oltre il PD

Si ferma il Brancaccio ma la parola resta ai cittadini

***Roma, 14 novembre 2017. – Con dispiacere molti di noi hanno letto ieri sul sito dell’Alleanza Popolare per la democrazia e l’uguaglianza, una lunga spiegazione di Tomaso Montanari dei motivi per cui il cammino avviato il 18 giugno scorso al teatro Brancaccio di Roma viene interrotto dagli stessi promotori e la grande assemblea nazionale convocata per il 18 novembre viene annullata. 

La motivazione, in sintesi, è che “quella che doveva essere una bella assemblea civica e programmatica rischia di trasformarsi in uno scontro tra partiti” e “in questo clima esasperato, l’organizzazione leggerissima su cui possiamo contare ci avrebbe impedito di garantire un andamento democratico e sicuro di questo incontro cruciale”.

Ma c’è di più. “Le scelte dei vertici dei partiti che avevano aderito al percorso (opposte nella direzione, ma simmetriche: e accomunate dal totale disinteresse per un processo trasparente, democratico e partecipato) – aggiungono Montanari e Falcone- rendono ormai comunque irraggiungibile l’obiettivo dichiarato e unico dell’appello di giugno, e di tutto il nostro impegno: la creazione di una lista unica a sinistra davvero innovativa e non solo partitica”. 

D’altronde il rischio di perdere una scommessa certamente ambiziosa era già stato messo in conto dallo stesso Montanari nell’affollatissima manifestazione di inizio estate. Una lista comune della sinistra alternativa al Pd in grado di raggiungere alle elezioni politiche del marzo prossimo una percentuale di voti a due cifre – questo l’obbiettivo dichiarato – non era facile da ottenere senza un accordo preventivo del popolo dei comitati per il NO con i partiti tradizionali. Un conto infatti è mettere insieme qualche centinaio o migliaio di cittadini in cento piazze d’Italia, un altro conto mobilitare una fetta di elettorato di quelle dimensioni. 

La democrazia partecipata costa. Sacrifici di tempo e denaro. Chiede pazienza e determinazione, ciò che è sempre stato difficile ottenere dall’elettore medio. Affollare un teatro non basta, tanto più che anche tra il pubblico che affollava il Brancaccio la grande maggioranza era già stata probabilmente impegnata nella politica attiva, militanti delusi del Pd o di uno dei tanti partiti e movimenti della sinistra radicale. Quanto all’elettore apolitico, difficile che non fosse già tra gli sfiduciati dell’astensione o reclutato dalla protesta dei Cinquestelle. La galassia delle associazioni è certamente vasta, ma chi come me ne fa parte sa bene quanto sia difficile anche soltanto riempire la sala di un convegno o di una conferenza.

I bravissimi Montanari e Falcone si aspettavano forse che gli scissionisti vecchi e nuovi del PCI- PDS-DS prima e del Pd poi avrebbero rinunciato a muoversi autonomamente in vista delle elezioni politiche, per sciogliersi nelle cento piazze da loro convocate e infine nella grande assemblea popolare del 18 novembre. 

Questo passo indietro non c’è stato né poteva esserci, anche se tutti hanno considerato preziosa l’iniziativa avviata al Brancaccio, non soltanto per l’aiuto dato alla mobilitazione dei cittadini ma anche per i contributi di idee e di proposte offerti al programma. Perché Montanari e Falcone chiedevano altro. Intendevano “includere i partiti in un progetto su base civica. 

Avevamo – ha precisato il professore nell’intervista di oggi al Fatto Quotidiano – delle richieste precise, tra cui far scegliere candidatura e leader alle assemblee. E una serie di condizioni: tenere nelle liste almeno il 50 per cento di persone mai state in Parlamento, e il 50 per cento di donne. In più, avremmo proposto a una libera assemblea di non candidare chiunque avesse avuto incarichi di governo”.

Il conseguimento di una lista comune di tutta la sinistra richiedeva da parte di tutti gli interessati all’impresa non solo la buona volontà che in parte è mancata, ma soprattutto compiti di mediazione e coordinamento che era difficile delegare a collettivi più o meno improvvisati. Ciò non toglie che la spinta del Brancaccio abbia comunque già prodotto dei risultati nella ricerca di una nuova sinistra italiana. 

“Io non mi arrendo – ha dichiarato oggi Nicola Fratoianni, segretario di Sinistra italiana, intervistato da Il Fatto Quotidiano – penso ci siano ancora le condizioni per un campo comune, visto che condividiamo la stessa prospettiva politica”. Le nostre liste unitarie usciranno – assicura Fratoianni – da “un percorso aperto a tutti: 100 assemblee in tutte le province del Paese. Per partecipare basta condividere il documento politico che abbiamo scritto insieme…sono sicuro che il Brancaccio sappia far pesare la sua voce”.  E a marzo quelle liste verranno comunque giudicate dai cittadini. 

I leader di MdP, SI, Possibile e delle altre organizzazioni che aderiranno alla coalizione non saranno – io credo – così autolesionisti da far prevalere una spartizione di posti sulle attese di rinnovamento della rappresentanza politica che infiammavano la platea del Brancaccio.

Democrazia: la politica si cambia dal basso

***Roma, 30 novembre 2017 – Penso che abbiano fatto bene quanti nei partiti della sinistra alternativa al PD hanno apprezzato e appoggiato l’iniziativa avviata al teatro Brancaccio di Roma a inizio estate.

Penso che abbiano fatto male i gruppi dirigenti di quei partiti che l’hanno accolta come una semplice adesione alla loro trattativa per una lista unitaria.

Penso che abbiano fatto male Tomaso Montanari e Anna Falcone a interrompere il percorso felicemente intrapreso annullando l’assemblea già annunciata per il 18 novembre. Non avrebbero dovuto stupirsi che partiti organizzati con una storia, uno statuto e una rappresentanza parlamentare rifiutino di essere collocati sullo stesso piano di associazioni e altri soggetti non meglio definiti.

Penso che facciano male i gruppi dirigenti di quei partiti che non hanno ancora preso atto della sfiducia crescente nella loro capacità o volontà di rinnovarsi, quella sfiducia che induce gran parte degli italiani a ripiegare sull’astensione o ad affidarsi ai Cinquestelle. Ma sbagliano ancora di più se ritengono di poter fare a meno della partecipazione democratica. E si illudono se credono di poter far uso dei social network solo come dei sondaggi, per annusare di tanto in tanto l’aria che tira.

Penso perciò che farebbero bene a recuperare quel dialogo permanente con la società, anche e soprattutto a livello locale, che rappresentava in passato la forza dei grandi partiti di massa. Sono almeno dieci anni, da quando stavo ancora nel Pd, che insisto su questa “mission impossible” con scarsi risultati. Ma resto sempre più convinto che la politica italiana cambierà a partire dal basso. Oppure non cambierà affatto. Se non in peggio.

Ai compagni e agli amici che come me hanno dato vita a una delle 100 piazze italiane “per la democrazia e l’uguaglianza” ripeto che anche il successo di questo movimento non solo non può fare a meno del contributo politico e organizzativo dei partiti della sinistra, ma è incompatibile con una condanna indiscriminata del loro passato.  Del resto, questo  spazio è già occupato dai Cinquestelle. Mentre noi avremmo la prospettiva per me sciagurata di due liste insignificanti e la percentuale a due cifre dei seggi auspicata da Tomaso Montanari e Anna Falcone al Brancaccio ce la potremo scordare.

Giusto invece, secondo me, chiedere ai partiti primarie aperte per tutte le candidature alla lista unica. Non solo per l’elettorato attivo ma anche per quello passivo. In misura significativa e con pari possibilità di successo. Naturalmente su un programma condiviso, alternativo alla  politica del PdR. Ma questo è già stato sottoscritto da ambo le parti. Non è un obbiettivo facile considerato che anche fra MDP, Sinistra Italiana e Possibile l’intesa appare tutt’altro che solida. Ma per la sinistra tutta è  forse l’ultima occasione. Uniti non per vincere ma per attuare finalmente la Costituzione che insieme abbiamo salvato con il No al referendum. Non perdiamola.

