Post in evidenza

3. La comparsa del monoteismo abramitico

da Robert Wright: l’evoluzione di Dio*

Il politeismo dell’antica Israele

Nell’episodio del primo libro dei Re, Dio usa il suo “dolce sussurro” per spiegare a Elia come fare a uccidere ogni adoratore di Baal dei dintorni. Poi, a distanza di un capitolo, dopo che alcuni Siriani hanno espresso dei dubbi sul potere del dio ebraico, Jahvè sottolinea la loro confusione facendone morire centoventisettemila. Questo dio poteva anche parlare in un sussurro, però usava il pugno di ferro.

Ovviamente, una critica diffusa al monoteismo originatosi in Medio Oriente si basa sulla constatazione che la sua teologia diede luogo a un’intolleranza belligerante. Qualcuno la considera addirittura una caratteristica intrinseca del monoteismo: mentre i politeisti non contestano il valore delle divinità degli altri popoli, secondo questa accusa i monoteisti ferventi sono allergici alla convivenza pacifica.

Questa, però, non è la vera storia narrata dalla Bibbia o, almeno, non tutta la storia. Leggendo attentamente la Bibbia ebraica, si nota che racconta la storia di un dio in evoluzione, un dio il cui carattere cambia radicalmente dall’inizio alla fine.

Una divinità pragmatica

In effetti, anche nel primo millennio p.e.v., quando buona parte della Genesi, se non l’intero libro, prese forma, Dio era una divinità pragmatica: “piantò” personalmente il giardino dell’Eden, “fece tuniche di pelli” per Adamo ed Eva “e li vestì”. E non sembra che abbia fatto tutto questo mentre si librava in modo etereo sopra il pianeta. Dopo che Adamo ed Eva ebbero mangiato il frutto proibito, secondo la Genesi “udirono il Signore Dio che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno e l’uomo con sua moglie si nascosero dal Signore Dio, in mezzo agli alberi del giardino”.

Il fatto di nascondersi potrebbe sembrare una strategia ingenua da adottare nei confronti del Dio onnisciente che conosciamo oggi ma, a quanto pare, allora questo Dio non era onnisciente. Perché “il Signore Dio chiamo l’uomo e gli disse: ‘Dove sei’?”. In poche parole,  a questo punto Jahvè è notevolmente simile alle divinità “primitive” delle società di cacciatori-raccoglitori e dei chiefdom: straordinariamente umano, dotato di poteri soprannaturali, ma non infiniti.

Nella Genesi, l’El cananeo prima del dio israelitico Jahvè.

 Prima di negare l’esistenza di tutti gli dèi che non fossero Jahvè, la religione israelitica attraversò una fase in cui ammetteva la loro esistenza, ma ne condannava il culto (da parte degli Israeliti, se non altro; se i Moabiti volevano adorare Camos, erano affari loro). Tecnicamente, la religione israelitica raggiunse il monoteismo solo dopo un periodo di “monolatria”: la devozione esclusiva a un dio senza negare l’esistenza di altre divinità.

Se si va a guardare bene la parola “Dio” in alcune parti della Bibbia si troverà non la parola ebraica per Jahvè ma piuttosto la parola ebraica El. Considerato il fatto che l’El cananeo compare nella documentazione storica prima del dio israelitico Jahvè, si è tentati di arrivare alla conclusione che Jahvè si sia, in qualche modo, originato da El, e che possa aver cominciato la sua vita come una versione rinominata di El.

Dal politeismo alla monolatria

Acab e Gezabele. Come sempre nel mondo antico l’alleanza con un paese significava trattare con rispetto i suoi dèi. Così se, come dice la Bibbia, Acab costruì un altare per Baal nella capitale d’Israele, Samaria, non si trattò semplicemente di una sorta di concessione alla sua bizzarra consorte: l’iniziativa faceva parte della logica insita nello sposare Gezabele, era l’espressione teologica del fondamento politico alla base del matrimonio. E così era da lungo tempo……Una politica estera “internazionalista”, che dava risalto ad alleanze e scambi commerciali di ampio respiro, esigeva un certo rispetto per le divinità straniere.

