Emergency, il mio amico Gino Strada, l’Afghanistan 2001 e le guerre

di Ennio Remondino, 29 agosto 2021

Stavo scrivendo della televisione che va alla guerra, quando l’esplosione delle due torri di New York ha esportato la guerra in Afghanistan e ho dovuto seguirla. Ne è nato il prologo ad un volume oggi quasi d’antiquariato, «Medici di guerra, inviati di pace. Un altro Afghanistan», pubblicato da Emergency con la Guerini e associati, dedicato alle vittime di tutte le guerre. Drammaticamente attuale 20 anni dopo, anche se oggi mi mancano alcuni amici di allora, Gino Strada per primo, e l’altro genovese, Giulietto Chiesa. Sugli amici afghani oggi in guai indicibili, il magone che mi stringe la gola impedisce anche alla mano di scrivere, anche ad evitare il rischio di trasformarli, proprio io, in nemici da uccidere per i ritornati taleban.

Vauro dall’Afghanistan, stesso libro

Autunno 2001, valle del Panshir, Afghanistan, alle porte di Kabul

Stavo ragionando e scrivendo di come la guerra e la televisione, o l’informazione se preferite, vadano ormai a braccetto: la guerra che produce comunicazione e questa ultima che commercializza la guerra.

Lo scenario che avevo della mia esperienza personale era soprattutto balcanico: quattro anni di assedio di Sarajevo, le conquiste croate in Slavonia e nelle Krajne, i bombardamenti Nato sulla Serbo-Bosnia, i 250mila morti in Bosnia-Erzegovina e milioni di profughi in tutta la vecchia Jugoslavia, il Kosovo e Methochia e le sue pulizie etniche incrociate e contrapposte, i tre mesi di bombardamenti della Nato sulla Jugoslavia, la crisi aperta in Macedonia. Guardando oltre l’uscio di casa avevo seguito anche le guerre contro l’Iraq,  i massacri dimenticati del Kurdistan, la seconda tragica Intifada del popolo palestinese. Tutte le guerre vicine degli ultimi dieci anni, accompagnate da un’unica, costante perplessità: se sia possibile fare informazione onesta in guerra.

Il mio libro ho finito di scriverlo praticamente in Afghanistan, scroccando qualche ora di energia elettrica per il computer dall’abitazione personale di Gino Strada, a tre passi dall’ospedale di Emergency ad Anabah, dove la valle del Panshir si perde nell’altopiano di Kabul. A Emergency e a Gino Strada debbo qualche pastasciutta, un lussuoso cesso alla turca e qualche volta una doccia dal secchio, ma calda. Nelle interminabili notti di bombardamenti, discutevamo a lungo con gli amici di Emergency, e le idee che stavo macinando sulle guerre e l’informazione trovavano soltanto conferme.

Gino Strada, che le conseguenze delle guerre le affronta in sala operatoria, è probabilmente un “pacifista integrale” e le guerre le condanna tutte e comunque. Io, che più modestamente le guerre le racconto, le considero solitamente inutili. Inutili come forse inutile è lo sforzo di raccontarle nella loro oggettiva mostruosità, nelle loro contraddizioni evidenti, a sollecitare il dubbio più delle certezze.

Di giornalismo militante e ora militarizzato, in tuta mimetica e stellette, ne ho fin sopra i capelli. Purtroppo sarà sempre peggio. La televisione che va alla guerra incassa “audience”. La guerra, se raccontata in un certo modo dalla televisione, incassa a sua volta il consenso di opinione pubblica necessario per andare avanti, per raggiungere gli obiettivi in genere nascosti che si era posta. I generali più avvertiti lo sanno bene: nei paesi dove il potere politico si regge sul consenso elettorale, le guerre, che sono il massimo della “real-politik”, debbono essere sempre ammantate di “ideal-politik”. Mettere la foglia di fico a coprire le “vergogne”, insomma.

Forse è per questo che è stato inventato l’ossimoro della “guerra umanitaria”

Vorrei conoscere quella testa d’uovo che ha inventato la definizione di “effetto collaterale” e imporgli qualche settimana di volontariato negli ospedali di Emergency sparsi nelle guerre del mondo, per toccare con mano cosa siano veramente i loro dannati “effetti collaterali”.

