Diffamazione stampa: legge che toglie il carcere ma anche la libertà di opinione

Nicotri PinoHo letto di recente che il presidente del consiglio avrebbe rimproverato al ministro della giustizia Orlando una posizione lassista sulla legge per le intercettazioni. Chissà se Nicotri o altri lo convinceranno a una posizione meno lassista sulle querele temerarie (nandocan).

****da Pino Nicotri, 9 luglio 2014 – La bozza di legge sulla diffamazione che la Commissione giustizia del Senato ha partorito rappresenta un passo avanti rispetto alla situazione attuale, in quanto elimina il carcere per i reati di opinione e di informazione. Rappresenta anche un passo indietro per il valore delle multe destinate a sostituire il carcere. Delude totalmente rispetto alla dissuasione delle querele temerarie. Ma procediamo con ordine.

È da 5 anni, cioè dal 2009, che la stampa italiana è considerata non libera, ma solo semilibera dall’organismo che si occupa di valutare la salute della libertà di stampa nel mondo e ne stila la relativa classifica. L’organismo si chiama Freedom House. In attesa della pagella per il 2014, l’anno scorso l’Italia era penultima tra i 25 Paesi dell’Europa Occidentale.

Nel 2008 eravamo solo al 65° posto nel mondo, ma la nostra stampa veniva ancora definita libera. Il peggioramente è dovuto anche alla progressiva scomparsa degli editori cosiddetti puri, che di mestiere fanno cioè solo gli editori e non anche i banchieri, gli industriali, i palazzinari, i finanzieri, ecc, che usano i propri giornali per fare meglio gli affari loro,

La situazione, già di per sé brutta, è destinata a peggiorare perché la legge sulla diffamazione a mezzo stampa non riforma in modo deciso la situazione attuale. Come ho scritto sopra, rappresenta una soluzione a metà, come se i politici italiani, eliminando la vergogna del carcere per i reati di opinione in Italia non per convinzione ma per decenza, si siano comunque voluti cautelare di un eccesso di libertà da parte dei giornalisti proprio in una fase della vita italiana in cui non c’è partito che si salvi più dagli scandali e le notizie, nonostante remore e condizionamenti, circolano abbastanza libere.

Una delle cose importanti da fare è stata fatta: evitare che il reato di opinione sia considerato di tipo penale, perseguibile cioè anche con condanne al carcere.

Poi, però, quello che dava una mano l’altra lo ha ritirato.

Un passo importante sarebbe stato eliminare la possibilità delle querele pretestuose e non solo quelle, ma anche le minacce di querele, che da sole spesso sortiscono un grave effetto intimidstorio. Le querele pretestuose sono quelle presentate al magistrato solo per intimidire l’autore di un articolo chiedendo mega risarcimenti anche quando in realtà le basi per la querela non ci sono. Sotto quest’ultimo profilo, basterebbe che chi sporge querela senza fondati motivi venga condannato a risarcire lui il querelato, e con cifre multiple di quelle pretese dal giornalista preso di mira.

Invece, ecco cosa è stato partorito a suo tempo dalla Camera, che il Senato si è ben guardato da toccare:

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Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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