord e su questo account, in neanche una settimana di presenza sul social network, ha ricevuto diversi contenuti riguardanti QAnon, la teoria della cospirazione che sosteneva falsamente che Trump stesse affrontando un’oscura cabala di pedofili democratici.

 ‘Carol’s Journey to QAnon’

L’account Facebook della donna immaginaria di nome Carol Smith aveva seguito le pagine di Fox News e Sinclair Broadcasting e in pochi giorni, Facebook avrebbe raccomandato alla donna pagine e gruppi relativi a QAnon. Entro tre settimane, l’account Facebook di ‘Carol Smith’, «È diventato un flusso costante di contenuti fuorvianti, polarizzanti e di bassa qualità».

«Sappiamo da oltre un anno che i nostri sistemi di raccomandazione possono condurre molto rapidamente gli utenti verso teorie e gruppi cospirativi», ha affermato il ricercatore.

Poi la zampata di Trump

Misure di emergenza per le elezioni, sul come rimuovere la disinformazione degli elettori e bloccare gli annunci politici per «ridurre le possibilità di violenza e disordini». I problemi sono nati nel momento in cui Trump ha scritto su Facebook e Twitter la frase: 

“Stanno cercando di rubare le elezioni”.

Oltre Trump il peggio di fb

Il 5 novembre, allarme di un dipendente di Facebook che la disinformazione sul voto era “evidente”. Peggio, «i commenti con le frasi più gravi venivano amplificati appositamente per apparire in cima ai thread dei commenti, diffondendo informazioni imprecise». «C’era anche una frangia di incitamento alla violenza».

L’assalto della Befana, fb ‘radio’ degli eversori

La mattina del 6 gennaio, con i manifestanti radunati vicino al Campidoglio degli Stati Uniti a Washington, alcuni dipendenti di Facebook hanno notato e segnalato che i commenti degli utenti sui post che incitavano alla violenza erano aumentati quella mattina. Ma nulla è stato fatto. E tentato golpe fu.

‘Whistleblower’ al Washington Post

‘Whistleblower’, intraducibile in Italiano, qualcosa come ‘gola profonda interna, denuncia al Washington Post. E qui la manipolazione via social diventa anche sanguinaria. La violenza nei confronti dei rohingya in Birmania, pilotata anche sul social dalla giunta militare: cosa di cui i vertici di Facebook avevano le prove. Complicità in genocidio, denuncia Giovanna Branca sul Manifesto.

‘Stampare soldi nel seminterrato’

Ricordate la Russia sostenitrice di Trump? Facebook nell’occhio del ciclone per lo scandalo dell’interferenza russa nelle elezioni Usa del 2016. Il suo responsabile della comunicazione Tucker Bounds:  «Sarà un fuoco di paglia – avrebbe detto Bounds secondo il whistleblower –, qualche deputato si arrabbierà, e poi nel giro di un paio di settimane si interesserà a qualcos’altro. Ma intanto noi stampiamo soldi nel seminterrato. Va tutto bene».

La lista degli esenti alla regole

Esisteva anche una ‘whitelist’, lista bianca privilegiata rispetto alla blacklist resa pubblica da The Intercept, che prendeva di mira principalmente musulmani, latini, neri. Licenza che esonerava il sito di estrema destra di Bannon, Breitbart News e altri editori selezionati dalle norme della piattaforma contro la diffusione di notizie false. 

«Vuoi cominciare una guerra con Steve Bannon?», avrebbe chiesto il direttore del Public policy team Joe Kaplan a un dipendente che aveva messo in discussione questa indulgenza nei confronti di alcune figure e organizzazioni.

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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