Scartabellando tra qualche segreto a margine dell’Alleanza atlantica, scopri che il “controllo dell’informazione” è considerato strategico: “funzione di comando” che richiede la stessa attenzione che si ha nel muovere l’artiglieria, i cacciabombardieri o i tank. Lo insegnano alla “scuola di guerra”, ma non è materia di alcuna scuola di giornalismo. All’accademia militare di Annapolis studiano la “Infowar”, la “Ciberwar”, e l’impronunciabile “disinfointainement”, la disinformazione attraverso i talk show da intrattenimento, mentre noi giornalisti siamo ancora alle regole dell “cinque W”: chi, cosa, dove, come e perché sarebbe accaduto un fatto.

Con Gino, Giulietto, Vauro, Maso, Marco e gli altri di Emergency ci accanivamo a discutere sulla libertà di informazione e la guerra. E a ripensarci oggi, stavamo sfogliando il manuale da “Giovani marmotte” delle nostre personali e diverse idealità.

“L’informazione è una vera e propria arma”, spiegava il generale Colin Powell durante la Guerra del Golfo, prima di togliersi la divisa e fare la guerra in Afghanistan come Segretario di Stato. Il generale Sullivan, capo di Stato Maggiore dell’US Army, è stato ancora più categorico: “Possedere l’informazione, sul campo di battaglia equivale a possedere la vittoria”.

I generali purtroppo ne sanno molto più di noi. Su un manuale per ufficiali di carriera ho letto una volta alcuni titoli: propaganda, guerra psicologica, pubbliche relazioni, evento, opinione pubblica, target, immagine, persuasione, formazione del consenso. Temo abbia ragione il vecchio reporter di guerra Peter Arnett, quello delle cronache color verde marziano dai bombardamenti su Baghdad. “Il sogno dei generali è quello di non avere stampa attorno”, scriveva su questa guerra in corso. Oppure, aggiungo io, di avere soltanto giornalisti trombettieri, pronti a suonare l’inno nazionale e a scattare sull’attenti: “Signorsì”.

Vivendo guerre, scrivendo e invecchiando, ho concluso che la guerra in televisione (e sui giornali) non ha famiglia, nasce orfana e muore senza figli. La guerra non ha mai un’origine che valesse la pena raccontare prima.

La guerra dura sino a che durano le immagini televisive che la raccontano. Dove sono finiti ora l’Afghanistan e soprattutto la gente afghana? Le guerre invisibili non si raccontano, quindi non esistono. Quando muore, la guerra non lascia orfani, strascichi, conseguenze che valga la pena di raccontare successivamente, così che ogni guerra, anche se scaturisce sempre da una precedente, appare nuova di zecca, bella e pronta per essere proposta come una novità attorno cui raccogliere le nostre attenzioni e per stupirci.

La guerra in televisione è come un verbo irregolare che deve essere declinato con regole sue. La guerra ha soltanto l’indicativo presente. Non c’è passato prossimo o remoto, e non c’è il tempo futuro. Anche il condizionale è sconsigliato, soprattutto quando parli di ragioni e di torti, di conseguenze e di vittime. La guerra ha bisogno di Buoni e di Cattivi, senza toni di grigio a suscitare dubbi. La guerra è certezza. La guerra pesa sul genere femminile, ma è sempre maschia. La guerra è sempre voluta dal Cattivo e “subita” dal Buono. La guerra non è mai una scelta, ma un dovere imposto dalla storia. La guerra, per chi la combatte, è sempre patriottica, o idealistica o umanitaria. La guerra, per la televisione e l’informazione, è l’avvenimento di maggiore ascolto i cui costi principali sono sopportati da altri.

Fosse vero che le bugie hanno le gambe corte, tutto ciò che riguarda le guerre raccontate in televisione e sui giornali rischierebbe di muoversi come un lombrico. Il resto l’ho scritto su di un altro libro. 

                                                                                                               

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Un Saluto Bambino di Riccardo Mannelli

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