Europa senza futuro

Roma, 26 febbraio 2020 – Non lo dico io, lo scrive Romano Prodi nell’editoriale del Messaggero di oggi, commentando il mancato accordo sull’aumento dello 0,74% del bilancio UE che pure sarebbe stato “del tutto inadeguato rispetto alle nostre minime esigenze”. A porre il veto, “con il tacito appoggio della Germania”, Austria, Olanda, Danimarca e Svezia. Ciò “rende impossibile una qualsiasi evoluzione positiva della politica europea” in quelle sfide che la dimensione nazionale non è in grado di affrontare: “dalla difesa all’immigrazione, dai nuovi orizzonti della ricerca alla protezione dell’ambiente”.

Perciò “è inutile che la Commissione Europea proponga progetti necessari e coerenti per l’ambiente e la nostra sicurezza”. Ed ecco la “semplice conclusione” di chi, come Prodi, ha svolto in passato un ruolo di primissimo piano nell’integrazione europea e nell’ingresso dell’Italia nell’Unione monetaria: l’attuale processo decisionale, in cui il potere si accentra nel Consiglio Europeo con il “veto” a disposizione di ogni singolo paese “non è compatibile con le decisioni che debbono essere prese per garantirci qualche prospettiva per il futuro”.

Perché, sembra chiedersi l’ex presidente della Commissione, ne’ il Parlamento né la Commissione medesima si ribellano a questo stato di cose? Mi piacerebbe sapere che cosa ne pensano i nostri europeisti “senza se e senza ma”, dalla Bonino a Calenda, di queste autorevolissime affermazioni e se, concordando, intendono trarre qualche conclusione operativa da questa presa d’atto della realtà.

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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