Dedicato a chi ha paura, come ne ho io

di Antonio Cipriani, da Remocontro, 25 luglio 2021

Penso a quei lavoratori che perdono il lavoro e sanno che non lo ritroveranno. Agli sfruttati di un sistema criminale che fa dello schiavismo un modello socialmente utile e accettato. A quelli che non arrivano alla fine del mese, a chi è sotto ricatto occupazionale e deve dar da mangiare ai figli. A chi ha passato una vita a lottare per un mondo migliore e vede ogni sogno cadere a pezzi. A chi si era illuso che la pandemia, così brutale e improvvisa, ci avrebbe cambiato in meglio e vede un mondo peggiore, in caduta libera, più elegante, modaiolo, curato nei dettagli inutili, popolato da influencer e politici assertivi secondo il proprio vantaggio momentaneo, sicuramente peggiore.

Un mondo dove le sfumature della vita spariscono per un bianco e nero ideologico che spacca e mai compone, che agisce come detonatore di rabbia e furore, senza approfondimento, senza ascolto. Dove ogni imbecille ha la sua certezza assoluta da sventolare come una bandiera. E ogni mattina si alza dalla trincea del divano e va in battaglia, a giocare all’inutilità e alle dimenticanze: un giorno arruolato come virologo, un giorno come costituzionalista, un altro come comparsa cliccante di feroci assalti contro chi è più debole.

Dedico questo polemos a chi ha paura, come me. A chi non ha tutte queste certezze assolute da branco, a chi si sente umiliato da quello che legge, che vede, che vive. A chi resiste, a chi parla ancora di senso della comunità, a chi crede nella sanità pubblica, territoriale, per tutti, e non corre dietro alle polemicuzze che continuano ad eludere i punti centrali della nostra crisi sistemica: quelli che riguardano ogni aspetto di giustizia sociale, cioè di azione sociale e politica in difesa del bene comune, dell’insieme dei valori che creano un futuro giusto e non farneticante. Dedico queste parole a chi non ha dimenticato la vita, la bellezza, la natura, la dolcezza. A chi non vive in preda degli interessi privatissimi e feroci dei mentitori di professione, dei politici voltagabbana e arricchiti, sempre e comunque dalla parte del più forte.

Come si fa a non aver paura? Si deve aver paura, per esprimere la semplicità del coraggio e fare del pensiero un’azione. Non servono cose eclatanti, non serve fare da arena mediatica a questo o quel guru, basta ricordarsi chi siamo, come rendere fertile il terreno culturale secco del nostro abitare e dubitare, approfondire, dire e ascoltare.

Ps

Qualche domenica fa, in un incontro sulla soglia della strada, un amico contadino e vignaiolo ha raccontato come muta il mondo rurale, davanti ai nostri occhi, mentre discutiamo d’altro: quando sparisce l’aia – ha detto – svanisce la magia, scompare una cultura fatta di condivisione di spazi e di bene comune comunitario. Dove spariscono le siepi di biancospino per segnare il confine e spuntano cancelli e cemento, finti prati, finte siepi di alloro, recinti invalicabili e telecamere, tutti noi perdiamo qualcosa di magnifico e dolce. Ci omologhiamo a ciò che è brutto e all’egoismo che esprime, perdendo noi stessi.

Per restare al nostro abitare…

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