Come ha osservato il biblista Bernard Lang, nell’antichità i luoghi di culto svolgevano a volte “diverse mansioni tipiche della moderna banca”, ed è provato che i Fenici usassero il tempio di Baal come quartier generale….Il rapporto con i Fenici era vantaggioso per entrambe le parti, e la teologia di Acab si ampliò di conseguenza. Per gli Israeliti, invece, i cui mezzi di sostentamento erano minacciati dai Fenici, il rapporto con la Fenicia era a senso unico: i Fenici vincevano e loro perdevano. La loro teologia si contrasse di conseguenza. Questa teoria dei “mercanti risentiti” è alquanto congetturale, ma il principio generale è plausibile e lo abbiamo già visto operare nell’antica Mesopotamia e in ogni altro luogo: gli atteggiamenti nei confronti di una divinità straniera possono dipendere da come vengono percepiti gli stranieri.

Teologia e geopolitica immagini speculari

Dal momento che Israele è un piccolo Stato incuneato tra grandi potenze, l’alleanza spesso equivale a un vassallaggio. Quando il Libro di Osea si lamenta del fatto che i capi di israele “fanno alleanze con l’Assiria e portano olio in Egitto”, non parla di vendere l’olio all’Egitto, ma di darglielo a titolo di tributo….In Osea, come nel mondo antico in generale, la teologia e la geopolitica sono immagini speculari.

Amos non collega esplicitamente i ricchi al commercio estero, ma accumula disprezzo contro i consumi vistosi, che implicavano evidenti contatti con gli stranieri…Il commercio internazionale riguardava in larga misura gioielli, tessuti e spezie che, a loro volta, riguardavano i biasimevoli ricchi. Perciò l’impulso anti-internazionalista del movimento del dio unico traeva naturalmente forza dal risentimento contro le élite cosmopolite.

Questo ambiente sociopolitico antico somiglia molto all’ambiente sociopolitico moderno derivante dalla globalizzazione. Allora come adesso, il commercio internazionale e il relativo progresso economico avevano provocato un improvviso cambiamento sociale e brusche spaccature sociali, creando un solco tra ricchi cosmopoliti e individui più poveri e di mentalità più ristretta.

Questa dinamica ha contribuito, in proporzioni variabili, a produrre cristiani, ebrei, musulmani fondamentalisti. E, a quanto pare, ha contribuito a produrre il dio da essi venerato.

Dalla monolatria al monoteismo

Tanto per cominciare, Giosia ordinò ai sacerdoti di portare fuori del tempio di Jahvè e di bruciare “tutti gli oggetti fatti in onore di Baal, di Asera e di tutta la milizia del cielo” (che in questo contesto , indica i corpi celesti deificati)….Giosia bandì, inoltre, i medium, gli stregoni, le divinità domestiche, gli idoli e gli altri vari “abomini che erano nel paese di Giuda e in Gerusalemme”… Qualunque rappresentazione locale di Jahvè fossero abituati ad adorare, si trattava semplicemente di un’estensione dell’unico Jahvè di Gerusalemme. Di conseguenza, gli unici interpreti della sua volontà erano i profeti di Gerusalemme, adeguatamente insediati alla corte del re. L’epoca dell’autonomia interpretativa locale era finita.

Il regno di Giosia rappresentò uno spartiacque nel movimento verso il monoteismo. Jahvè, e Jahvè solo – e, in modo più specifico, Jahvè di Gerusalemme – era il dio degli Israeliti ufficialmente autorizzato.

Nel 586 p.e.v., l’esilio babilonese – il più famoso trauma nella storia dell’antico Israele – era in pieno svolgimento….Eppure, questa si sarebbe rivelata la cosa migliore che potesse mai succedere a Jahvè. La teologia di Giosia – adorare Jahvè e Jahvè solo – sarebbe sopravvissuta e avrebbe prevalso e, per di più, avrebbe prevalso in una forma più grandiosa e intensa.

Gli ebrei – e poi i cristiani, e poi i musulmani – sarebbero arrivati a credere che il dio abramitico fosse non solo l’unico dio che valesse la pena di adorare, ma l’unico dio esistente: la monolatria si sarebbe evoluta in monoteismo. Come ha osservato il teologo Ralph W. Klein, “i teologi israeliti in esilio trassero il massimo vantaggio dal loro disastro”.

