Erdogan despota anche in economia: Lira e Borsa precipitano, l’inflazione vola, Turchia a rischio

Piero Orteca su Remocontro, 17 gennaio 2022

La Bank of England è la prima banca centrale del G7 ad alzare i tassi d’interesse nell’era della pandemia. Quella turca è invece l’unica al mondo che continua imperterrita ad abbassarli pur in presenza di un’inflazione a due cifre. La sterlina si rivaluta, la lira turca precipita.
La guerra contro l’inflazione col rischio recessione da Pandemia che attanaglia tutte le economie. Il presidente turco o genio o pazzo, mentre il Paese e la condizione di vita della parte più povera della popolazione è ormai sull’orlo del tracollo.

‘Black friday’ finanziario turco

La Turchia ha vissuto ieri il suo “black friday” finanziario, che potrebbe essere il termometro di crisi altrettanto nere nell’immediato futuro. A cominciare dalla politica. I numeri, come al solito, sono inappellabili e fotografano una situazione di emergenza, per usare un eufemismo. La borsa di Istanbul, sospesa due volte per eccesso di ribasso, alla fine è crollata di schianto, perdendo l’8,5%. La stessa cosa ha fatto la valuta nazionale, la lira turca, svalutatasi sul dollaro di un altro 8%. E questo nonostante i massicci interventi della Banca centrale, che ha cercato di arrestare l’emorragia.

Il ‘genio economico’ contro tutti

Il colpevole? Secondo tutti gli analisti, lo sprovveduto “regista” di codesta mezza catastrofe (mezza per ora) è proprio “lui”: Recep Tayyip Erdogan, Presidente turco dalla sfrenata ambizione, che però spesso lo porta a scantonare. Nel caso specifico, Erdogan, che sogna le vesti damascate di un sultano della Sublime Porta, giovedì ha imposto alla sua Banca centrale di abbassare i tassi di interesse. “Per favorire uno sviluppo accelerato del Paese”, che quest’anno, però, avrà già un rimbalzo del Pil dell’8%. Piccolo dettaglio: in questi giorni tutto il pianeta sta facendo il contrario, perché avanza a grandi passi l’inflazione.

L’inflazione mangia tutto

E in Turchia? L’inflazione non avanza, galoppa. Fino a ieri eravamo al 21,3%, ma dopo la decisione di ieri sul fuoco dell’asimmetria finanziaria, il rialzo dei prezzi batterà tutti i record, meno quello dell’Argentina, che viaggia oltre il 50%. E imprenditori e lavoratori, senza distinzione, dovranno mettere d’accordo il pranzo con la cena. A meno che Erdogan non faccia marcia indietro. Sì, perché dal punto di vista politico, quando mancano pane e companatico, ci si muove sul filo di un coltello.

Rimpianti del laicismo di Ataturk

Kemal Ataturk ha laicizzato la Turchia quanto basta e il movimento islamico non è né “durissimo” e manco “purissimo”. Insomma, messi alle strette, in molti potrebbero cambiare presto bandiera. Il Paese è esattamente spaccato a metà, e non ci vorrebbe molto a vedersi rivoltare contro una larga fetta di coloro che per ora ti sostengono. O ti sopportano. Ma, oggettivamente, la crisi finanziaria turca è molto difficile da controllare. Il Paese ha alti tassi di indebitamento in valuta straniera, che aumentano mentre la lira si indebolisce. Mentre la “potenza di fuoco” della sua Banca centrale, la disponibilità di oro e divise pregiate estere, sembra limitata.

‘New economy’ il salsa ottomana

Comunque, il problema principale è sempre e solo politico. Le manie di grandezza di Erdogan lo portano a privilegiare filosofie economiche “espansive”, che non tengono assolutamente in considerazione le specifiche della congiuntura attuale. Lui non cambia economia, cambia i ministri, privilegiando, evidentemente, quelli che gli dicono “yes sir”. Così ha fatto, recentemente, col Ministero delle Finanze, “dimissionando” il titolare, Lutfi Elvan, che non condivideva le sue visioni, che potremmo definire di “new economy” in salsa ottomana.

Rischio panico, non solo economico

Al suo posto è arrivato Nureddin Nebbati che, ci pare di capire, abbia condiviso in pieno, visti i risultati, i teoremi del Presidente. Adesso bisognerà vedere se al “crash” seguirà un altro “crash” e poi il “panicking”, con imprenditori e risparmiatori che scappano da tutte le parti. E quelli Erdogan non li ferma, né coi proclami e manco coi carri armati. Ma solo cercando di interpretare il suo ruolo di politico e lasciando l’economia a chi la sa fare.

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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