Democrazia forzata

Roma, 18 gennaio 2018 – Una regola che ogni giornalista dovrebbe tenere a mente è che non sono mai le domande “cattive” quelle che mettono in imbarazzo l’intervistato, ma le domande che l’interlocutore non si aspetta, alle quali non si è preparato. Meglio ancora se non le attende neppure il pubblico, che avrebbe finalmente occasione di apprendere qualcosa di nuovo. Ma è regola che seguono in pochi e vorrei provare a spiegare perché. 

Prendiamo ad esempio l’intervista di Bianca Berlinguer a Pierluigi Bersani, l’altra sera su “Cartabianca”. Potrebbe apparire un dialogo tra sordi la ripetizione ossessiva di certe domande nei talk show delle reti televisive. In questo caso, quella sul “voto utile” che si avrebbe col ritorno degli scissionisti nel grembo renziano del Pd. Il conduttore conosce perfettamente  la risposta che Bersani ha dato in precedenza altre decine di volte. Il voto utile non ci sarebbe perché l’elettore di Liberi e Uguali non voterebbe mai un’alleanza col Partito di Renzi, dal quale oggi si sente tradito. Le interviste dovrebbero allora chiarire ciò che di concretamente nuovo e diverso intende proporre la sinistra di Leu per evitare in futuro la medesima accusa di tradimento. Ma raramente succede perché lo show, con il suo coro di applausi o di “sentiment”, è impegnato a rappresentare la vivacità dello scontro molto più che ad approfondire le sue motivazioni.

Aggiungo che la politica spettacolo, l”infotainment, sembra far comodo a tutti: ai talk show che trasformando lo studio televisivo (come la politica) in un ring fanno salire gli ascolti, ai politici che non devono preoccuparsi di quello che dicono ma piuttosto di apparire disinvolti e aggressivi, ai giornalisti che possono fare a meno di prepararsi sui nodi intricati della politica e sui precedenti del politico da intervistare, al pubblico che non ha modo o tempo di annoiarsi tifando per gli uni o per gli altri. La linea è questa: esaltare le divergenze e i personalismi, promuovere lo scontro verbale, semplificare e banalizzare al massimo le posizioni al preciso scopo di provocare  e mettere l’uno contro l’altro. Detto brutalmente, speculare sull’ignoranza e sul pregiudizio anziché cercare la verità per correggerli.

Non solo in tv. Nelle prime pagine dei giornali si può far leva su una battuta infelice per indirizzare politicamente il lettore. Quella sulla “razza bianca” del candidato di Forza Italia per la regione Lombardia, Attilio Fontana, era di certo una battuta razzista, tanto più quando ha provato a  scusarsi accostandola a un articolo della Costituzione, che invece obbliga esattamente al contrario di quanto da lui sostenuto, non discriminare nessuno per motivi razziali. Deplorevole ma non una notizia. Quello che pensano elettori e candidati della destra leghista in fatto di relazioni con gli immigrati di ogni colore è ormai arcinoto. La stupida dichiarazione (un lapsus, secondo l’autore), sfuggita alla bocca di Fontana non aggiungeva gran che di scandaloso. Repubblica però ne ha preso pretesto per un titolone su quattro colonne in prima pagina: “Difendo i bianchi”, scontro su Fontana (prima riga). Appello di Gori a Leu: non deve vincere (seconda riga), dove naturalmente la seconda riga era assai più importante della prima..

Ma un uscita così scoperta può essere controproducente. E’ vero che tutti i giornali sono in crisi. Su blitzquotidiano.it leggo tuttavia che “il dato che colpisce di più è la continua erosione di Repubblica. Siamo a quota 163 mila. Esattamente 163.238.  Da quota 198.765 di un anno fa sono più di 35 mila copie di calo. Siamo vicini alle vendite della Stampa, scesa nel periodo di sole 6 mila copie da 124.400 a 118.600. Pensare che una volta Repubblica vendeva quasi il doppio della Stampa”. Con la nuova grafica c’è stato un aumento di duemila copie circa, ma forse la nuova grafica non basta, se è vero come credo che non sono i lettori che hanno abbandonato Repubblica, è Repubblica che ha perso di vista i suoi tradizionali acquirenti. 

Già con l’arrivo di Calabresi ma soprattutto nelle ultime settimane il quotidiano di De Benedetti ha lasciato per strada molti dei suoi lettori più fedeli, non più disposti a seguirla in una campagna mediatica a fianco del partito di Renzi. Che la Repubblica “ha perso la sua identità” lo ha ripetuto ieri sera, intervistato dalla Gruber a “0tto e mezzo”, l’editore che l’aveva fondata con Eugenio Scalfari nel 1976 e poi sostenuta per quarant’anni. Può darsi che “i rapporti, i giudizi,le iniziative di Carlo De Benedetti” siano “fatti personali dell’ingegnere”, come ha reagito l’attuale direzione. E non c’è motivo di dubitare che il giornale abbia “sempre avuto a cuore la propria indipendenza e goduto di una totale libertà di scelta”.  Ma forse è proprio questa “libera scelta” che ha allontanato i lettori.

L’equivoco Renzi

Roma, 27 gennaio 2018  – “Notte tra urla e pianti in cui si è sfiorata la scissione: nasce il PdR di Renzi”. Questo, stamani, il titolo de La Stampa. In fondo non mi dispiace che l’equivoco di Matteo Renzi leader di sinistra, equivoco in cui non sono mai caduto fin dagli inizi della sua resistibile ascesa (cfr Dossier Renzi), si vada dissipando anche per i più moderati commentatori.

“Posti sicuri soltanto ai fedelissimi” (Repubblica). “Spazio ai fedelissimi (scommettendo sulle larghe intese”(Corsera). “Renzi impone i suoi nelle liste Pd” (Il Fatto Quotidiano). C’è chi soltanto oggi si arrende all’evidenza. In realtà l’obbiettivo principale dell’ex sindaco di Firenze, ex premier, segretario del Pd  è stato fin dagli inizi quello di rottamare la sinistra all’interno del suo partito.

Ci è riuscito sfruttando abilmente il consenso del ceto medio cattolico moderato, le simpatie dei “poteri forti” e di gran parte del sistema mediatico, ma soprattutto le primarie “aperte” imposte agli iscritti, che, al modico prezzo di due euro + un’autodichiarazione, permettevano anche ad elettori di centrodestra di facilitargli la scalata al potere. Poi, con l’aiuto di uno statuto verticistico e ultramaggioritario introdotto da Veltroni, ha gradualmente ma inesorabilmente operato una trasfusione di sangue a tutto il partito. E mentre scappavano, senza destare preoccupazione, iscritti ed elettori delusi da una politica ostile ai sindacati e molto apprezzata da Confindustria, Matteo cercava di compensare le perdite con i simpatizzanti di Alfano, di Verdini e di Berlusconi, sperando di sostituire questi ultimi nel consenso elettorale.

L’esito del referendum sulla “deforma” costituzionale e una serie di sconfitte alle parziali amministrative ha fatto capire che non sarebbe andata così.  E che volendo rottamare la sinistra, Renzi avrebbe finito col rottamare l’intero Pd, magari illudendosi di sostituirlo, sull’esempio francese di Macron, con un partito personale. Lo ha fatto capire a tutti meno che alla minoranza interna che, con le eccezioni di Civati e Fassina e dei rispettivi sostenitori , ha resistito fino all’estremo nella speranza di indurre Renzi a modificare, almeno in parte, la linea del partito e la politica di governo. Di convincerlo insomma ad abbandonare un ostinato atteggiamento di irrisione e di chiusura nei loro confronti. 

La scissione di Articolo 1 MdP è arrivata. Purtroppo in ritardo per riuscire a recuperare, prima delle prossime elezioni politiche, la fiducia dei milioni di lavoratori che votavano un tempo a sinistra. Sappiamo che molti di loro continuano a riporre fiducia nelle promesse dei Cinque Stelle. Personalmente non credo che prima del 5 marzo sarà possibile cambiare idea per chi, come me, giudica incerto e inadeguato  il loro contributo dato in questi anni alle istituzioni.