Il “secondo Isaia” o “Deutero-Isaia” è un fulgido esempio dell’effetto dell’esilio sulla teologia israelitica…Non stupisce che molti biblisti considerino il Secondo Isaia uno spartiacque: dopo secoli di profeti del dio unico che non si avventuravano in modo inequivocabile al di là della monolatria, finalmente arrivano delle dichiarazioni monoteistiche forti e chiare.

Un Dio universale

Dio promette che “porterà il diritto alle nazioni”. E’ un Dio universale non solo nel potere, ma anche negli intenti, e questa solidarietà allargata affida a Israele una missione molto importante. In un versetto ampiamente citato, Jahvè dice: “Ti renderò luce delle nazioni perché porti la  mia salvezza fino all’estremità della terra”.

Se volessimo dare una risposta semplice alla semplice domanda che ha aleggiato su tutta questa esposizione – nel momento in cui diventò il sovrano dell’universo, il dio abramitico era un dio di pace e di tolleranza? – dovremmo dire di no. Per quanto ci è dato sapere, l’unico vero dio – il Dio degli ebrei, poi dei cristiani e poi dei musulmani – era in origine un dio della vendetta.

Avendo sofferto a causa della loro infedeltà a Jahvè, gli Israeliti avrebbero cercato di evitare che gli altri popoli del mondo ripetessero il loro errore. Sin dalla sua nascita, quindi, il monoteismo è moralmente universalistico, e qualsiasi forma di aggressività abbia mostrato da allora è un’aberrazione, un allontanamento dalla norma e dal progetto…. Le situazioni cambiano e Dio cambia con loro. Questa dinamica, così com’è stata sviluppata da ebraismo, cristianesimo e islamismo, costituisce la materia di buona parte del resto di questo libro.

* “Una lucida analisi di come la dottrina e le pratiche religiose siano cambiate nei secoli, generalmente in meglio”.  Così il Times di Londra annunciava 12 anni fa la pubblicazione da parte di Newton Compton editori del libro di Robert Wright “L’evoluzione di Dio”. Non sono e non saranno molti i testi per divulgare i quali sono disposto a sottopormi alla considerevole fatica di copiare  e presentare i brani che ho ritenuto più significativi. Ho pensato che il saggio di Wright – 480 pagine scritte con grande chiarezza, appassionanti e al tempo stesso ben documentate – ne valesse  la pena. 
Robert Wright ha insegnato filosofia a Princeton e religione all’università della Pennsylvania. E’ membro della New America Foundation e collabora con la rivista “The New Republic”, ma i suoi articoli sono apparsi anche su “Time”, sull’ “Atlantic Monthly” e sul “New Yorker”. Finalista del National Book Critics Circle Award, è autore di saggi selezionati dal “New York Times” fra i migliori libri di quell’anno. Anche “L’evoluzione di Dio” è stato per diverse settimane nella classifica del “New York Times”.  
Post in evidenza

Frattura costale

Debole Adamo respirando appena/ cercava l'aria dalla costa rotta*/ quando vide la donna così ghiotta/ 
del frutto che annunciava la sua pena/ che volle poi gustarne alla sua volta/ ponendo fine ad una vita amena./Così dovrà dar prova di pazienza/chi vuol "seguir virtute e canoscenza"/perché se non sopporta l'ignoranza/sarà pregato di cambiare stanza.

*30 agosto 2021: “frattura completa e composta dell’arco laterale della x costa a sinistra”

Articoli recenti:

Post in evidenza

2 – Le divinità degli Stati antichi

*** da: Robert Wright: L’evoluzione di Dio*

La descrizione delle civiltà primitive offerta da Herbert Spencer nel XIX secolo – “in origine Stato e istituzioni religiose sono indistinti” – non è lontana dal vero: politici e sacerdoti insieme controllavano la conoscenza sacra su cui si fondavano il loro prestigio e la loro influenza.

Così in Cielo come in Terra

Le religioni che incoraggiavano le persone a trattare gli altri con rispetto – atteggiamento che assicurava città più ordinate e produttive – sarebbero risultate avvantaggiate rispetto a quelle che non lo facevano. In questo senso l’antica rappresentazione della divinità come entità che difende l’ordine dal caos, oltre a essere utile alle élite dal punto di vista politico, era anche esatta. Erano gli dèi – o, almeno, la fede in loro – a proteggere le civiltà antiche dalle forze del caos che, in effetti, minacciavano le organizzazioni sociali complesse.

