Facebook Files, le rivelazioni che fanno tremare il social miliardario. «Così l’odio crea profitti»

da Remocontro, 5 ottobre 2021

37 anni, ex dipendente, ha raccolto e pubblicato decine di documenti segreti. La “talpa” che sta facendo tremare il gigante dei social network è uscita allo scoperto. Tra le accuse: “Facebook ha allentato il controllo delle fake news per interesse”.
Nei giorni scorsi l’inchiesta Facebook Files ha rivelato come Facebook avvantaggi gli utenti più potenti e i politici nella moderazione dei loro contenuti.

«Così l’odio crea profitti»

Si chiama Frances Haugen, ha lavorato per due anni come ingegnere informatico addetta ai dati interni dell’azienda, e non ne poteva più delle ingiustizie che vedeva consumarsi sotto i suoi occhi. Così ha raccolto decine di documenti, li ha passati al Wall Street Journal e infine “ci ha messo la faccia” in un’intervista a “60 Minutes” in onda su CBS News. E lì ha sganciato la bomba: «Facebook ha sempre mostrato di preferire il profitto rispetto alla sicurezza degli utenti», ha dichiarato. Un po’ la scoperta che l’acqua troppo calda brucia, ma per l’immagine del social abilmente costruita e accuratamente difesa, è stato un colpo durissimo.

Accuse documentate

Secondo quanto riportato dall’ex dipendente e quanto riferisce Ilaria Betti sull’HuffPost, il social media aveva adottato sistemi di sicurezza per controllare la disinformazione prima delle elezioni presidenziali del 2020, ma poi li aveva allentati di proposito «dando priorità alla crescita piuttosto che alla sicurezza». E qui arriva il colpo più duro. Proprio l’abbandono di tali sistemi di sicurezza sarebbe corresponsabile anche dell’assalto al Congresso del 6 gennaio scorso. «Avevano pensato che se avessero cambiato gli algoritmi per rendere il sistema più sicuro, la gente avrebbe speso meno tempo sui social, avrebbero cliccato meno le inserzioni pubblicitarie e Facebook avrebbe fatto meno soldi», ha dichiarato la Haugen.

John Tye e la ‘Whistelbower Aid’

Tutto è cominciato quando John Tye, fondatore dell’organizzazione nonprofit “Whistelbower Aid”, è stato contattato da una donna che sosteneva di aver lavorato a Facebook. Che non fosse una cliente qualunque Tye e il suo team lo hanno capito alla vista di centinaia di pagine di documenti interni e fino a quel momento “segreti”, custoditi gelosamente dal più influente social network del mondo. Da lì l’operazione ‘WikeLeaks Facebook’, e Frances Haugen diventa “Sean”, nome di copertura come nella vere storie di spie. «Una persona coraggiosa – così la descrive oggi l’avvocato al New York Times -. Si è presa un rischio personale e si è schierata contro un’azienda da trilioni di dollari».

Ma chi è davvero Frances Haugen?

Trentasette anni, di professione product manager, ha lavorato per circa due anni nel “civic misinformation team” di Facebook, la squadra contro la disinformazione, le fake news, prima di lasciare il suo posto di lavoro a maggio, e lei stessa, sul sito personale web e su Twitter si descrive come “un avvocato per la sorveglianza pubblica dei social media”. Nativa di Iowa City, ha studiato ingegneria elettronica all’Olin College e il dottorato ad Harvard. Ha poi lavorato in aziende come Google, Pinterest e Yelp. A giugno 2019 si è spostata a Facebook. E lì ha iniziato ad avere dei problemi.

Intervista a ’60 minuti’

Nell’intervista a “60 Minutes” spiega di aver lavorato in diversi social network nella sua carriera ma di non aver mai trovato una situazione peggiore di quella di Facebook. Astio personale per qualche ragione recondita? Lai sostiene che a farle orrore era quello che vedeva ogni giorno con i suoi occhi: «l’azienda metteva ripetutamente i suoi interessi prima di quelli del pubblico». Quindi ha iniziato a copiare pagine e pagine di ricerche interne per avere dei documenti concreti da mostrare eventualmente in un’aula di tribunale. Una Assange dei social. E molti dei documenti segreti sono stati, pian piano, passati al The Wall Street Journal che ha potuto pubblicare inchieste interessanti e utili, come quella del potere di Instagram sulle teenager.

Le denunce inascoltate

«Non ha avuto paura di parlare, Frances», esalta Ilaria Betti. Nell’intervista a “60 Minutes” Haugen racconta di aver presentato diverse denunce alla Sec, la Consob americana, nelle quali accusava il social di aver nascosto le sue ricerche e i suoi studi agli investitori e al pubblico. Ogni lettera indirizza all’organismo faceva un paragone tra le prese di posizione pubbliche di Mark Zuckerberg e i dati interni che l’azienda possedeva.

Con Trump per Capitol Hill

Poi l’accusa più grave. Facebook avrebbe contribuito anche alla diffusione di fake news durante le elezioni e l’assalto a Capitol Hill. «Mentre pubblicizzava il suo impegno contro la disinformazione e gli estremismi nati dalle elezioni del 2020 e la relativa insurrezione, in realtà Facebook sapeva benissimo che i suoi algoritmi e le sue piattaforme promuovevano questo tipo di contenuti», si legge in una di queste denunce clandestine. «Facebook ha fallito nel prendere contromisure interne».

Senatori Usa e poi in Europa

L’ex dipendente ha poi parlato con diversi senatori, come Marsha Blackburn del Tennessee e Richard Blumenthal, democratico del Connecticut e anche con loro ha condiviso i documenti. Blumenthal dice che fin dall’inizio la Haugen si è mostrata una fonte attendibile e solida. Ma non si è fermata qui. Si è confrontata anche con avvocati in Francia e Gran Bretagna, così come con membri del Parlamento Europeo.

Perché? Trasparenza reale di Facebook

Perché fa tutto questo? In un video postato su Whistleblower Aid, Haugen afferma che il suo scopo non è quello di far fallire Facebook o di assestargli un duro colpo, anche perché quest’ultimo comunque non risolverebbe i tanti problemi dell’azienda. Afferma che il suo obiettivo ha a che fare solo con la trasparenza. «Credo che potremmo fare di meglio – si legge nel suo tweet -. Insieme possiamo creare un social media che tiri fuori il meglio di noi. Possiamo risolvere i problemi insieme, non risolviamoli da soli».

La reazione di Facebook ‘missionaria’

La reazione di Facebook non si è fatta attendere. Nick Clegg, vice presidente della sezione “Global affairs”, ha inviato ai dipendenti un memo di 1500 parole in cui si preannunciava che quello che la “gola profonda” avrebbe detto alla trasmissione sarebbero state accuse “fallaci”. E alla CNN ha difeso poi l’azienda, con una trovata quasi poetica sul presunto ruolo quasi missionario del social.

La piattaforma riflette il “bello, il brutto e il cattivo dell’umanità” ma fa di tutto per “mitigare il brutto, ridurlo e amplificare ciò che c’è di buono”.

Esclusi per un giorno

Quasi un castigo della Rete. Facebook, WhatsApp e Instagram escluse ieri dalla Rete planetaria in Europa e negli Stati Uniti, hanno valutato un danno di 6 miliardi di dollari. E’ stata la peggiore interruzione di servizio dal 2008. Facebook e le sue app Instagram e WhatsApp hanno lentamente ripreso a funzionare dopo un blackout di circa sette ore in Europa e negli Stati Uniti. Lo riportano il New York Times e altri media Usa.

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Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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