“Liberi/e e Uguali” è, per il programma (che allego) e la serietà dei suoi candidati, la sola formazione che può offrire una speranza di riscatto a chi intende ancora lottare per un superamento delle gravi disuguaglianze cresciute con le politiche di questi anni.

“So’ tutti eguali”?

Roma, 24 febbraio 2018 – “Sono tutti uguali”. Badate, non in base alla Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo che ci proclama tutti “Liberi e Uguali”, anche se ahimè non lo siamo, ma con riferimento alla corruzione diffusa nel mondo politico. Di fatto, se non  sempre coscientemente, sembra essere questa la convinzione di fondo che ispira il commento mediatico al dibattito politico italiano. Non senza un certo compiacimento, a volte, da parte degli stessi commentatori. 

Che in  questa brutta campagna elettorale  ciò traspaia soprattutto nella critica ai Cinque Stelle, come un tempo avveniva con la “diversità” del PCI, la sostanza non cambia. E poiché si dice che il giornalista deve essere “cane da guardia” e non “cane da salotto”, potrebbe addirittura sembrare che questo atteggiamento faccia parte dei doveri professionali. E’ giusto così?

Me lo chiedo perché la correità generale si accorda perfettamente con il pregiudizio popolare secondo cui “la politica è una cosa sporca”, i politici “so’ tutti eguali”, “il più pulito ha la rogna” ecc. Tanto più quando il pregiudizio non è applicato con equanimità “anglosassone” a tutte le parti politiche, ma strumentalmente dosato a seconda della linea politica del giornale. Col risultato probabile che a pagarne il prezzo siano soprattutto i candidati che non dispongono del sostegno dei media. Oppure – e non so quale delle due sia la conseguenza peggiore – che siano invece i giornali a perdere di credibilità.

Intendiamoci. L’accanimento nei confronti dei Cinque Stelle, per cui è sufficiente l’iscrizione di un candidato nel registro degli indagati per scatenare il sarcasmo universale è perfettamente speculare all’arroganza con cui a loro volta i grillini hanno attaccato per anni l’intero parlamento come una casta di incapaci e corrotti, riservandosi una presunzione di innocenza del tutto infondata. Per questo ha buon gioco Francesco Merlo a ironizzare sulla repubblica di oggi: ” Va bene che anche Cristo sbagliò a scegliersi uno dei 12 apostoli, ma Di Maio ne ha sbagliati sinora 13, che è più di uno per ogni due giorni di campagna elettorale. Come Ignazio Marino e Rosario Crocetta, anche Di Maio appartiene alla più modesta antropologia degli onesti tontoloni che, senza accorgersene, allevano come pecorelle i lupi più furbi”.

“Di Maio li espellerà pure dal movimento ma intanto li porta in parlamento”, commenta il personaggio nella vignetta di Vauro sul Fatto Quotidiano. Vero, ma bisognerebbe anche aggiungere che quella dichiarazione di espellerli fatta prima del voto renderà  meno facile la loro elezione. Ed è sempre meglio che insorgere contro la “giustizia a orologeria” come fanno altri. Ora, lungi da me tifare per i Cinque Stelle, ma non varrebbe la pena di incoraggiare la “diversità” piuttosto che demolirla ogni volta con una chiamata di correo?  Io non credo che una certa condiscendenza del potere, sia politico che mediatico, verso la furbizia dei lupi unita al disprezzo degli “uomini di mondo” per l’onestà dei “tontoloni” stia giovando alla lotta alla corruzione, che continua purtroppo a dilagare nel nostro Paese.

Più in generale, ai colleghi vorrei dire ancora una volta che nel nostro mestiere è sempre  meglio distinguere che semplificare, anche se questo è più facile e magari “vende” di più. E a costo di apparire – come probabilmente sono – un ingenuo, vorrei che la stessa attenzione impiegata, peraltro giustamente, nel frugare tra i registri degli indagati fosse messa nel segnalare quanto c’è di apprezzabile nel comportamento di questo o quell’uomo politico, indipendentemente dalla sua posizione di leader e dal partito che rappresenta. 

Vorrei infine che le campagne elettorali di tutti i partiti si giudicassero soprattutto per le cose fatte e per quelle da fare, sulle idee e sui valori difesi, sulla serietà e credibilità dei programmi, non tanto, come avviene oggi, sui personalismi e sulle logiche di schieramento. Sono certo che la nostra democrazia ci guadagnerebbe e che si ridurrebbe anche la deprecata astensione dal voto.

Il Pd a Di Maio: avete vinto, arrangiatevi

Roma, 7 marzo 2018 – Avete vinto, ora arrangiatevi. Il Pd insiste nella sua chiusura autoreferenziale perché ormai la gran parte (renziana) degli iscritti, come forse anche degli elettori, rimasti nel partito si è convinta di rappresentare l’unica soluzione possibile ai problemi del Paese. Dunque la  direzione di lunedì deciderà che, anche con Renzi dimissionario, non ci sarà nessun dialogo e nessuna intesa coi 5stelle. Nella speranza che, almeno per qualche mese, si prolunghi lo stallo dell’assenza di maggioranza, con il vice segretario Martina e Gentiloni sostanzialmente alla guida del partito e del governo. Meglio ancora se potessero assistere dall’opposizione a un imbarazzato esordio dei vincitori, Salvini o Di Maio non fa differenza. Oppure tornare a votare. Tanto peggio, tanto meglio.

Come sembra di aver capito, Liberi e Uguali non intende invece restare alla finestra. Qualcuno dovrà pure dimostrare agli italiani che la sinistra non è insensibile all’attesa di novità che viene dal  Paese. Oggi Stefano Fassina ha scritto su Facebook che LeU “non dovrebbe escludere il confronto con il M5S qualora dovesse aprirsi in Parlamento tale possibilità per dare un governo al Paese” e che “giocare al tanto peggio tanto meglio sulla pelle degli italiani o contribuire indirettamente a spingere a destra il governo dell’Italia, non aiuta la ricostruzione della sinistra di popolo, a partire dal lavoro”.

Ieri, commentando uno dei miei post, un lettore mi ha chiesto “come si fa a essere sinistra di governo, ma contemporaneamente nuovi e alternativi al sistema stesso”. Bene, io credo che in primo luogo si debba cessare di essere auto referenziali e invitare i nostri rappresentanti a non esserlo (il modo in cui si è fatta fallire la “rivoluzione dal basso” avviata al Brancaccio ha contribuito non poco, secondo me, alla nostra sconfitta elettorale). La sinistra deve oggi più ancora che nel suo “glorioso passato” mantenere un contatto permanente e diretto con i cittadini e i loro problemi. 

In secondo luogo la politica deve smettere di andare alla deriva come si è continuato a fare fino ad oggi. Dimostrare e comunicare una visione chiara dei problemi che abbiamo di fronte. Sia a livello globale ed europeo, sia a livello nazionale e territoriale. Per poi operare gradualmente, ma coerentemente, con le riforme necessarie a rinnovare il sistema. Senza tradire – nei fatti,  non solo con le parole – i valori di libertà uguaglianza e solidarietà proclamati e difesi dalla Costituzione del ’48.

Con tutto il rispetto per la buona volontà del ministro Calenda che si è iscritto stamani al Pd col proposito di rinnovarlo, temo che questo partito sia ormai irrecuperabile al gradimento degli italiani, di certo al gradimento dei giovani e di quei lavoratori che dieci anni fa si era proposta di rappresentare. La scomparsa dalle periferie non è solo un luogo comune. Perfino prendere le distanze dal Pd non basta quando non  è accompagnato da un cambiamento radicale delle regole democratiche interne e da una maggiore trasparenza all’esterno. 

Non averlo compreso ha procurato la fine prematura dell’iniziativa del Brancaccio, dove una lista elettorale, espressione congiunta dei partiti e della società civile, doveva essere il primo passo per la costruzione di una sinistra nuova e alternativa non solo al renzismo ma al liberismo capitalista che il centrosinistra non ha contrastato.

