Dell’invito a corte e del bene comune

di Antonio Cipriani, da Remocontro, 15 agosto 2021

La cultura dell’abitare è qualcosa di più di un indirizzo, di tradizioni tramandate, di case e suppellettili, o antiche foto che ci ricordano come eravamo. Agisce nelle azioni politiche, sociali e affettive, che ci rendono donne e uomini di una comunità. 

È l’insieme profondo di sentimenti, ricordi e speranze che legano radici e futuro nel tempo magico del presente, del qui e ora, di tutto quello che facciamo o non facciamo, che vediamo o non vediamo, che vediamo e tacciamo o non tacciamo. È fare del pensiero un’azione, ben sapendo che una comunità non è la somma dei piccoli o grandi egoismi, spesso orientati da interessi più spietati di altri. Una comunità è il senso sottile e semplice del bene comune, cioè il senso delle libertà che si regolano nella costruzione di un vantaggio reciproco e sano per tutti.

Questo ultimo punto è talvolta dolente. Riguarda le persone che abitano un luogo spirituale e magico come questo in cui vivo negli ultimi anni, la Val d’Orcia, che sono state educate da sempre al rispetto per il bene comune e a non farsi piegare dall’egoismo che prima o poi distrugge la comunità. In un precedente testo ho parlato dell’arroganza ottusa degli ignoranti spavaldi e devastanti in attività nei nostri paesi.

Ma potremmo parlare di altre bellezze magnifiche che rischiano di sparire inghiottite dalla povertà culturale e sociale estrema della ricchezza assoluta, di chi confonde il conto in banca con una licenza per fare tutto quello che desidera a danno degli altri. Anche in questo caso, per non fare il ruolo delle pecore nel gregge plaudente in attesa dell’invito a corte, è utile difendersi.

Comprendere la linea di demarcazione che divide la narrazione scintillante a difesa dell’interesse privato, dall’interesse della collettività costituita dai tanti cittadini che hanno come unico fine una vita giusta, la bellezza, il mantenimento di quella cultura rurale che ha reso unica questa valle.

Insomma, dobbiamo continuare ad essere partigiani. Qui e ovunque. Partigiani del rispetto e della cura, della difesa del bene comune dalla furbizia scintillante di chi finge altezzosamente modernità e cela il vecchio solito volto del ladruncolo di sogni che pezzo dopo pezzo si insinua nelle pieghe del nostro mondo, cambiando lentamente le basi fondanti, mutando lievemente le prospettive in modo che sia poco comprensibile il danno a lungo termine.

Ho paura che dovremo studiare e capire. Per evitare che chi ha studiato molto e capito moltissimo pieghi, col sorriso sul volto e la favola ottocentesca del portare-lavoro (sic!), l’asse magico, unico, irripetibile, che ha reso questo luogo un miracolo, un miracolo per tutti e non per il marketing della modernità del capitale che non ha sentimenti e che prima o poi raderá al suolo gentilezza e spiritualità, prendendosi tutto e lasciando alla comunità le macerie di un sogno.

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