Elezioni presidenziali/ Quanto pesa la lista dei nomi

di Sergio Labate, da “Libertà e Giustizia” , 26 dicembre 2021

Le elezioni del Presidente della Repubblica non sono semplicemente dei grandi riti della politica. Scandiscono i tempi – approfittando della durata settennale – e restituiscono plasticamente le tendenze. Un po’ come l’opportunità di uscire per un attimo dal posto in cui siamo per poterlo fermare, fotografare, contemplare, studiare. Per capire ciò che siamo diventati, magari senza essercene accorti. 

Quello che vorrei proporre qui è un semplice gioco del tempo: un confronto di elenchi. Più precisamente le liste dei nomi che vengono presi in considerazione – anche soltanto per essere “bruciati” – per quella carica così prestigiosa. Abbiamo un motivo in più per fare questo gioco: complice la proroga del Presidente Napolitano, negli ultimi nove anni abbiamo avuto a che fare con tre elezioni differenti. Non sono stati nove anni routinari. 

2013: rielezione di Napolitano. Continuazione, sotto altre forme, delle larghe intese

Nell’aprile del 2013, quando si svolsero le elezioni, c’era ancora Monti a curare l’ordinaria amministrazione del governo (pochi giorni dopo arrivò Letta). Ma soprattutto la traiettoria del suo governo si era sfracellata contro la marea grillina, che poche settimane prima aveva modificato radicalmente il quadro politico. L’elezione del Presidente della Repubblica fu la prima occasione per testare la solidità della “novità” professata dal M5S. Come sappiamo, l’esito di quelle elezioni fu una continuazione, sotto altro nome, delle larghe intese.

La rielezione di Napolitano rappresentò forse il punto d’inizio di un’auto delegittimazione del ceto politico, che si dimostrò incapace di esercitare una mediazione e assumere in autonomia una scelta. Che chiese a gran voce di essere messo sotto tutela. E l’ottenne.

Tutte cose che, viste con la distanza di oggi, appaiono non episodi, ma strategie di lunga durata (da cui non siamo affatto usciti: speriamo che l’emergenza sanitaria non segua l’esempio dell’emergenza politica, ormai diventata la normalità). Ecco, partiamo allora con il primo elenco (in ordine alfabetico e senza considerare i candidati di bandiera): Amato, Bonino, Cancellieri, D’Alema, Gianni Letta, Marini, Monti, Prodi, Rodotà, Zagrebelsky. Tutti ricordiamo, di quei pochi giorni, la delusione rispetto a un nome autoreferenziale del ceto politico come Marini, i 101 franchi tiratori nei confronti di Prodi, la campagna per fare in modo che il Pd accettasse il nome di Rodotà, candidato dal M5S, lo sgomento per il gioco dell’oca che riportò Napolitano al posto in cui già stava.

La prima cosa che salta agli occhi, se proviamo a rileggere quei nomi, è che quasi tutti loro fossero esponenti dell’area di centro sinistra, specie dopo l’età barbarica di Berlusconi. Ciascuno con biografie differenti, certo. Anche criticabili. Ma personalità che avevano legato la loro storia politica al servizio delle Istituzioni. Esse rappresentavano un’area del Paese che appariva allora largamente maggioritaria e che, se posso dir così, cercava nel Presidente della Repubblica non tanto una figura super partes – che, come è noto, non esiste, tutti proveniamo da qualche parte – ma una figura fedele alla Costituzione.

la pervicace resistenza del Pd ad aderire alla candidatura di Rodotà

La seconda cosa che salta agli occhi è ancora la pervicace resistenza del Pd ad aderire alla candidatura di Rodotà, esattamente per gli stessi motivi per cui tanta gente chiedeva di farlo. Perché quella candidatura avrebbe significato un elemento di discontinuità rispetto al moderatismo delle larghe intese a cui il Pd sembrava ormai aderire come fosse una seconda pelle (e qui è inutile ricordare come finisce la storia, o meglio: che questa storia non è ancora finita). Certo, a discolpa di Bersani c’è da ricordare che era da poco terminato lo squallido spettacolo del dileggio da parte dei grillini di fronte al tentativo di costruire una maggioranza politica. Una scelta che appariva già grave allora – nella forma e nella sostanza – ma che appare imperdonabile dopo ciò che è accaduto in seguito.

Poco tempo dopo, Napolitano si dimise. Siamo nel gennaio del 2015. La situazione politica è cambiata non nella preferenza per le grandi intese, ma perché il Pd, a seguito delle dimissioni di Bersani, si consegna senza alcuna resistenza all’abbraccio mortale con Renzi, che ne diventa Padre Padrone, ottiene la testa di Letta al governo, porta a termine l’opera di demolizione culturale all’interno di quel partito (“portare a termine” vuol dire una cosa ben precisa: che egli è uno degli ultimi responsabili, ma non certamente il primo né l’unico). Il narcisismo carismatico di Renzi ottiene come effetto che queste elezioni siano, in effetti, il rovescio di quelle precedenti. Quanto quelle erano state caotiche, queste sembrano definite. Il nome di Mattarella viene preservato e successivamente giocato con molta attenzione. Ma la lista dei nomi c’è sempre: Amato, Castagnetti, Draghi, Gentiloni, Martino, Mattarella, Monti.

2015: A distanza di un anno e mezzo il Paese sembra cambiato.

