Davigo toglie il disturbo

Non so da chi può essere venuta l’idea di tagliare due anni al mandato di Davigo nel CSM per raggiunti limiti d’età, limiti non previsti per altre importanti cariche istituzionali. Probabile che le ragioni siano quelle che ho indicato nel titolo e che Marnetto ha brevemente chiarito nell’articolo che segue. Colgo l’occasione per rinfrescare la memoria del lettore riproponendo il video, da me registrato in esclusiva dieci anni fa, di una sua eloquente partecipazione al circolo romano di “Libertà e Giustizia”.

Camillo Davigo a “Libertà e Giustizia” nel maggio 2010

***“ANTIAPPANNANTE” di Massimo Marnetto, 20 ottobre 2020 –

La chiarezza è un’arma potente e rara. E come la usa Davigo fa paura a chi vive di ambiguità. Così la sua permanenza nel CSM, l’organismo di autogoverno della magistratura, è stata l’occasione per liberarsi di questo giudice “ingestibile”, invocando il raggiunto limite d’età. E qui è nato il problema: Davigo ha 70 anni e questo gli impone la pensione, ma l’art. 104 della Costituzione definisce in 4 anni la durata del mandato nel CSM e Davigo ne ha consumati solo due. Quale prevale tra questi due principi?

Il quesito era in bilico, ma a far pendere la bilancia verso la decisione di fine carriera è stata anche la “fama” del magistrato. Un uomo libero e competente,  che con la sua capacità di comunicare è diventato la bestia nera dei faziosi, non solo nella magistratura. Infatti quando gli imbonitori da talk show tentano di stordirlo con ragionamenti inconsistenti, vengono regolarmente smascherati con poche e affilate parole.

Uno così non è certo ben visto dall’establishment, ma a noi cittadini Davigo ha offerto il servizio pubblico della sua chiarezza. E se il CSM non lo vuole, l’ex-magistrato dovrebbe continuare la sua opera di libero “chiaritore” con una rubrica fissa in un quotidiano. Sarebbe  un prezioso antiappannante nei tanti scandali che politici corrotti e giornalisti gregari cercano di opacizzare.

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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