Riprendiamo dunque da lì. Mobilitando intorno a progetti a breve e a lunga scadenza la competenza diffusa nel territorio, come suggeriva qualche anno fa, inascoltato, Fabrizio Barca. Intrecciando pedagogia e partecipazione popolare, leadership e ascolto costante della vasta rete di  associazioni, sindacati e movimenti che costituiscono la cosiddetta società civile. E se possibile, dimentichiamo i  gruppuscoli e smettiamo di dividerci sui dettagli.

Fare un partito per fare società (o viceversa)

Roma, 27 marzo 2018 – Lo dico senza ironia. Come siamo bravi noi di sinistra a fare, dopo l’ennesima batosta elettorale, analisi rigorose, impietose, ben scritte, praticamente perfette. Ottima quella, pubblicata oggi  su Huffington Post, di  Arturo Scotto,  parlamentare ex DS passato in seguito attraverso varie formazioni politiche della sinistra radicale fino a MdP e alla bocciatura elettorale del 4 marzo. Difficile trovarvi un’osservazione che non si possa condividere.

Un partito per fare società, questa è la sfida, scrive. Anche questo è condivisibile, tant’è che molti di noi hanno accolto la prospettiva con entusiasmo, prima al teatro Brancaccio poi con Liberi e Uguali. Poi però, al momento di fare le liste, i leader politici di LeU hanno provveduto a spartire le candidature col bilancino attorno ad un tavolo, senza preoccuparsi troppo della società. In particolare, lasciando fuori “Democrazia e Uguaglianza” che aveva promosso con successo l’iniziativa del Brancaccio. E se il voto è andato male, non è stato certo per colpa dei pochi candidati “civici” che, a cominciare da Anna Falcone, sono anche quelli  che hanno avuto più voti.

Allora io dico che forse, perché un partito “faccia società”, come titola Scotto, bisogna che sia prima la società, ovverosia la cittadinanza attiva, ad esprimere un partito. Fino dalla fondazione e dalla formazione della leadership. Un partito dove ci sia spazio per chi è bravissimo in anamnesi storica e nella progettazione a lunga scadenza, ma anche la voce e l’esperienza di chi vive e lavora ogni giorno a contatto con la gente e ha motivo di temere per il suo presente e per il suo futuro immediato. E proprio non vuole che a decidere siano dei signori nominati dalle segreterie di partito.

Altrimenti può succedere che il popolo, irritato per la prepotenza di quella che, a torto o a ragione, considera una casta, “per non sapere ne’ leggere ne’ scrivere” diserti le urne o si affidi al populismo di Berlusconi, Renzi, Salvini o  Di Maio. C’è chi durerà a lungo e chi dura poco, comunque il danno è fatto. Forse è meglio lasciare agli eletti del quartiere Parioli lo snobismo dell’opposizione e tornare nelle periferie per farsi conoscere e imparare la lingua locale. E magari insegnare con quella, una volta imparata, anche il valore delle nostre lucide analisi o delle ardite progettazioni.

Renzi: giocate pure se volete ma il pallone ce l’ho io

Roma, 30 aprile 2018 – A portar via il pallone nella partita tra piddini e grillini per il governo, Matteo Renzi, dimissionario per burla, non ha voluto aspettare neppure il fischio di inizio. Lo ha fatto dallo schermo televisivo di una RAI a lui devota (ancora per poco), nella trasmissione domenicale di Fabio Fazio gentilmente concessa. Volete decidere in direzione se aprire un tavolo di confronto? Ha detto da lì al suo partito. Giusto, ci mancherebbe, siamo o non siamo un partito democratico? Il tavolo apriamolo pure, anzi facciamolo in streaming, ma non per trattare su un programma di governo. Chi ha perso secondo me non può andare al governo. 

Con i vincitori del 4 marzo, Lega e 5 stelle, Propone Renzi, ripartiamo dal 4 dicembre 2016, da quella vittoria dei NO al referendum costituzionale che è stata la vera data di inizio delle sventure politiche. Non solo nostre, sostiene Renzi, del Paese intero. Ci dicano i vincitori come intendono cambiare le istituzioni, che di certo così non funzionano. Sono pronto a riscriverle insieme a loro. “Un ego smisurato”, commenta deluso Luigi Di Maio.

Dunque, alleanza o “contratto” che sia, la proposta del segretario reggente Martina per l’apertura di un tavolo di confronto con Di Maio e i Cinquestelle verrà molto probabilmente respinta dalla direzione del Pd il 3 maggio prossimo. I programmi elettorali non c’entrano. La conta dei punti di contatto, a cui Travaglio richiama ogni sera a RAI 3 l’attenzione degli spettatori di “Otto e mezzo”, gli stessi che Di Maio ha elencato nella sua lunga lettera al Corriere della Sera di ieri, semplicemente non interessa. La risposta alla lettera chiesta ieri dall’Annunziata al ministro Calenda poteva riassumersi in una sola frase: non ci stiamo perché non ci fidiamo. Punto.

Il fatto è che Matteo Renzi e i dirigenti o parlamentari da lui nominati (siamo o non siamo un partito democratico?), che in direzione conservano la maggioranza, non riescono neppure a ipotizzare un “governo del cambiamento” diverso e addirittura alternativo a quelli del Pd. A “cambiare verso” al Paese avrebbe già provveduto  il leader democratico se non fosse stato inopinatamente bocciato il 4 marzo dagli elettori. 

Dunque nessun confronto, se non alla pre-condizione – ha precisato Ettore Rosato – che “considerino la stagione delle riforme Pd un elemento positivo per questo Paese”.  Dal jobs act alla “buona scuola”, nessuna delle riforme sopravvissute a quell’incomprensibile No sul referendum costituzionale dovrà essere messa in discussione a quel tavolo. Se qualcuno, anche all’interno del Pd, obietta che sei milioni di voti persi dimostrano che quelle riforme non sono state apprezzate dai cittadini, i renziani sono pronti ad ammettere che sì, qualche errore di comunicazione c’è stato.

Claudio Tito su Repubblica cita Matteo Richetti, un fedelissimo dell’ex segretario. “Se loro rinunciano alla premiership di Di Maio, accettano di lasciare il Jobs Act, accettano di non cambiare la legge sui vaccini, di lasciare immutata la “buona scuola” e magari di non intervenire sulla Fornero, allora va bene”. Insomma, se vogliono accordarsi con noi, i vincitori si accomodino sotto le forche caudine. Considerando i precedenti, si può ritenere probabile che con Berlusconi  e il centrodestra scemerebbero le pretese. Ma forse non è più questo che ha in mente il senatore di Rignano.

Chissà che Salvini, in crescita nei sondaggi e dopo il buon risultato nelle elezioni regionali del Friuli, non prenda coraggio e decida di mollare Berlusconi. Anche Renzi, come il suo alter ego Marcucci che “non vedeva l’ora”, continua a puntare  sul governo di Lega e 5 stelle, con relativo auspicato naufragio. E nell’attesa di nuove elezioni rottamare quel poco che resta della sinistra nel Pd. “Gettare le basi per la frattura definitiva del vecchio partito”, ipotizza non senza fondamento Stefano Folli. Per conquistare, con o senza il beneplacito di Berlusconi, la leadership dei moderati. “Quod erat in votis”. Il “partito della nazione” finalmente.

Martina, Franceschini, Orlando, Emiliano, Cuperlo, Zanda, Damiano proveranno naturalmente a resistere. Il segretario reggente ha prospettato l’eventualità di sottoporre l’esito della trattativa coi 5 stelle al giudizio della base, consultazione formale dei circoli o un referendum vero e proprio come hanno fatto i socialisti tedeschi. 

