Facebook Papers: la macchina dell’odio via Social che rende soldi e sostiene despoti. Stati uniti, India e Filippine

da Remocontro, 27 novembre 2021

Metaimperi. La macchina dell’odio via Social che rende montagne di soldi per l’impero di Mark Zuckerberg (e non solo). Tre esempi. Stati uniti- Il viaggio di Carol Smith verso il mondo di QAnon. India- La macchina dell’odio contro i musulmani. Duterte- la persecuzione di opposizione e stampa. La denuncia degli algoritmi complici di Facebook divulgati da Haugen e raccontati da Giovanna Branca sul manifesto.
Budget fb per la lotta alla disinformazione: l’87% va agli Usa mentre il 13% è distribuito al «resto del mondo».

Stati uniti, nel mondo di QAnon

Carol Smith, una madre conservatrice del North Carolina, si iscrive a Facebook nell’estate del 2019. Fra i suoi interessi indica la politica e il cristianesimo – e segue le pagine di Fox News e Donald Trump. In appena due giorni il social, fra i suggerimenti “offerti” agli utenti su cosa e chi seguire, inserisce molti gruppi e pagine di QAnon. Suggerimenti che Carol non raccoglie – ma nel giro di poche settimane il suo feed viene comunque inondato di «gruppi e pagine in violazione delle stesse regole di Facebook, comprese quelle sull’hate speech e la disinformazione». L’esperienza di Carol è un martellamento continuo di «contenuti violenti, estremi, complottisti».

«Viaggio di Carol», raccontato da Nbc

Il suo è un finto account creato da un ricercatore di Fb proprio per studiare il funzionamento dell’algoritmo. Quello stesso ricercatore posta sull’account a uso interno della compagnia i risultati dell’indagine, analoga a decine di analisi simili condotte dagli analisti di Fb. Il «viaggio di Carol», raccontato da Nbc, si annida fra i documenti interni divulgati da Haugen. Nel 2020 l’Fbi inserisce QAnon fra le «minacce interne» degli Usa: a quel punto ormai ci sono migliaia di gruppi ispirati al ‘movimento’ attivi sul social. E quando la piattaforma decide di inserirlo nella lista nera, scrive una ricercatrice di Fb, «sapevamo da più di un anno che il nostro ’sistema di raccomandazioni’ spingeva gli utenti verso frange sempre più estreme».

India – Macchina dell’odio contro i musulmani

Sono 340 milioni gli utenti delle varie piattaforme di Facebook in India, che ne fanno il mercato più grande della compagnia di Mark Zuckerberg. Ma al paese asiatico è dedicata solo una minima percentuale del budget fb per la lotta alla disinformazione, che per l’87% va agli Usa mentre il 13% è distribuito al «resto del mondo». In India la moderazione è resa ancor più difficile dalle 22 lingue parlate nel paese, e come scrive il «New York Times» «i problemi di Facebook in tutto il subcontinente presentano una versione amplificata delle questioni che affronta nel mondo».

Decine di allarmi inascoltati

Sono decine i documenti interni della piattaforma che sollevano preoccupazioni sull’India, dagli account del partito hindu del premier Modi per fare propaganda elettorale alla disinformazione sulla pandemia. Il problema sollevato già nel 2019 da un gruppo di ricercatori di Facebook andato a fare studi sul campo, è però quello dell’incitamento alla violenza, della diffusione dei contenuti d’odio e delle fake news sulla popolazione musulmana. Nel Bengala occidentale il 40% dei contenuti più visualizzati nel periodo elettorale erano «falsi/inautentici». E gli «account test» in pochi giorni sono stati sommersi da video, foto e contenuti contro i musulmani, alcuni estremamente cruenti che circolavano liberamente sul social.

Duterte, Filippine degli omicidi di Stato

Prima ancora dello scandalo rappresentato dai Facebook Papers, la compagnia era stata obbligata da pressioni crescenti a fare i conti con il proprio ruolo nelle Filippine. Nel 2020 aveva disattivato tutti gli account falsi che facevano propaganda per il presidente Rodrigo Duterte e la sua sanguinosa «guerra alla droga» e diffondevano disinformazione, che sono risultati essere legati ai corpi militari e della polizia del Paese. «L’esistenza di questo network è stata rivelata e portata all’attenzione del mondo e di Facebook da gruppi di attivisti e dal sito di informazione ‘Rappler’ cofondato da Maria Ressa, vincitrice il mese scorso del Nobel per la pace».

Dittatore social a fine mandato

La reazione di Duterte è stata dura (ma solo a parole) con Facebook, accusato di sostenere l’opposizione di sinistra: «Sono io che vi permetto di operare qui. Non potete impedirmi di sostenere gli obiettivi del governo». Molto peggio è andata a Ressa, perseguitata da Duterte e dai suoi sostenitori fin dal 2016, con 10 mandati d’arresto e continui insulti e diffamazioni online – in particolare proprio su Facebook. 

Persecuzione dell’opposizione raccontata dalla nobel personalmente a Zuckerberg. «Gli ho spiegato che il 97% dei Filippini che hanno internet sono su Facebook. E lui mi ha fatto una domanda. Ha detto solo: ’aspetta: e il restante 3% che fa?’».

Più miliardi che coscienza e dignità

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Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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