Questo è ciò che sembra essere accaduto nella Mesopotamia primitiva.gli dèi principali delle varie città si fusero in un Pantheon accettato a livello regionale. In realtà non si trattava semplicemente di un Pantheon, ma di un clan: gli dèi delle diverse città erano legati da vincoli di parentele e, mentre il millennio si avviava conclusione, le città arrivarono

Nel radunare buona parte del mondo conosciuto sotto il controllo greco, Alessandro Magno celebrava gli dèi di cui conquistava le terre. E le divinità di Alessandro avrebbero ricevuto la stessa pragmatica cortesia quando la Grecia si ritrovò dalla parte dei conquistati. E’ questo il motivo per cui si può stabilire una corrispondenza tra il pantheon greco e quello romano cambiando semplicemente il nome degli dèi (Afrodite o Venere, Zeus o Giove, e così via).

Le città Stato

Sin dall’inizio, la tendenza della religione a seguire da vicino la politica aveva riguardato non solo i rapporti tra le varie città-Stato della Mesopotamia , ma anche la politica all’interno di ognuna. E all’interno l’ordine politico era verticale. A differenza delle società di cacciatori-raccoglitori, le città-Stato avevano una leadership chiara. E, come nei chiefdom, la leadership era gerarchica, anche se in modo più complesso e burocratico. Come in terra: le città-Stato e, in seguito l’intera regione, non solo avevano un’unica divinità principale (talvolta una divinità che veniva definita re) , ma questa divinità principale aveva degli dèi subalterni che ricordavano chiaramente una corte reale.

Nel codice di Hamurrabi

Hammurrabi godeva dell’autorizzazione divina a emanare leggi. Come sottolineato dai brani che aprono il suo codice legislativo, Anu ed Enlil, le due divinità più autorevoli del Pantheon mesopotamico, avevano scelto lui come re per “portare la regola della rettitudine nel paese, per distruggere i malvagi e i malfattori”. Alla fine del codice, sono una trentina gli dèi citati… Nessuna di queste divinità ottiene, però, il trattamento riservato a Marduk nei brani di apertura del codice, dove Anu ed Enlil dichiarano che Marduk è un “grande” Dio e gli attribuiscono il “dominio sull’uomo terreno”

A seguito di un importante sviluppo teologico, l’importanza degli altri dei del Pantheon fu sminuita e, da subalterni di Marduk, diventarono dei semplici aspetti della sua personalità.…Secondo il classico mesopotamico Epica della creazione, Marduk aveva “la sovranità sul mondo intero”. Ovviamente, del resto, visto che “ha attribuito il nome ai quattro quarti del mondo; l’umanità ha creato”. Esistono accenni al fatto che il dio non solo governava l’intera umanità, ma era anche ben disposto nei suoi confronti: “Grande è il suo cuore, immensa la sua compassione” (anche se, per non sbagliare, “avrebbe sottomesso il disobbediente”.

Un enigmatico ed eccentrico faraone

Nel frattempo, in Egitto, un dio si era avvicinato ancora di più di Marduk al monoteismo universalistico…Il golpe fu ideato, nel XIV secolo p.e.v., da un enigmatico ed eccentrico faraone noto come Amenhotep IV. Se il faraone fosse mosso più da zelo religioso o da un desiderio di complotto politico gli studiosi hanno opinioni diverse, ma sono in pochi a negare l’importanza della situazione politica da lui ereditata al momento di salire al trono o della situazione religiosa ad essa collegata.

Akhenaton

Il faraone costruì una grande città in onore di Aten, la chiamò Akhenaton (“orizzonte di Aten”), e spostò lì la capitale, si nominò alto sacerdote di Aten, si dichiarò figlio di Aten, e come tale venne lodato;”Oh, bel figlio del disco solare”, un disco solare che, osservavano i cortigiani del re, “non ha esaltato il nome di nessun altro re”.

Mentre Marduk, dopo aver assorbito le principali divinità, si era tenuto attorno alcuni dèi, in modo da avere una sposa e dei servitori, Aten, all’apice del suo potere, rimase da solo nel firmamento divino: un chiaro presagio del dio ebraico, Iahvè. E a proposito del famoso universalismo di Iahvè, Aten aveva creato gli esseri umani e si prendeva cura di tutti loro. Come dice il grande inno ad Aten: Tu metti ogni uomo al suo posto/ provvedi ai bisogni di ognuno…/ Gli uomini parlano lingue diverse,/ e hanno caratteristiche differenti;/ non tutti hanno la stessa pelle,/ perché tu hai distinto popolo da popolo”.

In Mosè e il monoteismo, Sigmund Freud ipotizzò che, durante il regno di Aten, Mosè fosse in Egitto e che, in seguito, avesse portato l’idea di monoteismo verso Canaan, dove avrebbe introdotto la civiltà giudaico-cristiana. Come vedremo, questa non è la spiegazione più plausibile per la comparsa del monoteismo nell’antica Israele. In realtà sembra che la responsabilità di quell’evento sia da attribuirsi più a Marduk che ad Aten.

Molti secoli dopo aver fallito nel tentativo di instaurare un monoteismo duraturo nella civiltà mediorientale, Marduk contribuì a spingere tale civiltà oltre la soglia che da esso la separava. Avrebbe affrontato e sconfitto, perfino umiliato, un dio dell’antica Israele, e gli Israeliti avrebbero risposto creando un proprio monoteismo. (continua)

* “Una lucida analisi di come la dottrina e le pratiche religiose siano cambiate nei secoli, generalmente in meglio”.  Così il Times di Londra annunciava 12 anni fa la pubblicazione da parte di Newton Compton editori del libro di Robert Wright “L’evoluzione di Dio”. Non sono e non saranno molti i testi per divulgare i quali sono disposto a sottopormi alla considerevole fatica di copiare  e presentare i brani che ho ritenuto più significativi. Ho pensato che il saggio di Wright – 480 pagine scritte con grande chiarezza, appassionanti e al tempo stesso ben documentate – ne valesse  la pena.
Robert Wright ha insegnato filosofia a Princeton e religione all’università della Pennsylvania. E’ membro della New America Foundation e collabora con la rivista “The New Republic”, ma i suoi articoli sono apparsi anche su “Time”, sull’ “Atlantic Monthly” e sul “New Yorker”. Finalista del National Book Critics Circle Award, è autore di saggi selezionati dal “New York Times” fra i migliori libri di quell’anno. Anche “L’evoluzione di Dio” è stato per diverse settimane nella classifica del “New York Times”.  

Articoli recenti:

Post in evidenza

L’evoluzione di Dio

“Una lucida analisi di come la dottrina e le pratiche religiose siano cambiate nei secoli, generalmente in meglio”.  Così il Times di Londra annunciava 12 anni fa la pubblicazione da parte di Newton Compton editori del libro di Robert Wright “L’evoluzione di Dio”. Non sono e non saranno molti i testi per divulgare i quali sono disposto a sottopormi alla considerevole fatica di copiare  e presentare i brani che ho ritenuto più significativi. Ho pensato che il saggio di Wright – 480 pagine scritte con grande chiarezza, appassionanti e al tempo stesso ben documentate – ne valesse  la pena. (Nandocan).

Robert Wright ha insegnato filosofia a Princeton e religione all’università della Pennsylvania. E’ membro della New America Foundation e collabora con la rivista “The New Republic”, ma i suoi articoli sono apparsi anche su “Time”, sull’ “Atlantic Monthly” e sul “New Yorker”. Finalista del National Book Critics Circle Award, è autore di saggi selezionati dal “New York Times” fra i migliori libri di quell’anno. Anche “L’evoluzione di Dio” è stato per diverse settimane nella classifica del “New York Times”.  

1 – La nascita e la crescita degli dèi

La fede primordiale 

Nell’universo dei cacciatori-raccoglitori il soprannaturale non assume la forma di un unico essere onnipotente, e ancor meno quella di un essere moralmente perfetto. Il regno del soprannaturale, piuttosto, è popolato da vari esseri che, in linea di massima, sono incredibilmente simili agli esseri umani: non sempre sono di buon umore e le cose che li mettono di malumore non debbono essere per forza comprensibili.

Il fatto che le divinità dei cacciatori-raccoglitori non siano modelli di virtù contribuisce a spiegare una considerazione espressa da più di un antropologo: in genere i cacciatori-raccoglitori non “venerano” i loro dèi . In effetti, spesso li trattano come si tratterebbe un semplice essere umano: con gentilezza in alcune occasioni, meno gentilmente in altre.

Nel 1874 Edward Taylor fece osservare che le religioni delle società “selvagge”erano “quasi prive di quell’elemento etico che per la moderna mente istruita è l’aspetto principale della religione pratica”. Taylor non intendeva dire che i selvaggi fossero immorali…È solo che “queste norme etiche si fondano sulla tradizione e l’opinione dominante” piuttosto che su una base religiosa.

E di certo la maggior parte delle società di cacciatori-raccoglitori non si avvalgono dell’incentivo/deterrente morale supremo: un paradiso riservato ai buoni e un inferno che accoglierà i cattivi…Come ha osservato l’antropologo Elman Service nel 1966, nelle società di questo tipo i valori come l’amore, la generosità e l’onestà”non vengono né predicati, né sostenuti dalla minaccia di rappresaglie religiose”, “perché non ce n’è bisogno”.

La religione dei cacciatori-raccoglitori possiede almeno due caratteristiche che si ritrovano, in un senso o nell’altro, in tutte le grandi religioni del mondo: cerca di spiegare perché accadano le cose spiacevoli e, di conseguenza, offre la possibilità di migliorare le cose.

Ovviamente, per un verso o per un altro, la religione ha sempre avuto a che fare con l’interesse personale: le dottrine religiose non possono sopravvivere se non esercitano un certo fascino sulla psicologia delle persone la cui mente le accoglie, e l’egoismo rappresenta una fonte di fascino considerevole. L’interesse personale, però, può assumere varie forme e, inoltre, può affiancarsi a molti altri interessi: l’interesse della famiglia, l’interesse della società, l’interesse del mondo, l’interesse della verità morale e spirituale.

lo sciamano 

Lo sciamano (o, talvolta la sciamana) rappresenta una tappa cruciale nell’evoluzione della religione organizzata. E’ l’anello di congiunzione tra la religione primitiva – un mutevole amalgama di credenze su un mutevole amalgama di spiriti – e ciò che la religione è diventata in seguito: un complesso a sé stante di convinzioni e consuetudini, tenuto insieme da un’istituzione autorevole. Lo sciamano è il primo passo verso l’arcivescovo o l’ayatollah.

Alcuni autorevoli studiosi vedono nello sciamano dell’Età della pietra le origini del misticismo che, nella sua forma moderna, ha donato serenità d’animo a molti. Eliade ha scritto che lo sciamanesimo degli Eschimesi e il misticismo buddista condividono lo stesso scopo, “la liberazione dalle illusioni della carne”.

Nonostante la pretesa di possedere le capacità soprannaturali assicurasse allo shamano (o alla sciamana) una condizione sociale elevata e una sorta di potere sulla vita delle persone, il prestigio sciamanico si trasformava di rado in una netta influenza politica. Quando, però, emerse l’agricoltura e si definirono i chiefdom, la leadership politica e quella religiosa maturarono e si fusero, e la loro fusione contribuì a tenere insieme queste società caratterizzate da una nuova complessità.

I chiefdom e gli dèi della Polinesia

I chiefdom sono società agricole, molto più grandi e complesse della società di cacciatori-raccoglitori media, comprendenti in genere molti villaggi e migliaia di persone. Il comando è nelle mani di un “capo” (chief) che può avere dei capi regionali sotto di lui. Oltre alla Polinesia, i chiefdom hanno caratterizzato le Americhe e l’Africa, e gli archeologi ne hanno trovato tracce in giro per tutto il mondo, specialmente nei pressi dei luoghi che ospitarono le grandi civiltà antiche.

La sera prima della spedizione inaugurale della stagione, i pescatori si riunivano presso un tempio della pesca, dove passavano la notte insieme, lontani dalle lusinghe del sesso con le loro mogli, che poteva provocare l’ira degli dèi. Portavano con sé cibo sacrificale, adoravano il dio della pesca e, prima di ritirarsi per la notte, eseguivano una lettura responsoriale durante la quale un sacerdote diceva: “Salvaci dall’incubo, dai sogni di sfortuna, dai presagi di disgrazia”

L’effetto congiunto di tutti questi rituali era di ammantare la costruzione delle canoe e la pesca di un’aria di solennità che, probabilmente, incoraggiava un comportamento rigoroso e coscienzioso…. In tutta la Polinesia, la religione incoraggiava il lavoro rigoroso e scoraggiava il furto e altri comportamenti antisociali.

Articoli recenti:

Post in evidenza

Un nuovo inizio: Il 2021 rovescio del 1989

Newsletter n.44 del 30 agosto 2021

L’orrore degli attentati e il dramma dei profughi afghani mostrano quanto sia alto il prezzo della rotta americana a Kabul, e non solo per l’America. Essa è stata assimilata alla fuga da Saigon dell’aprile 1975. In realtà è stata molto di più e molto più grande è la sua forza simbolica come evento capace di segnare una periodizzazione della storia in due tempi opposti e diversi tra un’epoca che finisce e un’altra che comincia.

Il prezzo della sconfitta americana a Kabul

La caduta di Saigon rappresentò infatti la sconfitta del tentativo degli Stati Uniti di sostituirsi alle potenze europee (e nel caso specifico, alla Francia) nella gestione di un potere imperiale residuo su questa o quella porzione del “Terzo mondo” arretrato, e quindi segnò la fine dell’età coloniale. L’abbandono dell’Afghanistan rappresenta invece il fallimento della risposta dell’Occidente alla caduta del comunismo e dell’ordine bipolare, e segna la fine del nuovo ordine globale. Ne esce sconfitta la pretesa dell’Occidente di sostituirsi al socialismo scomparso instaurando un unico dominio su un mondo ridotto alla propria misura e finisce il sogno degli Stati Uniti di dar corso a un “nuovo secolo americano”.

La lettura che ci sentiamo di avanzare è che la caduta di Kabul è speculare alla caduta del muro di Berlino. Ambedue frutto non di una sconfitta militare ma di una decisione politica degli invasori, i sovietici allora, gli americani oggi. Ambedue segno che il mondo da loro immaginato e voluto è sbagliato e impossibile, e che un altro se ne deve ora progettare e costruire. Il 2021 si rivela pertanto come il rovescio dell’89. Ma allora è lì che bisogna tornare, come ai nastri di partenza, per organizzare un’altra risposta.

Come fu sostenuto in un seminario della scuola “Vasti” del novembre 2001 che qui riprendiamo, l’Occidente sbagliò allora la lettura e la risposta agli eventi dell’89, prima favorendo la dissoluzione dell’URSS, poi concependo un mondo di cui esso fosse l’unico gendarme e padrone. L’Occidente non seppe uscire dal sistema di dominio e di guerra che era legato alla diarchia del terrore ma, venuta meno l’Unione Sovietica, proseguì quel medesimo sistema mettendosi alla sua testa da solo. Esso pertanto non seppe cogliere l’occasione di quella inaudita e pacifica discontinuità storica, non seppe concepire e gestire un progetto nuovo per il mondo che rappresentasse un vero superamento del vecchio sistema bipolare. E così facendo si inserì nella traiettoria della sua caduta, attivando una crisi speculare a quella che fu la crisi del comunismo e innescando la fase finale della crisi di quell’ordine.

1989: “La guerra fredda è finita e noi l’abbiamo vinta”

Come avvenne questo? Quando il 14 novembre 1989 Gorbaciov, capo dell’URSS, trasmise ai dirigenti tedeschi la decisione di aprire il muro di Berlino, tutta la politica militare, tutta la politica estera, tutto il mondo erano pensati in funzione della sfida finale della storia, identificata con lo scontro dell’Occidente col comunismo inteso come il principio del male. Nel momento in cui questo improvvisamente e in modo incruento finisce, gli americani stentano a crederci, e si apre un vuoto che non si è minimamente preparati a riempire.
L’unica cosa che l’Occidente riesce a dire è: “la guerra fredda è finita, e noi l’abbiamo vinta”.