“E così per Orlando a decidere se fare un inciucio con il M5S sarebbero gli attivisti 5 stelle e gli iscritti di Rousseau”, ha commentato sarcastico Michele Anzaldi, altro fedelissimo. Il quale probabilmente ricordava il soccorso camuffato degli elettori di centrodestra nelle primarie che portarono all’elezione di Renzi alla segreteria del Pd. Chissà se un referendum “aperto” replicherebbe quella fatale vittoria. In verità io penso che non ce ne sarebbe bisogno. In questi anni, a furia di scissioni e fughe individuali, anche la base degli iscritti, oggi notevolmente ridotta, è profondamente mutata. Comunque, a mio avviso, si tratta solo di congetture. Con quei numeri in direzione non ci sarà niente su cui chiedere un parere definitivo, nè ai tesserati né ai simpatizzanti o presunti tali.

Fallito questo secondo tentativo, che farà Mattarella? Un governo istituzionale “con tutti dentro” è già stato escluso in partenza dai “vincitori” del 4 marzo, Lega e Cinque Stelle. A meno di un improbabile ripensamento, non ci sarà. Un ricorso immediato alle urne con la stessa legge elettorale non farebbe che confermare se non addirittura aggravare l’ingovernabilità. Un governo di minoranza affidato al centrodestra (Giorgetti piuttosto che Salvini) oppure a Di Maio potrebbe apparire al Quirinale come il male minore. 

Nessuno però ha le confortanti certezze del direttore emerito della Repubblica, Eugenio Scalfari, che nell’editoriale domenicale è già in grado di prevedere il proseguimento del governo Gentiloni fino al 2019, seguito a ruota da un governo di Luigi Di Maio, allenatosi nel frattempo alla successione, con Gentiloni ministro degli esteri e Minniti agli interni, il resto a discrezione. Non vedo l’ora.

Salvinik

Roma, 29 maggio 2018 – Che Salvini non avrebbe rinunciato alla sua parte di “duro” lo sapevamo e potevamo comunque immaginarlo. Dal Presidente Mattarella  ci aspettavamo invece che una legittima difesa delle sue prerogative costituzionali non arrivasse fino a rischiare uno scioglimento delle Camere subito dopo la formazione di una maggioranza parlamentare. Tanto più in assenza di una legge elettorale in grado di superare gli ostacoli ad una maggioranza omogenea e stabile incontrati col “rosatellum”.

Aggiungo, per quello che vale, che alla vigilia della decisione di Mattarella di rifiutarsi alla nomina di Savona, il presidente emerito della Corte Costituzionale Valerio Onida non aveva avuto dubbi nel precisare, in un’intervista a Radio Radicale, che al Capo dello Stato compete la facoltà di consigliare, suggerire, convincere, manifestare eventualmente qualche perplessità legata alla persona, ma non obiezioni definitive sulla nomina dei ministri per questioni di indirizzo politico, indirizzo che nella nostra repubblica parlamentare compete – ha inteso chiarire il costituzionalista Onida – soltanto al governo e al Parlamento.

Sta di fatto che oggi ci troviamo davanti a difficoltà non meno gravi di quelle che avremmo incontrato se le cose fossero andate per il loro verso. Il governo Cottarelli, se ci sarà, nascerà minoritario vista la dichiarazione odierna di Forza Italia che non voterebbe la fiducia (altrimenti addio al centrodestra, ha precisato Salvini). Elezioni dopo Agosto, ha detto Cottarelli. Ma anche se per qualche resipiscenza dovesse ottenere  la fiducia sarà perché il mandato prevede solo l’approvazione della legge di bilancio e una durata limitatissima, con elezioni subito dopo lo scioglimento delle Camere in una data (imprecisata?) del 2019. Obbiettivo, mi pare, difficilmente compatibile con quanto affermava stamani anche la Presidente del Senato Casellati, l’urgenza di una nuova legge elettorale che il Parlamento dovrebbe varare nei mesi estivi o, nel caso di una fiducia delle camere, in quelli immediatamente successivi.

Ora c’è chi dice che il diabolico Salvini aveva progettato tutto fin dall’inizio, incastrando prima Di Maio in una coabitazione improbabile e tuttavia sollecitata, proprio per la sua impraticabilità, dall’opposizione renziana e da gran parte dei media. E poi Mattarella, irrigidendosi nella scelta di un ministro dell’economia come Savona, probabilmente non gradito  all’UE e ai grandi mercati finanziari, ma che, ha ripetuto oggi il leader della Lega, avrebbe rappresentato in Europa maggiori autorevolezza e prestigio dell’altro candidato al ministero, Giorgetti. 

Congetture? Certo, ma è possibile che il crescere dei sondaggi a favore della Lega più che dei Cinque Stelle lo abbia convinto a puntare di nuovo sul voto quasi immediato, scaricando la responsabilità del fallimento su Mattarella e proponendosi di sfruttare l’indignazione popolare  per la nuova campagna elettorale.

Che questo piano sia davvero esistito e soprattutto che funzioni resta ancora da vedere, ovviamente. Se è vero che il diavolo fa le pentole ma non i coperchi,  auguriamoci che gli elettori ci riservino con i risultati del prossimo voto qualche sorpresa. 

Io penso però che, anziché perdere tempo ed energie nel dividersi tra pro e contro il Presidente della Repubblica in vista di un improbabile impeachement, sarebbe meglio che partiti, politologi e media si dedicassero a trovare rapidamente una ragionevole via d’uscita dal vicolo stretto nel quale, per responsabilità di tutti ma soprattutto di Matteo Renzi e del suo passato governo, ci siamo cacciati. E anche Liberi e Uguali dovrebbe rendersi conto che, per realizzare il progetto e il programma politico di un partito unitario della sinistra, non potrà contare sui tempi lunghi che si sono dati nell’assemblea nazionale di sabato scorso.

Populisti antisistema? Magari lo fossero

Roma, 8 giugno 2018 – Sembra proprio che sia così. La nostra tanto lodata Costituzione è inadeguata ai tempi che corrono. E il giorno che decidessimo di applicarla, come molti si ostinano a chiedere, diventerebbe probabilmente un impiccio. E badate: non tanto per la seconda parte, a cui si riferiva la bocciata riforma del governo Renzi. No, proprio per la prima, quella programmatica che elenca diritti e principi fondamentali della Repubblica.

Ce lo faceva capire ieri, con esemplare chiarezza, un bravo commentatore del Corriere della Sera, Massimo Franco. Nell’articolo di fondo di prima pagina, quello che nel titolo richiama Lega e  Cinque Stelle al  “dovere di essere credibili”, avverte di non illudersi con l’inconsistenza di opposizioni che “non hanno denti politici”, perché  “la vera opposizione non sarà quella parlamentare”.

M5S e Lega “saranno stretti tra mercati finanziari e opinione pubblica amica. I primi, composti in buona parte da banche e privati italiani che detengono una grossa quota del debito pubblico, debbono essere rassicurati per continuare a finanziarlo”. Mentre l’opinione pubblica “è popolata da elettori sovraccarichi di attese dopo le mirabolanti promesse su flat tax e reddito di cittadinanza”.

I cinque stelle, soprattutto, hanno ripetuto più volte che intendono realizzare la Costituzione, che però esige, come è noto, “l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” (art.2), la rimozione degli “ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana” (art.3), il riconoscimento a tutti i cittadini del diritto al lavoro e la  promozione delle “condizioni che rendono effettivo questo diritto”(art.4), la promozione dello “sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica”, la tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della nazione (art.9) ecc.ecc. 

E’ probabile che i nostri padri costituenti non avessero ancora preso in considerazione la difficoltà di rendere compatibile  tutto questo con il dovere dello Stato di rassicurare anzitutto i mercati finanziari, in particolare – come ricorda Massimo Franco – le banche e i privati italiani che detengono una grossa quota del debito pubblico. Deve essere per questo che a oltre mezzo secolo dalla firma solenne del nostro Patto Costituzionale qualcuno si ostina a chiedere di realizzarlo.

