Dalla Peste del 1630 alla Spagnola di 100 anni fa, da sempre il negazionista figlio della paura

da Remocontro, 14 gennaio 2022

Negazionismi antichi come le epidemie, a negare per paura ed accusare il nemico facile, il diavolo, il peccato, o per colpire il nemico utile. Sull’UffPost Donatella Lippi, professoressa di Storia della Medicina all’Università degli Studi di Firenze, raccontava a Linda Varlese come nei secoli tante pandemia sono state negate, «talvolta per motivi politici». Non era la strumentalità plateale di Forza Nuova oggi, o di certi opportunismo politici che giocano a nascondarella tra governo ed opposizione, ma cose molto simili. Demoni al posto di Big Pharma, ma sempre complotti.
Poi, le radici psicologiche del fenomeno secondo gli psicologi Eve e Mark Whitmore: “Mentalmente è un meccanismo di difesa”.

Negazionisti da antiquariato

Dalla Peste alla Spagnola, il meccanismo psicologico del rifiuto della realtà è arrivato sino in epoca Covid. Ed è ormai evidente che esistano persone che, più o meno velatamente, negano l’esistenza del Coronavirus. I “negazionisti”, abbiamo imparato a chiamarli, che attribuiscono a complotti di vario tipo l’allerta mondiale sulla pandemia, rifiutando di fatto di riconoscere e accettare l’esistenza del problema.

Negare la realtà per fuggire la paura

Le cause che spiegherebbero l’origine del complotto sono molte e diverse. Un’operazione pianificata dai “poteri forti” con la complicità delle forze politiche per imporre un regime di sorveglianza autoritario; la creazione del virus in maniera artificiale in un laboratorio di Wuhan; le reti 5G che indebolirebbero il nostro sistema immunitario; la complicità di Bill Gates nella fabbricazione in laboratorio del Covid per poter speculare su un vaccino.

Le frottole veloci via social e internet

Grazie ai social network e alla velocità delle informazioni nell’epoca di internet, poi, la circolazione delle opinioni dei negazionisti del Covid (e prima di loro dei negazionisti dei cambiamenti climatici) ha avuto vita facile, permettendo la creazione di un fronte compatto «e non così esiguo come si potrebbe pensare», annota giustamente Linda Varlese . «A ben guardare, però, il rifiuto e la negazione di una pandemia non è tema dei nostri giorni, ma ha accompagnato l’uomo in ogni epoca».

Rifiuto della realtà

I precedenti più noti del negazionismo: la Spagnola, la Febbre Puerperale, la Peste. Dalla Spagnola chiamata così perché ne parlò soltanto la Spagna, unico Paese non belligerante, perché tutti gli altri Stati impegnati nella prima Guerra mondiale nascosero la malattia per non abbattere il morale dei soldati già provati. Ma la professoressa Lippi segnala anche situazioni meno note. «Il vaiolo e il colera in Calabria: il ministro Giolitti disse che si trattava di una febbre di altro tipo alla quale non bisognava prestare troppa attenzione».

L’occultamento da parte del potere

Ben più gravi, denuncia la Professoressa, il caso della Febbre Puerperale e quello della Peste. «La Febbre Puerperale ammazzava tutte le donne che venivano ricoverate in ospedale per partorire: da una parte c’era Ignác Semmelweis, medico ungherese, che sosteneva che si trattasse di una febbre causata dalle particelle cadaveriche sulle mani dei medici. Dall’altra parte gli altri medici sostenevano invece che, rimaste incinte da giovanissime, le donne portassero in grembo il seme della colpa o anche che la malattia fosse dovuta a sommovimenti tellurici». A Semmelweis nessuno ha creduto ed è morto, pazzo, ‘di febbre puerperale’.

Il virus politico

Stessa cosa per il colera: «Mario Adorno, uno scrittore del Sud, sosteneva che il colera fosse causato da un virus borbonico, per cui ci vedeva il complotto politico. Questo ci riconduce a tutte le condizioni della Pestis Manufacta, cioè della ricerca di chi è l’untore, della necessità di trovare la causa prossima del diffondersi dell’epidemia che di solito, in passato, veniva attribuita alle persone che vivevano nella marginalità sociale».

Don Ferrante con Manzoni

Poi naturalmente la Peste del 1630. «Don Ferrante nei Promessi sposi si avvale di tutti discorsi pseudoscientifici per asserire che di fatto la malattia non esiste. E da molte fonti risulta che già a quell’epoca si attribuiva la colpa agli untori e ai medici che diffondevano l’epidemia per proprio tornaconto personale».

Le epidemie da nascondere

Meglio il diavolo o l’untore da esorcizzare e da uccidere, che una dichiarazione di epidemia che isolava e paralizzava l’economia. «E’ sorprendente come le dinamiche di oltre 400 anni fa somiglino in tutto e per tutto a quelle di oggi. La ragioni di questo mancato “progresso”, dunque, vanno ricercate nella stessa natura dell’uomo, impaurito dalla crisi economica e paralizzato dall’ansia e dal senso di vergogna».

Radici psicologiche del negazionismo

Secondo gli psicologi Eve e Mark Whitmore, clinica a Stow in Ohio e Kent State University , la “negazione non sarebbe altro che un meccanismo di difesa”. Strategie per proteggere se stesse, il loro senso di sicurezza. Oppure «La negazione confusa con la razionalizzazione, quando le persone cercano di spiegare o diminuire la minaccia della fonte di ansia. Quando la gente dice: “Il Covid è solo un’altra influenza”, ammette che esiste, ma lo riduce al minimo e dice che non è così grave come dicono tutti».

‘Senza meccanismi di difesa, saremmo paralizzati’

«Se ogni fonte di ansia o incertezza fosse affrontata tutto il tempo nel suo pieno splendore, non saremmo in grado di salire in macchina, fare un investimento e nemmeno attraversare la strada», spiega Prudy Gourguechon, psichiatra e consulente dei leader nel mondo degli affari e della finanza in un articolo su Forbes. «Evitare paura, senso di colpa, terrore e disagio fa sentire bene».

Negare, soluzione breve

Nel breve periodo, respingere i cattivi sentimenti negando qualcosa di spaventoso o difficile da comprendere, fa sentire meglio il negazionista. C’è un immediato rilascio di tensione. «Non importa quanto gravi possano essere le conseguenze a lungo termine del rifiuto, il beneficio positivo immediato a breve termine deve essere riconosciuto», spiega la psichiatra.

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: