Dittatore NATO

Aveva detto Draghi sul “sofa-gate”: “Con questi dittatori, chiamiamoli per quello che sono, di cui però si ha bisogno, uno deve essere franco nell’esprimere la propria diversità di vedute e di visioni della società; e deve essere anche pronto a cooperare per assicurare gli interessi del proprio Paese. Bisogna trovare il giusto equilibrio». Ma diciamolo, il divano è poca cosa, si parli di Erdogan come di altri leader più grandi e potenti di lui. Dalla violazione dei diritti umani alle guerre per procura in Africa e in Medio Oriente, allo spreco miliardario negli arsenali militari in tempo di pandemia, a definire “scandalosi” certi comportamenti, giustificati sempre con la ragion di Stato, è per ora soltanto Papa Francesco.(nandocan)

***di Massimo Marnetto, 10 aprile 2021 – “Erdogan è un dittatore”: lo ha detto Draghi e tutti – in Italia e non solo – hanno avuto un moto di soddisfazione, perché è la verità.  I turchi hanno chiesto di “ritirare la dichiarazione”, che – nel codice della comunicazione diplomatica – è un registro inferiore al pretendere le scuse, ma rinforzato dalla convocazione del nostro ambasciatore per “comunicazioni urgenti”. Ora la domanda è: c’è la volontà di sopportare le conseguenze di quella frase?

Per l’Italia, mantenere il punto significa mettere in discussione gli intensi scambi commerciali con la Turchia, che comprendono anche partite di armi e proiettili particolarmente devastanti. Per l’Europa, Erdogan fa il lavoro sporco di bloccare i migranti asiatici per evitare che arrivino nel Vecchio Continente, con parcelle miliardarie. Un tema – questo – così sentito, che ha trattenuto la von der Leyen dal girare i tacchi e andarsene. 

Non si sa come evolverà la vicenda, ma temo che ci saranno delle acrobatiche dichiarazioni per risolvere l’incidente e far prevalere gli interessi sui principi. Rimarranno inalterate la tracotanza di Erdogan, la sofferenza dei turchi e la reclusione dei migranti. Tutto coperto e risolto dalla solita affermazione che riporta il buon umore nella comunità degli affari: “è stato tutto un grande malinteso”. La denuncia è utile se si è disposti ad andare fino in fondo; altrimenti è uno sfogo che indebolisce.

Articoli recenti:

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: