Dieci anni dopo la morte di Gheddafi, Africa subsahariana ancora più caos

***da Remocontro, 18 novembre 2021

Il “Giorno della rabbia” dei giovani sovversivi libici nel febbraio 2011 è partito dai social media ispirato dallo sgretolamento dei regimi in Egitto e Tunisia. L’insurrezione popolare è stata poi alimentata dall’intervento occidentale guidato dalla Francia di Nicolas Sarkozy. Una decisione controversa, osteggiata -tra gli altri- anche dall’allora vicepresidente degli Stati Uniti Joe Biden.
Le proteste sono continuate fino al 20 ottobre dello stesso anno, quando le forze ribelli hanno trovato Gheddafi fuori dalla città di Sirte e lo hanno giustiziato sommariamente.
Sino ad allora il dittatore libico Gheddafi aveva agito come ‘regolatore’ dei diversi elementi di tensione, ad esempio limitando i flussi migratori in cambio di concessioni dall’Unione Europea e soprattutto dall’Italia.

Ma dopo la sua morte, l’ingranaggio ha smesso di funzionare, compromettendo anche l’equilibrio delle realtà circostanti, sottolinea Linkiesta.

Dalla Libia al Mali gli orfani di Gheddafi

La fine di Gheddafi e del suo governo durato 42 anni. L’impatto per la Libia è stato devastante e noto: turbolenze e disordini si sono susseguiti sin dalle contestate elezioni del 2014, con gruppi armati e bande criminali che hanno iniziato a proliferare sfruttando la debolezza dello Stato. Ma le ripercussioni hanno superato i confini nazionali coinvolgendo le realtà limitrofe, come segnala Economist. «Paesi come Mali, Niger e Ciad stanno attraversando tuttora una fase di conflitti proprio a causa della perduta stabilità libica».

Il Summit scomparso

Annunciato per inizio settembre e sino ad oggi ancora fantasma per le cronache internazionali, il summit tra i ministri degli esteri dei paesi vicini (tra cui Egitto, Tunisia, Sudan, Ciad e Niger) per discutere della situazione e in particolar modo della gestione e del ritiro dei mercenari “a piede libero” ( quelli importati dalla Turchia, i russi del Gruppo Wagner e non soltanto). Un fenomeno che rappresenta un grosso problema sociale per tutta la zona del Sahel, la fascia semiarida sotto il Sahara.

Fuga occidentale dal Mali

Tra le nazioni che hanno maggiormente subito questa transizione, c’è il Mali. Remocontro ne ha scritto ieri (https://www.remocontro.it/2021/09/16/sahel-conteso-arrivano-i-mercenari-russi-in-mali-e-la-francia-uccide-il-capo-dellislamic-state/). Il paese è stato teatro di numerose ribellioni nel corso degli anni (due colpi di Stato e distanza di mesi, ‘golpe sul golpe’). I combattenti –sia tuareg che jihadisti– sono ex mercenari che si sono fatti le ossa in Libia (armati dell’arsenale di Gheddafi) e alla fine sono riusciti a occupare la zona settentrionale del Mali, mettendo in stallo il governo nella capitale Bamako.

L’arsenale di Gheddafi, al Qaeda e l’ex Isis

Da allora i gruppi estremisti si sono radicati sempre di più nella regione, trasformandola in uno dei fronti più importanti per Al Qaeda e per l’Isis. Le cellule terroristiche hanno sfruttato le tensioni etniche esistenti in entrambi i paesi e hanno riempito i vuoti lasciati da uno Stato negligente. Oltre a questo, in Mali e in tutto il resto del Sahel «l’economia del contrabbando è stata in grado di espandere la sua capacità e la sua latitudine logistica e operare con maggiore impunità», come aveva denunciato in un rapporto del 2018 la ‘Global Initiative Against Transnational Organized Crime’.

Nuove frontiere e terrorismo

Negli anni successivi, gli estremisti hanno usato l’arsenale ereditato dalle forze militari di Gheddafi per espandere le loro attività nel Sahel. «È ancora oggi la più grande riserva incontrollata di munizioni al mondo», afferma David Lochhead, ricercatore alla Small Arms Survey, un’organizzazione di ricerca, monitoraggio e peacekeeping delle Nazioni Unite. Lochhead spiega come l’Unione Europea non avesse previsto le conseguenze del terremoto sociale e politico che è seguito alla caduta del dittatore libico: e per correre ai riparti, ha speso miliardi di euro in sicurezza senza risultati.

Argine costoso e sfilacciato

Lo scorso anno, la Francia ha speso più di 900 milioni di euro nell’operazione Barkhane, la sua missione militare nel Sahel, che ha coinvolto circa 5mila militari per reprimere l’insurrezione nel nord del Mali nel 2013. Sul fronte del flusso dei migranti, di prioritario interesse italiano, l’Unione europea ha stabilito una sorta di “nuova frontiera” nel mezzo del deserto del Niger, pagando a quel governo 1,6 miliardi di euro in aiuti tra il 2016 e il 2020, per bloccare i percorsi secolari che attraversano il Sahara. Risultato, percorsi più pericolosi con più morti ma non con meno migranti.

Mercenari libici sul mercato

«L’esodo dei mercenari libici dopo la morte di Gheddafi ha innescato un effetto domino», segnala Linkiesta. 14mila/15mila uomini ben addestrati e senza nulla da fare. «Ha creato uno sciame di persone che scendeva nell’Africa subsahariana verso paesi che non erano preparati», spiega Bisa Williams, ambasciatrice americana in Niger tra il 2011 e il 2013. Per alcuni di questi soggetti, la disponibilità di risorse e l’alta formazione dei gruppi terroristici ha rappresentato un’offerta allettante. «E così, a poco a poco, si sono affiliati, alimentando la ‘forza lavoro’ di Stato Islamico del Sahel e Al Qaeda».

Dittatori utili, Déby in Ciad

Nel vicino Ciad, il leader autoritario Idriss Déby aveva affrontato per anni le ribellioni, molte delle quali partite dalla Libia. Déby, presidente con colpo di stato dal 1990, aveva consolidato la sua posizione grazie al sostegno politico e finanziario ricevuto dall’Europa, che lo considerava il principale baluardo contro i jihadisti nel Sahel, tra i cui gruppi più fondamentalisti e sanguinosi della zona c’è Boko Haram, la cellula nigeriana. Ma Il 20 aprile Déby è stato ucciso da una compagine ciadiana formata da ex mercenari di Khalifa Haftar, generale ribelle della Libia orientale.

Anche il Ciad pronto ad esplodere

Oggi, risuona con fare profetico una dichiarazione di Déby risalente al 2011. In quell’occasione, poco prima dei moti libici, il capo di stato aveva affermato: «se Gheddafi se ne va, avremo un sacco di guai».

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Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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