Erri De Luca sul palco insieme ai rifugiati per denunciare la tortura

De Luca Erri Carceri e Cie sono i “luoghi dell’infamia” di oggi, che riprendono le tracce della colonna infame narrata da Manzoni. Cir, LasciateCIEntrare e Antigone insieme per chiedere l’introduzione del reato di tortura

ROMA, 26 giugno 2013 –  “Da noi il reato di tortura non esiste, ma la pratica della tortura si”. Lo scrittore Erri De Luca testimonial d’eccezione contro la tortura, parla così alla platea del teatro Palladium di Roma.  Il suo monologo spazia dalla caserma di Bolzaneto e le violenze del G8, al carcere con “l’ammucchiamento e l’ammassamento di corpi in una singola cella, la tortura della scatola di sardine per cui molti si ammazzano”, ai centri di identificazione e di espulsione. I Cie sono “i campi di concentramento organizzati dalla legge Turco Napolitano e dalla Bossi Fini, luoghi gratuiti dell’infamia che non identificano e non espellono”.

In occasione della Giornata internazionale a sostegno delle vittime di tortura, ieri sera al Palladium è andato in scena un unico evento che ha visto unite tre organizzazioni,Consiglio italiano per i rifugiati, la campagna LasciateCIEntrare e Antigone, per altrettanti temi che coinvolgono la tortura e i trattamenti inumani e degradanti: le violenze subite dai rifugiati, il razzismo istituzionale dei Cie e le condizioni disumane delle carceri italiane. Dopo gli interventi degli organizzatori per sensibilizzare su questi temi, Jean Leonard Touadì, che ha presentato la serata, ha introdotto il webdoc “Inside Carceri” realizzato da Antigone. A seguire il monologo di Erri De Luca scritto per la campana LasciateCIEntrare e lo spettacolo “Di Untori e Altri Demoni”, a cura del Cir, con la regia di Nube Sandoval e Bernardo Rey.

Protagonisti sul palco 15 rifugiati, sopravvissuti a esperienze di tortura e violenza estrema, che per 5 mesi hanno partecipato al laboratorio di riabilitazione psico-sociale promosso nell’ambito del progetto “Together with Vi.To”. – progetto di Accoglienza e Cura delle Vittime di Tortura del CIR.
Secondo il Cir la tortura fa “ancora troppe vittime e ancora troppo silenzio”. Per denunciarla non solo come pratica diffusa in paesi lontani ma anche come fenomeno presente in Italia, nei Centri di Identificazione ed Espulsione e nelle carceri, è nato l’evento teatrale con le altre associazioni.

L’Italia purtroppo non può ancora dirsi libera dalla tortura- scrivono gli organizzatori in una nota – non ha introdotto la tortura come un reato specifico nel suo codice penale, nonostante l’obbligo direttamente derivante dalle Convezioni internazionali”. Secondo i dati di Amnesty International sono 112 i paesi dove nel 2012 si è praticata la tortura o trattamenti inumani o degradanti. “E un rifugiato su tre, tra quelli che arrivano nel nostro paese, ha personalmente subito esperienze di tortura”, specifica il Cir che nel corso di 17 anni ha assistito circa  3.000 persone sopravvissute a torture, di cui attualmente ci sono in carico circa 600 nuclei familiari di richiedenti asilo e rifugiati che hanno subito questo tipo di violenze.

“La tortura mira alla distruzione dell’identità delle sue vittime e ha un effetto dirompente sulla psiche di chi la subisce, determinando veri e propri stati di frammentazione psichica” spiega il Cir.  Di qui la necessità di usare il linguaggio metaforico del teatro per ricomporre l’identità spezzata e la biografia di queste persone.

Di Untori e Altri Demoni”, è uno spettacolo a due binari, che si affiancano e si integrano fra loro. Da una parte la “Storia della Colonna Infame” in cui vengono narrati i fatti accaduti nel 1630, in una Milano che, devastata dalla peste, perseguitava tutti coloro ritenuti a torto o a ragione untori. Venivano così accusate, torturate e uccise, persone innocenti. E la persecuzione continuava dopo la morte: prima con la demolizione della casa e poi con l’erezione di una colonna, una colonna infame, come simbolo in grado di ricordare ai posteri la colpa, la condanna e la pena degli accusati. Dall’altra parte, ci sono gli “attori-rifugiati”, che in un binario parallelo, ci raccontano tratti della loro vita, dei loro sogni, delle loro frustrazioni e speranze al giorno d’oggi. Della loro fuga  e della loro angoscia di essere ritenuti i nuovi untori.

Nel corso della serata sono state anche raccolte le firme per tre proposte di legge popolare per l’introduzione del reato di tortura nel codice penale. L’iniziativa si chiama: “Tre leggi per la giustizia e i diritti: tortura, carceri, droga”. (Raffaella Cosentino)

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Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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