Discorsi

***di Massimo Marnetto, 19 gennaio 2022

I ‘‘discorsi di fine anno” di presidenti, papi, capi di azienda hanno lo stesso obiettivo: rivitalizzare la motivazione all’impegno collettivo. Il singolo non ha bisogno di sollecitazioni per occuparsi di sé e della propria famiglia; ha già un istinto che lo guida in questo. Per dedicarsi al gruppo, invece, deve avere la certezza che tutti gli altri facciano altrettanto, per non sentirsi un ingenuo che spreca energie oltre il perimetro della famiglia, perché ha creduto nell’impegno comune.

I ”discorsi rituali” dei capi servono ad riagglutinare il ”patto di comunità”, esposto ai comportamenti anticoagulanti degli individualisti. 
Ogni volta che un furbo specula sulla lealtà degli altri – dal rispetto della fila, al pagamento delle tasse – il singolo fedele ai doveri collettivi si sente truffato e usato; e revoca immediatamente il proprio apporto. Tanto più il traditore manca della coerenza richiesta dal proprio ruolo pubblico –  un politico che antepone il guadagno personale o un prete nel lusso – tanto maggiore è il danno alla coesione.
 

Quindi l’efficacia del ”discorso rituale” dipende dalla credibilità di chi lo fa. Per intenderci: un conto è ascoltare Mattarella, che ha visto il fratello ucciso dalla mafia; diverso sarebbe l’effetto delle parole di B. nello stesso ruolo, che con la mafia ha convissuto.

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