Change.org: Facciamo finalmente della RAI un servizio pubblico. No ai privatizzatori.

RAICAVALLORoma, 23 novembre 2013 – Per decenni la RAI è stata privatizzata: metà ai partiti, l’altra metà ai pubblicitari. Gli uni e gli altri hanno cercato di farne uno strumento docile per i loro interessi. Lottizzandola i primi, riempiendola di “spazzatura” i secondi, in concorrenza con Mediaset. A dispetto delle convenzioni e dei contratti di servizio che la vorrebbero al servizio dei cittadini, la RAI non è mai stata un vero servizio pubblico. “No, non è la BBC”, cantavamo qualche hanno fa, con invidia. Poi dall’invidia sono nate delle proposte di legge, che ancora, in Parlamento, nessuno prova almeno a discutere. Svendere ora la RAI, sia pure in parte, non vuol dire solo spegnere la speranza di fare di questa nostra azienda un vero servizio pubblico che, sul modello della BBC e di altre televisioni europee, metta la qualità professionale al di sopra dei profitti. Vuol dire  anche rinunciare all’effetto trainante che la concorrenza del servizio pubblico può esercitare sulla tv commerciale, lasciare campo libero ai produttori di “spazzatura”. Articolo 21, con la collaborazione di altre libere associazioni di cittadini e di  un gruppo di parlamentari  che ad essa fanno riferimento, è determinata ad opporsi a qualsiasi forma, vecchia o nuova, di privatizzazione, per  fare finalmente della RAI un bene comune.

Firmiamo la petizione su Change.org.

Giovanni Valentini, editorialista La RepubblicaP.S. Poche ore dopo aver pubblicato questo articolo ho letto con piacere sulla Repubblica, nella rubrica “Il Sabato del villaggio” di Giovanni Valentini, l’editoriale intitolato “Un bollino di qualità per tutta la tv pubblica”. Nel testo, che condivido in pieno, si parla anche di una lettera inviata alla presidente della RAI, Anna Maria Tarantola, con cui l’EBU (European Broadcasting Union) esprime la sua “netta contrarietà” all’ipotesi di distinguere con un bollino di diverso colore  i programmi prodotti con i proventi del canone da quelli prodotti esclusivamente con i ricavi pubblicitari, sottolineando che “non è prevista da nessun servizio pubblico europeo rappresentato da questo organismo internazionale”. Un bollino di qualità, semmai – osserva Valentini – dovrebbe essere applicato a tutti i programmi della tv di Stato, compresi quelli di intrattenimento, “per esigere e certificare un livello di contenuti adeguati al suo ruolo e alla sua funzione”.

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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