Democrazia: la politica si cambia dal basso

***Roma, 30 novembre 2017 – Penso che abbiano fatto bene quanti nei partiti della sinistra alternativa al PD hanno apprezzato e appoggiato l’iniziativa avviata al teatro Brancaccio di Roma a inizio estate.

Penso che abbiano fatto male i gruppi dirigenti di quei partiti che l’hanno accolta come una semplice adesione alla loro trattativa per una lista unitaria.

Penso che abbiano fatto male Tomaso Montanari e Anna Falcone a interrompere il percorso felicemente intrapreso annullando l’assemblea già annunciata per il 18 novembre. Non avrebbero dovuto stupirsi che partiti organizzati con una storia, uno statuto e una rappresentanza parlamentare rifiutino di essere collocati sullo stesso piano di associazioni e altri soggetti non meglio definiti.

Penso che facciano male i gruppi dirigenti di quei partiti che non hanno ancora preso atto della sfiducia crescente nella loro capacità o volontà di rinnovarsi, quella sfiducia che induce gran parte degli italiani a ripiegare sull’astensione o ad affidarsi ai Cinquestelle. Ma sbagliano ancora di più se ritengono di poter fare a meno della partecipazione democratica. E si illudono se credono di poter far uso dei social network solo come dei sondaggi, per annusare di tanto in tanto l’aria che tira.

Penso perciò che farebbero bene a recuperare quel dialogo permanente con la società, anche e soprattutto a livello locale, che rappresentava in passato la forza dei grandi partiti di massa. Sono almeno dieci anni, da quando stavo ancora nel Pd, che insisto su questa “mission impossible” con scarsi risultati. Ma resto sempre più convinto che la politica italiana cambierà a partire dal basso. Oppure non cambierà affatto. Se non in peggio.

Ai compagni e agli amici che come me hanno dato vita a una delle 100 piazze italiane “per la democrazia e l’uguaglianza” ripeto che anche il successo di questo movimento non solo non può fare a meno del contributo politico e organizzativo dei partiti della sinistra, ma è incompatibile con una condanna indiscriminata del loro passato.  Del resto, questo  spazio è già occupato dai Cinquestelle. Mentre noi avremmo la prospettiva per me sciagurata di due liste insignificanti e la percentuale a due cifre dei seggi auspicata da Tomaso Montanari e Anna Falcone al Brancaccio ce la potremo scordare.

Giusto invece, secondo me, chiedere ai partiti primarie aperte per tutte le candidature alla lista unica. Non solo per l’elettorato attivo ma anche per quello passivo. In misura significativa e con pari possibilità di successo. Naturalmente su un programma condiviso, alternativo alla  politica del PdR. Ma questo è già stato sottoscritto da ambo le parti. Non è un obbiettivo facile considerato che anche fra MDP, Sinistra Italiana e Possibile l’intesa appare tutt’altro che solida. Ma per la sinistra tutta è  forse l’ultima occasione. Uniti non per vincere ma per attuare finalmente la Costituzione che insieme abbiamo salvato con il No al referendum. Non perdiamola.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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