Oppure non è così. Oppure i nostri padri costituenti, nutriti di pensiero liberale ma soprattutto cristiano e socialista, non avevano semplicemente previsto la subalternità della politica e dei governi al capitalismo finanziario che domina ora in tutto l’occidente. Dove, dalla Thatcher in poi, il mito della “mano invisibile” del mercato sembra aver riacciuffato, dopo la durissima crisi del ’29, anche i Paesi che avevano cercato di liberarsene con una politica socialdemocratica o quanto meno dirigista. “La gente – aveva scritto John Maynard Keynes – crede che gli economisti, gli esperti di economia, siano delle persone utili e innocue, e invece sono spesso dei pazzi che distillano le loro frenesie ispirandosi a qualche scribacchino morto prima di loro, ma riescono sempre, perché il potere degli interessi costituiti è sempre vincente su quello delle idee”.

Così è stato. Il laburista Blair, succeduto alla Thatcher, non ha voluto o saputo impedire che le bizze e le speculazioni di un mercato alieno, sempre più lontano dall’economia reale, riprendessero a produrre disuguaglianze  crescenti. E così anche le sinistre di altri paesi europei, il nostro compreso, abbandonate in questi anni dalle classi lavoratrici in cerca di protezione sociale. Non è stato difficile far passare la falsa opinione che sinistra e destra fossero concetti obsoleti, da superare in nome di un generico pragmatismo. Come quella che l’unica scelta da fare tra i partiti sia tra quanti si riconoscono nel “sistema” o nell’”anti-sistema”. 

Populisti e “sovranisti” sarebbero anti-sistema? Considerato quanto detto più sopra, magari lo fossero. Vorrebbe dire che ci sarebbe ancora una maggioranza parlamentare in Italia intenzionata a cercare in Europa le alleanze necessarie per imporre, come dichiarano di volere, “un’Europa più forte e più democratica”, dove la politica tornasse a  guidare l’economia e non viceversa.

Temo invece che i tre caballeros, Conte, Di Maio e Salvini, rappresentino, come ha detto ieri Prodi, “una soluzione di destra con blocchi di idee inconciliabili al governo insieme”. Prendiamo ad esempio la Flat Tax, introdotta nel “contratto” dalla Lega. Che non rispetti la progressività prevista nella Costituzione è evidente, ma non è un desiderio di giustizia sociale che le impedirà di trovare  consenso nell’opinione pubblica conservatrice. Come ha scritto ieri Antonio Polito sul Corriere della Sera “da molto tempo chiunque governi sa che il ‘giusto’ e l”ingiusto’ in un sistema fiscale non sono categorie morali, ma vanno valutate in base agli effetti che producono sulla crescita”. E poi, aggiunge più avanti Polito, qualcuno invita a contare su “l’efficacia del ‘trickle down’ e cioè dello ‘sgocciolamento’, teoria secondo la quale se riempi un bicchiere (la società) di acqua (la ricchezza), prima o poi ne sgocciolerà un po’ verso il basso (i poveri), e tutti staranno meglio”. 

Proprio  come accade, secondo una parabola del Vangelo, alla porta del ricco epulone, dove “un mendicante di nome Lazzaro” giaceva, coperto di piaghe, “bramoso di sfamarsi di quello che cadeva dalla mensa del ricco”. Non esattamente quello che proponevano i nostri padri costituenti.

La scommessa dei Cinquestelle

Roma, 29 settembre 2018 – “La manovra del popolo…cancellerà la povertà…il più grande piano di investimenti pubblici della Storia…” Sul linguaggio, nessuno stupore. Populismo e retorica sono sempre andati d’accordo. Nel merito della manovra non entro, anche perché delle promesse elettorali che Lega e Cinque Stelle hanno incluso nel “contratto”, certamente non con l’idea di dimenticarsene una volta al governo, si è già discusso per mesi con maggiore o  minore competenza, con accenti entusiasti o lugubri previsioni, raramente col distacco appropriato. 

Sapremo presto se l’importante decisione di questa notte, a parte la bocciatura da parte dell’Unione europea che tuttavia è data per scontata e senza serie conseguenze perfino dall’ex ministro Calenda, verrà accolta prima dai mercati e più tardi dai cittadini  come un irresponsabile salto nel buio oppure come una salutare frustata all’economia, capace di promuovere finalmente la crescita e la ripresa dell’occupazione. 

Molto, secondo me, dipenderà dalla fiducia, non soltanto da parte degli investitori stranieri a cui più spesso si fa riferimento, ma degli imprenditori e dei consumatori italiani che nella previsione giallo-verde riprenderanno a investire e a comprare. E’ questa la scommessa (o l’azzardo) del governo, dopo l’evidente insuccesso di chi l’ha preceduto. Non c’è motivo di auspicarne il fallimento.

Resta tuttavia il sospetto che la forzatura impressa alla legge di bilancio dal vice presidente del consiglio Di Maio, quel suo aggrapparsi al “reddito di cittadinanza” come misura indispensabile per  contrastare la povertà abbia anche una motivazione egoistica nell’essere stato in questi ultimi mesi costretto all’angolo dalla demagogia xenofoba dell’altro vice premier, Salvini, e dalla prudenza tecnico-istituzionale del ministro Tria. 

Ma che la povertà rappresenti oggi un’emergenza è innegabile,  in un Paese con più di cinque milioni di abitanti in povertà “assoluta” e quasi altri dieci in povertà “relativa”. E al ministro del Tesoro che gli ricordava di aver giurato di esercitare le sue funzioni “nell’interesse esclusivo della nazione” avrebbe potuto rispondere che la stessa Costituzione su cui lui ha giurato, al fondamentale articolo 3 secondo capoverso, stabilisce che “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”.

Attuare compiutamente la Costituzione, è questo il programma di governo che la nostra classe dirigente italiana trascura da molto tempo a questa parte. Nel Partito democratico molti, a furia di sentirselo dire, hanno finito per persuadersi che destra e sinistra siano categorie ormai superate. Come i Cinquestelle, anche loro hanno pensato di sostituirle con quelle di innovazione e conservazione. Sbagliando, perché si può cambiare in peggio come conservare in meglio. 

Destra e sinistra non sono la stessa cosa, non sono la stessa cosa l’aumento e la riduzione delle disuguaglianze sociali, la progressività fiscale e la riduzione delle tasse per tutti. Non sono la stessa cosa, per una vera giustizia sociale, l’aumento o la riduzione della spesa  destinata ai servizi pubblici o a favorire l’occupazione. E per quanto riguarda il pasticcio governativo in atto, se si possono considerare di sinistra misure come il reddito di cittadinanza o la lotta al privilegio anche quando riguarda i politici, non si può certo dire lo stesso per il condono o la Flat Tax.

Dal New Deal di Franklin Delano Roosevelt in poi non si può considerare neutrale neppure la politica di bilancio, così come lo scambiare per leggi di natura i vincoli posti alla politica economica di uno Stato o di una comunità di Stati dai poteri economici finanziari e dalle agenzie di rating. 

Nascondere la realtà del conflitto sociale e proclamare una presunta fine delle ideologie è dato come segnale  di modernità. In realtà è servito in questi anni a confondere le idee agli sprovveduti da parte di chi, magari dietro le quinte della politica, manteneva le redini del potere. Quando ha dovuto allentarle per i danni causati alla coesione sociale dalle politiche fieramente conservatrici di Reagan, Thatcher, Sarkozy o Berlusconi, lo ha fatto prendendo sotto la sua protezione il neoliberismo moderato di Obama, Blair, Macron o Renzi. Ora però le “convergenze parallele” di Lega e Cinquestelle, certo molto diverse da quelle che aveva ipotizzato Aldo Moro, sembrano voler proporre misure alternate, di destra e di sinistra con il medesimo esecutivo. Non è facile immaginare che possa durare davvero a lungo, ma per non aggravare la confusione sarà meglio che i giornalisti imparino a distinguere nel merito senza lasciarsi condizionare, come purtroppo avviene attualmente, da quei pregiudizi ideologici che si danno per tramontati.

