E ora liberate Khalid (che scrive un appello a Napolitano e inizia uno sciopero della fame)

Liberiamoli tutti gli immigrati che hanno cercato nel nostro paese accoglienza e rifugio da una tragedia ancora più grande. Liberiamoli tutti, se non è possibile da quei centri, almeno dalle vergognose condizioni in cui sono costretti a vivere quotidianamente e non soltanto per la disinfestazione, anche se quelle immagini girate col telefonino hanno avuto il merito di richiamare l’attenzione del mondo. Quanto all’avvocato Khalid, merita la stessa solidarietà che hanno avuto i colleghi sequestrati nei teatri di guerra. L’articolo 21 vale anche per lui (nandocan). 

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di Valerio Cataldi, 19 dicembre 2013* – “Il mio nome è Khalid, vengo dalla Siria. Mi rivolgo a Lei Presidente Giorgio Napolitano, aiuti i siriani.” Khalid è in sciopero della fame e della sete, chiede aiuto al Capo dello Stato con un video appello e con una lettera, inviata direttamente al Quirinale: “ci aiuti ad andare via da questa isola, dove siamo trattenuti da sessantasette giorni”. Il giovane avvocato che ci ha consentito di guardare i “trattamenti sanitari” cui vengono sottoposti i migranti, parla a nome di altri sette siriani, arrivati tutti sullo stesso barcone il 3 ottobre scorso, che hanno scelto di collaborare con la giustizia, di denunciare lo scafista palestinese e che ora aspettano, contano i giorni, senza avere alcuna indicazione di quando verranno ad interrogarli per l’incidente probatorio.

Un appello al Capo dello Stato che ha parlato di Lampedusa “diventata il simbolo di un dramma migratorio” ma “voglio che sia soprattutto un simbolo di impegno umanitario e solidale del nostro Paese, che non può essere messo in ombra e screditato da episodi inammissibili come quello avvenuto in questi giorni alla luce”. Quegli episodi inammissibili di cui parla il presidente Napolitano ce li ha mostrati Khalid che è ancora prigioniero a Lampedusa. Nonostante le ritorsioni e le minacce subiti per un atto di coraggio e di giustizia. Hanno passato sessantasette giorni nel centro di Lampedusa dove il sovraffollamento ha raggiunto picchi di milletrecento presenze. Hanno dormito per quindici giorni all’aperto, sotto la pioggia e la stessa situazione si ripete, ogni volta che arrivano altri barconi ed il centro torna a riempirsi.

“Rifiutiamo il cibo e l’acqua. Da oggi siamo in sciopero della fame e della sete. E lo faremo  finché non verremo trasferiti”. Scrivono così Kalid ed i suoi compagni: “ci trattengono senza dirci nulla, ma cosa abbiamo fatto di male?” Veniamo dalla Siria dove c’è la guerra. Abbiamo famiglia, abbiamo figli, sorelle, fratelli che sono ancora lì, da soli. Ogni giorno la mia famiglia chiama e mi chiede”cosa succede? Cosa stai facendo a Lampedusa?” io gli rispondo che “non faccio nulla sto solo aiutando la polizia, da due mesi.”

Vede questi siriani Presidente, non vogliono più mangiare. È a Lei che ci appelliamo: Please help us. Per favore ci aiuti. Grazie”.

* da articolo21, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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