Democrazia forzata

Roma, 18 gennaio 2018 – Una regola che ogni giornalista dovrebbe tenere a mente è che non sono mai le domande “cattive” quelle che mettono in imbarazzo l’intervistato, ma le domande che l’interlocutore non si aspetta, alle quali non si è preparato. Meglio ancora se non le attende neppure il pubblico, che avrebbe finalmente occasione di apprendere qualcosa di nuovo. Ma è regola che seguono in pochi e vorrei provare a spiegare perché. Prendiamo ad esempio l’intervista di Bianca Berlinguer a Pierluigi Bersani, l’altra sera su “Cartabianca”. Potrebbe apparire un dialogo tra sordi la ripetizione ossessiva di certe domande nei talk show delle reti televisive. In questo caso, quella sul “voto utile” che si avrebbe col ritorno degli scissionisti nel grembo renziano del Pd. Il conduttore conosce perfettamente  la risposta che Bersani ha dato in precedenza altre decine di volte. Il voto utile non ci sarebbe perché l’elettore di Liberi e Uguali non voterebbe mai un’alleanza col Partito di Renzi, dal quale oggi si sente tradito. Le interviste dovrebbero allora chiarire ciò che di concretamente nuovo e diverso intende proporre la sinistra di Leu per evitare in futuro la medesima accusa di tradimento. Ma raramente succede perché lo show, con il suo coro di applausi o di “sentiment”, è impegnato a rappresentare la vivacità dello scontro molto più che ad approfondire le sue motivazioni.

Aggiungo che la politica spettacolo, l”infotainment, sembra far comodo a tutti: ai talk show che trasformando lo studio televisivo (come la politica) in un ring fanno salire gli ascolti, ai politici che non devono preoccuparsi di quello che dicono ma piuttosto di apparire disinvolti e aggressivi, ai giornalisti che possono fare a meno di prepararsi sui nodi intricati della politica e sui precedenti del politico da intervistare, al pubblico che non ha modo o tempo di annoiarsi tifando per gli uni o per gli altri. La linea è questa: esaltare le divergenze e i personalismi, promuovere lo scontro verbale, semplificare e banalizzare al massimo le posizioni al preciso scopo di provocare  e mettere l’uno contro l’altro. Detto brutalmente, speculare sull’ignoranza e sul pregiudizio anziché cercare la verità per correggerli.

Non solo in tv. Sulle prime pagine dei giornali si può far leva su una battuta infelice per indirizzare politicamente il lettore. Quella sulla “razza bianca” del candidato di Forza Italia per la regione Lombardia, Attilio Fontana, era di certo una battuta razzista, tanto più quando ha provato a  scusarsi accostandola a un articolo della Costituzione, che invece obbliga esattamente al contrario di quanto da lui sostenuto, non discriminare nessuno per motivi razziali. Deplorevole ma non una notizia. Quello che pensano elettori e candidati della destra leghista in fatto di relazioni con gli immigrati di ogni colore è ormai arcinoto. La stupida dichiarazione (un lapsus, secondo l’autore), sfuggita alla bocca di Fontana non aggiungeva gran che di scandaloso. Repubblica però ne ha preso pretesto per un titolone su quattro colonne in prima pagina: “Difendo i bianchi”, scontro su Fontana (prima riga) Appello di Gori a Leu: non deve vincere (seconda riga), dove naturalmente la seconda riga era assai più importante della prima..

Ma un uscita così scoperta può essere controproducente. E’ vero che tutti i giornali sono in crisi. Su blitzquotidiano.it leggo tuttavia che “il dato che colpisce di più è la continua erosione di Repubblica. Siamo a quota 163 mila. Esattamente 163.238.  Da quota 198.765 di un anno fa sono più di 35 mila copie di calo. Siamo vicini alle vendite della Stampa, scesa nel periodo di sole 6 mila copie da 124.400 a 118.600. Pensare che una volta Repubblica vendeva quasi il doppio della Stampa”. Con la nuova grafica c’è stato un aumento di duemila copie circa, ma forse la nuova grafica non basta, se è vero come credo che non sono i lettori che hanno abbandonato Repubblica, è Repubblica che ha perso di vista i suoi tradizionali acquirenti. Già con l’arrivo di Calabresi ma soprattutto nelle ultime settimane il quotidiano di De Benedetti ha lasciato per strada molti dei suoi lettori più fedeli, non più disposti a seguirla in una campagna mediatica a fianco del partito di Renzi. Che la Repubblica “ha perso la sua identità” lo ha ripetuto ieri sera, intervistato dalla Gruber a “0tto e mezzo”, l’editore che l’aveva fondata con Eugenio Scalfari nel 1976 e poi sostenuta per quarant’anni. Può darsi che “i rapporti, i giudizi,le iniziative di Carlo De Benedetti” siano “fatti personali dell’ingegnere”, come ha reagito l’attuale direzione. E non c’è motivo di dubitare che il giornale abbia “sempre avuto a cuore la propria indipendenza e goduto di una totale libertà di scelta”.  Ma forse è proprio questa “libera scelta” che ha allontanato i lettori.

 

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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