Tra il potere e la folla

Roma, 13 ottobre 2018 – “Quella a cui stiamo assistendo è un’aggressione senza precedenti alla libertà di informazione”. Può sembrare eccessiva la dichiarazione del presidente della Federazione Nazionale della Stampa, Beppe Giulietti, nel corso di un’intervista apparsa sul “Manifesto” di mercoledì scorso.  Davvero senza precedenti? “Non tanto – precisa Giulietti –  rispetto agli attacchi specifici del vicepremier Di Maio alle testate del gruppo Gedi, quanto piuttosto riguardo all’atteggiamento del governo giallo-verde nei confronti del giornalismo in generale”. Perché, aggiunge, non si tratta della reazione nervosa ad una testata giornalistica né di “un film soltanto italiano”.

Se un uomo come Steve Bannon, l’ideologo di Trump, “esperto della fabbrica delle fake news per inquinare gli ordinamenti democratici…sceglie l’Italia come sua piattaforma per realizzare una serie di alleanze internazionali ci sarà una ragione…Trump, Orban, Le Pen, Bolsonaro  vincono le elezioni con questo schema: che ogni forma di mediazione, siano essi corpi sociali, corpi intermedi, sindacati o giornalisti sono il male perché si interpongono nel rapporto diretto tra il nuovo potere e la folla – non  il popolo che è un concetto nobile”.

Questo è il punto, allora. Non a caso i nostri populisti amano molto citare, dal secondo capoverso del primo articolo della Costituzione, soltanto la prima frase: “la sovranità appartiene al popolo”, come se precisarne l’esercizio “nelle forme e nei limiti della Costituzione” fosse da considerarsi superfluo. Come se senza quelle forme e quei limiti potessero ancora esservi, nella nostra come in qualunque democrazia, un popolo e una sovranità popolare. Come se il passaggio elettorale fosse l’unico esame da superare per tradurre quella sovranità in potere di governo. Che altro potrebbe voler dire l’invito ironico a candidarsi per ogni critica rivolta al governo dalla magistratura, a partire da quella contabile? Ma non è così e bene ha fatto il presidente Mattarella a richiamare l’attenzione sui “checks and balances”, su i controlli e gli equilibri previsti nel nostro sistema democratico.

Ciò detto dobbiamo tuttavia obbiettare che, anche da questo punto di vista, i precedenti di questa “aggressione” ci sono, eccome se ci sono. Il populismo non è nato, neppure in Italia, con l’affermazione della lega o dei Cinque Stelle, quando il termine è diventato di moda. Due esperti in questo campo, Ilvo Diamanti e Marc Lazar, hanno spiegato in un libro (Popolocrazia. La metamorfosi delle nostre democrazie) che si tratta del risultato di un processo avviato nel nostro come in altri Paesi da una crescente personalizzazione della politica, in sostituzione delle “vecchie ideologie”. 

A partire, se vogliamo, da Bettino Craxi già nella prima repubblica. Quando quei corpi intermedi tra popolo e istituzioni che erano stati i partiti hanno gradualmente abbandonato questo ruolo per identificarsi nella figura dei leader, l’un contro l’altro armati, in eterna competizione per il potere.

Con il bipolarismo della seconda repubblica  e il berlusconismo in particolare l’abuso propagandistico della televisione pubblica e privata e, all’interno dei partiti, l’ esclusione di fatto dei militanti dal potere decisionale hanno portato nuova linfa al fenomeno populista. A sinistra, lo statuto verticistico del Pd e le “primarie” aperte ai passanti hanno consentito a Matteo Renzi di appropriarsi del partito e subito dopo, grazie a una legge elettorale incostituzionale, di guidare il governo e umiliare il parlamento con il ricorso sistematico ai voti di fiducia. Finché non è andato a sbattere con il suo progetto di riforma della Costituzione, sonoramente bocciato dagli elettori nel dicembre di due anni fa. Per i suoi contenuti ma soprattutto per una dimostrata incapacità di affrontare e risolvere i problemi più urgenti del Paese. 

E’ allora, subito dopo i risultati del referendum, che il Pd avrebbe dovuto rompere col populismo renziano e pronunciare l’autocritica che solo oggi, certificato con le elezioni il dimezzamento dei voti,  timidamente si affaccia nei discorsi di qualche candidato alla segreteria. Troppo tardi. Il 4 marzo la grande maggioranza degli elettori si è divisa – stabilmente secondo i sondaggi – tra l’astensione  e quei populismi che non avevano ancora avuto la possibilità di dimostrare la loro inettitudine.

Torniamo ai media. Non c’è dubbio che, accanto alla personalizzazione della politica e al leaderismo, un terzo passo importante nell’affermarsi del populismo è stata la trasformazione delle tecnologie della comunicazione. Ce lo spiega Nadia Urbinati chiedendosi nel suo libro che cosa stia succedendo in questi anni alla democrazia e osservando in particolare che in Italia “un movimento antipartito cerca con il web di trasportare la democrazia ‘in diretta’ all’interno della democrazia rappresentativa”. 

Il problema è sempre quello di capire come si possa realizzare oggi la promessa democratica di tenere assieme uguaglianza e libertà politica, data l’impossibilità di dare a tutti lo stesso diritto di contare o un’uguale opportunità di voce. Secondo la Urbinati, che insegna Teoria politica alla Columbia University di New York, “dall’antica polis ateniese fino al contemporaneo video populismo, la democrazia è sempre stato un regime instabile, precario, in perpetuo movimento, ma proprio per questo equipaggiato a superare le fasi di rottura e transizione, la perdita di legittimità”.

Populismo e pluralismo sono difficilmente compatibili, è vero. Ma demonizzare o chiudere gli occhi davanti a ciò che accade oggi con i nuovi linguaggi della comunicazione – quell’epidemia politica dei tweet dalla quale peraltro sono ben pochi ad essere immuni – è tanto inutile quanto ogni altra nostalgia del passato. 

Prendo a prestito, per concludere, la tesi di un citatissimo professore della Princeton University, Jan-Werner Müller. “Il populismo non rappresenta una misura correttiva per la democrazia liberale nel senso di avvicinare la politica al popolo o anche di riasserire la sovranità popolare, come talvolta rivendica. Tuttavia, può risultare utile per dire chiaramente che parti della popolazione non sono affatto rappresentate… Ciò non giustifica i populisti nel pretendere di far riconoscere soltanto i loro sostenitori come il popolo vero e di essere gli unici rappresentanti legittimi”(Cos’è il populismo? (Università Bocconi, Milano, 2017).

Bersani, la Lega e i 5S. Chi si piglia si somiglia

Roma, 10 novembre 2018 – Chi si piglia si somiglia, chi si piglia poi finisce per assomigliarsi.  Così Pierluigi Bersani nell’intervista di giovedì sera con Formigli a “Piazza pulita”. Volendo significare che la diversità di idee e di obbiettivi che era in origine e continua per ora ad apparire tra Lega e Cinque Stelle rischia di sfumare con una lunga convivenza al governo, e quel che è peggio sotto l’egemonia di Salvini. Con quale danno per l’opposizione ma soprattutto per il Paese non è difficile immaginare.

L’attualità di questo rischio è documentata anche oggi sulla “Repubblica” da Ilvo Diamanti: “Nel 2017 quasi metà degli elettori a 5S approvava l’accoglienza delle navi che trasportano immigrati. Oggi, però, poco più di un quarto sostiene questa posizione, mentre i due terzi la pensano come i leghisti. Cioè: che le navi vadano respinte. Così si conferma…l’avvicinamento e, ancor più l’integrazione, dei 5S e della loro base elettorale non solo all’area di governo. Ma alla Lega e, ancor più, a Matteo Salvini”.

Seguendo il filo logico  di Bersani, poniamoci allora una domanda. “Se riconosciamo che il problema principale è l’affermarsi in Europa di una destra regressiva”, conviene  davvero insistere nel condannare in blocco l’elettorato, le aspirazioni e i valori degli uni e degli altri? O è preferibile, prima che sia troppo tardi, cominciare a distinguere tra loro, aiutando i grillini a proteggere quel tanto che in loro persiste dell’intento da sempre dichiarato di attuare la Costituzione? Insomma, perché non favorire una somiglianza a sinistra anziché a destra?