Alcuni papabili sono usciti dai radar, altri sono entrati. Quelli che escono corrispondono a un profilo istituzionale molto preciso: intellettuali che hanno prestato le loro competenze alla politica o politici il cui spessore culturale è tale da non renderli semplicemente funzionari di partito o appartenenti alle burocrazie. Quelli che entrano appaiono, invece, non soltanto appartenere a un’area politica che ha introiettato il conservatorismo come cifra culturale, ma anche a un mondo – quello delle grandi burocrazie europee, per esempio – che improvvisamente si mostra come un attore il cui consenso è più importante del consenso popolare. Al Pd non si chiede ormai più nulla: Renzi l’ha esplicitamente trasformato. Non si può deludere chi è ancora ostaggio del disincanto.

Ma in quell’anno e mezzo è cambiata l’Italia? È diventata anch’essa più “moderata” e più attenta al consenso delle élites? La risposta, prorompente e chiara, arriverà negli anni successivi, grazie soprattutto al fallimento del referendum costituzionale di Renzi e alle elezioni politiche del 2018. Il distacco popolare vissuto durante l’elezione del 2015 era suscitato così più da una sorta di rassegnazione, che di adesione. Era inedia, non sazietà. Forse uno degli errori compiuti da Renzi fu proprio questo: aver creduto che la lucidità della sua strategia per l’elezione di Mattarella corrispondesse agli umori del Paese. Che era quello che il Paese voleva semplicemente perché era quello che lui voleva.

2022: Amato, Berlusconi, Cartabia, Casellati, Casini, Draghi, Moratti. Davvero c’è poco da dire.

Siamo arrivati all’elenco di questi giorni. Elenco ancora del tutto implausibile, come sappiamo. Che però ha già un significato politico e culturale definitivo, se vale ciò che sto cercando di dimostrare. Ecco i nomi più citati: Amato, Berlusconi, Cartabia, Casellati, Casini, Draghi, Moratti. Davvero c’è poco da dire. Il primo sta sempre lì e comunque cade sempre in piedi: negli stessi giorni potrà diventare Presidente della Corte Costituzionale. Il secondo è Berlusconi. Berlusconi. Il solo fatto che di questa candidatura si possa parlare, che venga proposta e sia poi ricevuta senza che nessun leader di partito si mostri imbarazzato è uno stigma che lascia intuire la gravità di ciò che è accaduto in questi anni.

Gli altri sono personalità la cui storia s’incrocia solo recentemente con le istituzioni repubblicane e, piuttosto, s’identifica con gruppi di potere e oligarchie. Certo, quest’analogia non li pone tutti sullo stesso piano. Ciò è evidente. Ma dal punto di vista dei riferimenti essenziali e della rappresentanza mi pare che le cose siano molto chiare. Quei riferimenti a una cultura delle istituzioni e a un’area politica ben precisa, che nove anni fa apparivano ancora prevalenti, oggi sono completamente scomparsi.

I partiti che nel 2013 avevano agito con una dialettica piena di promesse (mancate) si presentano adesso con un’adesione chiara a un’idea di società che avrebbero dovuto arginare. Il M5S – che a quei tempi aveva squarciato la discussione rendendo possibile immaginare la candidatura di Rodotà – è diventato un partito intrinsecamente “elitista” e accetta, come fosse una faccenda pacifica culturalmente e scontata politicamente, non soltanto di orientarsi a votare un candidato di “centro destra”, ma addirittura di non scandalizzarsi al nome di Berlusconi.

Il Pd dell’era Letta sembra pronto a votare un candidato vicino culturalmente al centro destra

Il Pd dell’era Letta serve solo a sciogliere ogni residuo dubbio – se ve ne sono ancora – circa il fatto che il suo problema non era certo Renzi. Anzi, Renzi è figlio della mutazione culturale del Pd. Da questo punto di vista, al di là dell’oggettiva differenza di stile tra Letta e Renzi, non sembra cambiato nulla rispetto a sette anni fa. Il Pd sembra pronto a votare un candidato che sia vicino culturalmente al centro destra, sia esso il tecnico Draghi o la sottile sintesi di molti centri di interesse e potere come è Cartabia. Ed è pronto a farlo per un motivo semplicissimo: perché è un partito che appartiene ormai a quell’area culturale, che pensa la società in quel modo lì, che si rivolge a quelle stesse parti del Paese per ottenerne il consenso, disprezzando tutte le altre.

Diranno che sono troppo cupo e troppo in anticipo

Mi rendo conto che molti, nel leggere queste righe, diranno che sono troppo cupo e troppo in anticipo. Può darsi e, per certi versi, è ciò che voglio sperare. Ma sono abituato a osservare i fatti politici con lo sguardo lungo della cultura. E la crisi della politica, come non mi stanco di ripetere, è una crisi di rappresentanza: esclusione di buona parte delle persone portatrici di interessi legittimi dal gioco democratico della rappresentanza; divaricazione tra le classi sociali a cui la politica si rivolge e le classi sociali di cui la politica si disinteressa, senza troppi scrupoli di coscienza.

Questo gioco di elenchi da confrontare si è dimostrato assai efficace nel dirci dove stiamo andando e dentro quale traiettoria va inserita la partita politica della Presidenza della Repubblica. Nove anni fa appariva ancora qualche oasi. Un anno e mezzo dopo avanzava il deserto. Ora non sembra esserci altro, oltre questo deserto.

Come si fa a non morire, se nessuno prova a organizzare la sete dei tanti che hanno bisogno di bere? A rappresentare coloro che sono stati in questi nove anni espulsi dai giochi? Il peggio che possa capitare, nel deserto, non è di aver sete ma di dimenticarsi di averla. Non smettere di porsi queste domande è l’unico modo per non ingannare la propria sete, credo.


Articoli recenti:

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: