Economia della ‘scarsità’. Meno vaccini più virus. Meno fertilizzanti e agricoltura, più fame

Antonio Cipriani su Remocontro, 16 gennaio 2022

Carenza non solo di vaccini per i Paesi poveri. Meno fertilizzanti, meno prodotti agricoli e molto più cari. Raccolti di tre volte inferiore, mentre i prezzi dei prodotti alimentari dovrebbero aumentare nella stessa proporzione.
Comincia a mancare tutto quello che ci vorrebbe per far funzionare, in modo ottimale, il sistema produttivo mondiale. Dalla scarsità di energia, di materie prime e microchip, ora si aggiunge il forte rincaro dei fertilizzanti che potrebbe mettere in crisi l’agricoltura.

Raccolti ridotti di un terzo, prodotti tre volte più cari. Per chi può. Chi non può non mangia.

The shortage economy

Una delle ultime copertine dell’Economist aveva un titolo molto significativo: “The shortage economy”. Cioè, l’Economia della scarsità. Nel senso che, ormai, comincia a mancare tutto quello che ci vorrebbe per far funzionare, in modo ottimale, il sistema produttivo mondiale.

La Pandemia e le fragilità

La pandemia ha sconvolto “cicli” consolidati da decenni, smascherando fragilità che si credevano ormai relegate nei libri di storia economica. I lockdown, le quarantene, le indispensabili restrizioni imposte a interi settori industriali, la crisi delle reti trasportistiche, hanno mandato in tilt il mercato delle materie prime e dei semilavorati. Specie quelli a tecnologia fine e ad alto valore aggiunto, come i microchip, che in alcuni casi sono diventati quasi introvabili. Col risultato di bloccare, sistematicamente, le catene di montaggio automobilistiche in tutto il mondo. Incidendo anche, pesantemente, sulla produzione di beni di consumo durevoli, riguardanti l’elettronica e la telecomunicazioni. E quando un mosaico, come il sistema sociale ed economico planetario, non è incollato per bene, allora tutte le tessere che lo compongono traballano.

Non solo Coronavirus

Certo, il Coronavirus ha avuto un ruolo importante, nel demolire tutte le certezze del mondo finanziario e industriale, che si credevano consolidate. Ma, ai danni del Covid-19, si sono poi sommati quelli derivanti dei giochini dei palazzi della politica (internazionale). In primis, i pastrocchi combinati nel settore dell’energia (gas e petrolio), vero campo (non tanto) neutro, dove regolare i conti di partite strategiche giocate su altri tavoli. Nel ragionamento metteteci pure il carbone, così capirete perché il G20 di Roma, sul clima, abbia fatto un buco nell’acqua, e la COP26 di Glasgow sia stata un mezzo flop.

La catena di Sant’Antonio dei prezzi

Si parlava, all’inizio, di “scarsità”. Beh, oggi quella che sinceramente fa più paura, anche se dalle nostre parti ancora se ne discute poco, è quella dei fertilizzanti, il cui prezzo è salito alle stelle. Per colpa del costo del gas (è una Catena di Sant’Antonio…) che serve a produrli. Strano, vero? Forse ci si sarebbe aspettati di sentire qualcos’altro. Ma, credeteci, il problema è grande quanto l’Everest.

I più poveri tra virus, fame e fuga

Secondo la BBC, che alla crisi ha dedicato un report, i Paesi più poveri del mondo rischiano di morire letteralmente di fame. In queste aree, la quantità dei raccolti potrebbe essere di tre volte inferiore, mentre i prezzi dei prodotti alimentari dovrebbero aumentare nella stessa proporzione. Una tenaglia mortale, insomma, che potrebbe indurre intere popolazioni ad abbandonare i territori che non sono più in grado di sostentarli.

Multinazionali e prezzi

Solo nel 2020, la multinazionale “Yara” ha dovuto aumentare i prezzi dei suoi fertilizzanti del 255%.
Il problema vero è che la carenza di alcuni fattori-chiave per la produzione, sia agricola che industriale, hanno ricadute diverse sulle macro-aree geografiche del pianeta. Se in Europa e nell’America del Nord, tutto questo vuol dire rallentare la ripresa post- pandemia, in Africa e in gran parte dell’Asia un tale scenario diventa, semplicemente, questione di vita o di morte.

Multinazionali e fame

C’è una bella differenza, tra una scarsità di generi alimentari che provoca un rialzo dei prezzi e, quindi, dell’inflazione e, invece, una quasi assoluta mancanza di cereali di base, che possiamo senz’altro definire “carestia”. Ecco, questo secondo scenario, è quello che si teme possa verificarsi, nel breve periodo, in molti Paesi a basso reddito pro-capite. Perché, quanto più forti sono i danni collaterali della crisi pandemica, nelle aree del pianeta maggiormente industrializzate, tanto più devastanti saranno gli effetti, economici e soprattutto sociali, nel Sud del Mondo.

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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