Tra i Minniti, i Calenda, i Martina e quanti altri si affollano nella candidatura alla successione nella segreteria del PD c’è chi nega perfino la premessa di questa domanda. Perché è chiaro che il ragionamento di Bersani non potrebbe avere senso se non accompagnato da una rottura senza equivoci con le politiche non soltanto passate ma anche presenti oggi negli orientamenti di Matteo Renzi e della sua perdurante maggioranza nel partito. Che è quanto dichiara Zingaretti, sia pure mantenendo quel tanto di genericità che gli serve a non tagliare i ponti con una parte ancora consistente del partito. E che Bersani invece, nell’intervista di giovedì, ha voluto rendere ancora più esplicito che in precedenti occasioni: “chi vuole Macron vada con Macron, chi vuole Chavez vada con Chavez, ma quello che serve è una sinistra popolare, che parli il linguaggio del popolo e recuperi la questione sociale”.

Che il linguaggio del popolo non sia più quello di ieri risulta evidente anche dal Rapporto Giovani 2018, curato dall’Istituto Toniolo e pubblicato per le edizioni “Il Mulino”. I dati di un’indagine condotta a ottobre 2017 su un campione rappresentativo su scala nazionale di 3034 persone di età 20-34 anni,  indicano “una bassa adesione ai partiti tradizionali, disaffezione generalizzata, alta disponibilità a dar consenso a chi dà voce alla protesta e alla frustrazione. E’ il ritratto quindi di una generazione confusa e delusa rispetto all’offerta attuale, ma soprattutto rispetto alla propria condizione, con una domanda di alleati credibili e coinvolgenti con i quali immaginare un destino migliore”.

“Ci vuole qualcosa di veramente nuovo”, ripete oggi Bersani. A cominciare dal metodo, aggiungo io. Mentre giornali e tv  si attardano nel commentare (e fomentare) gli scontri interni ai partiti e a raccontare questo o quel dettaglio nella vita dei leader, la prima lezione che si ricava da questa preoccupante fase della politica, non solo italiana, dovrebbe essere un’altra. Nel mondo di oggi e ancor più in quello di domani gli obbiettivi politici concreti e la lealtà verso i medesimi dovranno avere la precedenza sull’adesione a un partito o a un movimento. Credo che proprio per questo l’anomalia “ideologica” di questo governo non scandalizzi più che tanto l’elettorato giovanile.

L’ingenuità di tanti giovani e meno giovani di sinistra che si sono rivolti ai Cinque Stelle è però stata quella di credere che fosse possibile un accordo di governo con chi aveva non soltanto valori ma anche obbiettivi diversi o addirittura opposti. Il “contratto” come scambio di incoerenze, con sacrificio e vantaggio di entrambi i contraenti. Non funziona, come anche qualche grillino sta cominciando ad accorgersi. Ma sugli obbiettivi comuni, molti o pochi che siano purché chiari e concreti, sarebbe invece democraticamente doveroso il compromesso, anche quando si hanno storie e opinioni diverse. Questo mi pare che oggi voglia dire Bersani ma molto prima di lui aveva detto Berlinguer, scontando molte resistenze anche nella sinistra di allora.

Non è dunque la provenienza ne’ la via da percorrere (la sciagurata “terza via” inaugurata da Blair, per intendersi) che possono giustificare oggi l’alleanza, ma l’orizzonte  comune e quest’ultimo non può che essere quello indicato e subito dimenticato settant’anni fa dai nostri padri costituenti. Sono in molti a riconoscere, fermo restando il giudizio severo sull’incompetenza e la confusione ormai dimostrate dai Cinque Stelle, che nel loro programma avevano diversi punti che andavano in questa direzione. sfidiamoli e incontriamoli su quelli. La sinistra italiana, anche quella che sogna percentuali impossibili come quelle che risultano al pallottoliere di Scalfari, non ha alternative.

La scossa dei sindaci

Roma, 4 gennaio 2019 – Commentando la resistenza dei sindaci ad applicare il decreto Salvini che impedisce di prorogare la protezione umanitaria ai richiedenti asilo, Stefano Folli scrive sulla Repubblica di oggi che “Orlando e de Magistris possono vincere la battaglia mediatica e accreditarsi presso un certo segmento di opinione pubblica. Tuttavia, creano un danno alla prospettiva di un centrosinistra allargato che voglia risalire la china”.

Ma quanto deve essere largo questo centrosinistra per includere anche l’obbedienza incostituzionale? Perché su questo secondo me ha ragione chi scrive che lo spirito della Costituzione è stato tradito. Se non anche la lettera, in rapporto alla quale peraltro il Presidente della Repubblica si è semplicemente limitato a controllare che il decreto sicurezza non fosse in evidente, clamoroso contrasto con la legge fondamentale dello Stato. Non toccava a lui approfondirne il merito in tutti i particolari.

Certo, poteva avvalersi del suo potere di rispedire il decreto alle camere, correndo il rischio che una seconda approvazione da parte della stessa maggioranza parlamentare non solo facesse comunque entrare in vigore la legge ma allontanasse la prospettiva di un intervento della Corte Costituzionale alla quale soltanto spetta, come suggeriscono i giuristi a cominciare dall’ex Presidente della Consulta Giovanni Maria Flick, l’ultima parola sulla questione.

Come ha spiegato bene sulla Stampa il collega Ugo Magri, il Capo dello Stato ha preferito imporre una serie di correzioni del testo originale che riportassero il provvedimento legislativo “nel limbo delle leggi di dubbia costituzionalità….pur senza condividere lo spirito del decreto e tantomeno il contenuto. Di questo si può stare assolutamente certi”. E perché lo fosse anche Salvini, il 5 ottobre Mattarella ha accompagnato la firma con una precisazione, solo apparentemente pleonastica: “Restano fermi gli obblighi costituzionali e internazionali dello Stato”. Che il destinatario ha accolto, come è noto, con il solito garbo: “Sì, ma non vogliamo passare per fessi”.

Con buona pace di Stefano Folli, preoccupato da quelle iniziative che offrirebbero nuove frecce alla predicazione leghista “legge e ordine”, la scossa dei sindaci che con varie sfumature hanno preso decisamente posizione contro il decreto, da Orlando a Sala, da De Magistris a Nardella, può rappresentare invece un’ottima occasione per l’opposizione democratica e quella di sinistra in particolare di riprendere il contatto con le periferie. Dove molto più che i sacrifici imposti dall’accoglienza si temono le conseguenze dell’abbandono di migliaia di immigrati a una pericolosa condizione di illegalità.

La forza delle cose e la debolezza della politica

Roma, 9 gennaio 2019 – Secondo Stefano Folli (Repubblica di oggi) i 5stelle al governo smentiscono se stessi perché “ la forza delle cose impone una convergenza nelle politiche a cui finiscono per adeguarsi tutti i governi, che siano di centrosinistra o di centrodestra”.

Che cosa intende dunque Folli per “forza delle cose” ? Non l’urgenza delle grandi scelte che sono di fronte al mondo contemporaneo: dagli effetti di una globalizzazione mal guidata all’ambiente sempre più minacciato dal cambiamento climatico, dalla crescita delle disuguaglianze alla rivoluzione tecnologica e digitale alla disoccupazione e al lavoro precario.

Questi semmai sono i temi indicati per anni dalla propaganda grillina per i quali i Cinquestelle avevano conquistato un terzo dell’elettorato alle elezioni del 4 marzo.

No, la “forza delle cose” a cui è giocoforza adeguarsi sarebbe l’attuale modello di sviluppo, produzione e consumo. Sarebbe il neoliberismo, più o meno ammorbidito dal welfare, che il neocapitalismo finanziario continua implacabilmente ad imporre al pianeta come se fosse una legge di natura.

Porsi l’obbiettivo di un cambiamento radicale di sistema visto il suo evidente fallimento rappresenta, secondo Folli e la narrazione blairiana che ha portato al declino della sinistra in Europa e al ritorno dei populismi, un ‘ingenuità degna di Don Chisciotte. 

Può darsi che oggi sia così , ma non confondiamo la forza delle cose con la debolezza della politica. Le parole sono importanti.

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