Etiopia in frantumi: stato d’emergenza. L’Africa che ci sta esplodendo in faccia

da Remocontro, 3 novembre 2021

Le forze tigrine conquistano due centri strategici lungo la strada per Addis Abeba. E il premier Abiy Ahmed dichiara lo stato di emergenza e rivolge un drammatico appello alla nazione: “Combattere tutti per difendere l’Etiopia”. Oltre la cronaca l’analisi-allarme dell’Ispi, Studi di politica internazionale.
ll conflitto minaccia di destabilizzare la seconda nazione più popolosa dell’Africa. Secondo valutazioni degli esperti, sembra improbabile che i combattimenti possano lasciare il campo ad una soluzione negoziale.
Coinvolgimenti internazionali per ora rilevati, Emirati arabi ed Eritrea.

L’Etiopia in frantumi: guerra e fame

Le forze del Fronte di liberazione del Tigray (Tplf) hanno annunciato la presa di Dessie e Kombolcha, due centri nevralgici lungo la strada per Addis Abeba, alimentando il timore che possano arrivare a minacciare la capitale dell’Etiopia. Spinta decisiva l’alleanza con l’Esercito di Liberazione Oromo, che persegue l’indipendenza dell’Oromia, la regione più densamente popolata dell’Etiopia. La strada che unisce Addis Abeba a Makallé, capoluogo del Tigray, vitale per i rifornimenti della capitale. Una situazione che ha portato il primo ministro etiope Abiy Ahmed a dichiarare lo stato d’emergenza e a rivolgere un drammatico appello alla nazione.

«Usate qualsiasi tipo di arma per bloccare la spinta distruttiva, per capovolgerla e seppellirla», ha esagerato il premier, con tono da guerra civile a fomentare odi tribali.

Diritti umani a rischio

Nessuna minaccia su Adiss Abeba, la capitale, da parte Tigray, ma solo rompere l’assedio che stava strangolando e affamando la loro terra, replicano le forze ribelli. Il conflitto, esploso nel settembre 2020 sulla scia della pandemia ma legato alle restrizioni del governo centrale contro la aspirazioni di autonomia del popolo del Tigray, ha assunto ormai le dimensioni di una guerra.

2,7 milioni di sfollati e i morti per fame

Le Nazioni Unite stimano che dal novembre 2020 a oggi i combattimenti abbiano causato oltre 2,7 milioni di sfollati interni e migliaia di profughi. A giugno scorso, le organizzazioni umanitarie stimavano che almeno 400.000 persone rischiano di morire di fame in quella che si appresta a diventare la terza peggior carestia della storia dell’Etiopia e una delle peggiori in Africa dal secondo dopoguerra.

Timori internazionali e impotenza

Nei mesi scorsi, le Nazioni Unite hanno puntato il dito contro il governo etiope, responsabile di bloccare cibo, aiuti e medicine destinati alla popolazione del Tigray. In un’indagine condotta dall’Ufficio per i diritti umani delle Nazioni Unite e dalla Commissione etiope, si accusa il governo centrale di aver volontariamente ostacolato le comunicazioni ed espulso giornalisti e operatori dell’informazione per coprire abusi e crimini di guerra commessi nel Tigray.

Prossima offensiva su Addis Abeba?

Nel paese si moltiplicano le voci di una prossima offensiva sulla capitale. Ieri, come riporta la stampa locale, le forze di sicurezza hanno arrestato numerose persone di etnia tigrina mentre il primo ministro Abiy ha accusato “combattenti stranieri” non meglio identificati di sostenere il Tplf. Intanto, continuano i bombardamenti su Makallé (il capoluogo tigrino) e altri centri del nord. Le forze governative hanno il controllo dei cieli.

l’esercito eritreo sarebbe supportato anche da droni forniti dagli Emirati Arabi Uniti e governati da basi nella vicina Eritrea.

Il Nobel per l’ex pace

Ad appena un mese dal giuramento di Abyi Ahmed, per un secondo mandato alla guida autoritaria del paese, la situazione del governo del discusso Nobel per la pace appare confusa, mentre il conflitto minaccia di destabilizzare la seconda nazione più popolosa dell’Africa, un tempo considerata dall’Occidente un alleato stabile in una regione storicamente instabile.

Mediazione di chi e verso quale obiettivo?

Secondo valutazioni degli esperti, sembra improbabile che i combattimenti possano lasciare il campo ad una soluzione negoziale. Secondo Uoldelul Chelati Dirar, Professore Associato di Storia e Istituzioni dell’Africa all’Università di Macerata:

«Una vittoria delle forse tigrine, che controllano tutti i centri strategici e le vie di approvvigionamento mentre il governo centrale è arroccato ad Addis Abeba e nel sudovest dell’Etiopia, è ormai più che verosimile. I toni drammatici del discorso del premier Abyi Ahmed lo dimostrano: il governo è allo sbando. Unica variabile è quella dell’Eritrea. Anche se il governo di Asmara appare in ritirata strategica. Pronto, nel caso in cui il Tplf marci su Addis Abeba, a fronteggiare un eventuale aggressione sul proprio territorio».

LE GUERRE IN AFRICA

(31 Stati e 289 tra milizie, gruppi terroristi-separatisti-anarchici coinvolti)

  • Burkina Faso (scontri etnici), 
  • Egitto (guerra contro militanti islamici ramo Stato Islamico), 
  • Libia (guerra civile in corso), 
  • Mali (scontri tra esercito e gruppi ribelli), 
  • Mozambico (scontri con ribelli RENAMO), 
  • Nigeria (guerra contro i militanti islamici), 
  • Repubblica Centrafricana (spesso scontri armati tra musulmani e cristiani), 
  • Repubblica Democratica del Congo (guerra contro i gruppi ribelli), 
  • Somalia (guerra contro i militanti islamici di al-Shabaab), 
  • Sudan (guerra contro i gruppi ribelli nel Darfur), 
  • Sud Sudan (scontri con gruppi ribelli)

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Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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