Ma che fare del mondo? Finalmente il capitalismo ha prevalso, il mercato è ormai universale, le più ardite speranze dei teorici del liberalismo che avevano profetato: col libero commercio, l’eterna pace, si possono realizzare. La storia è giunta al suo adempimento e noi ce l’abbiamo portata. D’altra parte il capitalismo che dai grandi Paesi dell’Occidente si presenta a raccogliere l’eredità del mondo, è un capitalismo attraente, un capitalismo non solo di ricchezze e di lustrini televisivi, ma anche di diritti, di protezione sociale, di pluralismo politico. Non è il capitalismo selvaggio che oggi conosciamo, è un capitalismo ancora profondamente influenzato dall’esistenza di un campo antagonista, dalla sfida esterna del mondo socialista, dal condizionamento interno delle sinistre e dei sindacati, dal compromesso keynesiano.

Un capitalismo avaro con i bisogni, ma dispensatore di desideri

E’ un capitalismo che ha dovuto accettare delle compatibilità con diritti e valori indipendenti dal mercato, è un capitalismo avaro con i bisogni, ma dispensatore di desideri. E quindi tutti ci vogliono entrare, immigrandoci dentro e importandolo a casa loro. Ma a questo punto, caduto il limite esterno, il capitalismo realizzato si accorge di non essere affatto universale. E’ il sistema migliore possibile, ma non è per tutti, i suoi benefici non si possono estendere a tutti. Esso non può reggere la vita e lo sviluppo del mondo. Non può sfamare tutti, non può avere acqua e medicine per tutti, non può permettere la democrazia a tutti. I meccanismi economici non sono attrezzati per questo, perché sono fatti per incrementare il denaro e non per soddisfare i bisogni.

Ma questo non è il solo problema. E’ lo stesso ordine fisico della terra che presenta limiti invalicabili a una fruizione universale del livello di vita conseguito dalle aree privilegiate del sistema. Il Club di Roma già nel 1971 aveva proiettato nel futuro i limiti dello sviluppo, e quelle previsioni erano risultate fondate. Stava per finire il petrolio, il gas naturale, il carbone, stava per cambiare il clima, stavano per ritrarsi le acque da bere e innalzarsi le acque marine, i tassi di inquinamento stavano per raggiungere livelli catastrofici. Contro il mito del progresso illimitato, si faceva strada la coscienza della scarsità.

Gli anni 90, gli anni dopo la fine dell’URSS, sono gli anni in cui i grandi poteri rimasti sono posti di fronte a queste alternative, a queste scelte. Ci sono correnti che spingono verso una ristrutturazione equa di tutti i rapporti mondiali, che postulano la pace la giustizia e la salvaguardia del creato. Ci sono le teologie della liberazione dell’America Latina, ci sono i pacifisti, ci sono i rapporti delle Agenzie intergovernative sul clima che denunciano i pericoli e che spingono verso quei primi risultati che saranno la conferenza di Rio sul clima e il Trattato di Kyoto. Nel vertice di Roma del 1996 la FAO ancora si illude di poter dimezzare la fame nel mondo per il 2015.

Un mondo da salvare e un mondo a perdere, gli “scarti”

Ma il sistema fa un’altra scelta. Se il mondo non si può tenere in piedi tutto, allora se ne garantisce solo una parte, la propria. Il capitalismo vincente non può ritrarsi e rientrare nei vecchi confini del Primo Mondo, continuerà a inglobare tutto il mondo, ma con una stratificazione, una gerarchia, una grande selezione, una realistica diseguaglianza. C’è un mondo da salvare e un mondo a perdere, i privilegiati e gli esclusi, i necessari e gli esuberi. Cioè noi e loro, quelli che poi un giorno papa Francesco chiamerà “gli scarti”.

La formula del resto era stata enunciata da Spencer, il promotore ottocentesco della società dell’utile, della “military and industrial society”, ed era così enunciata nel suo “Sistema di filosofia sintetica”: gli uomini sono come sottoposti a un giudizio di Dio; “se sono realmente in grado di vivere essi vivono, ed è giusto che vivano. Se non sono realmente in grado di vivere essi muoiono, ed è giusto che muoiano”. Il darwinismo sociale. È questo il punto di caduta a cui l’intero corso storico perviene.

Ma un mondo così non sta a posto da solo. Deve essere tenuto a bada con scettro di ferro. Il grande problema che si apre con la fine dell’ordine bipolare e la scomparsa dell’URSS è quello del governo del mondo. L’idea è che occorre stabilire un sovrano universale, e questo non può essere altro che gli Stati Uniti perché, come doveva spiegare Brzezinski, l’ex consigliere per la sicurezza nazionale di Carter, non c’è altra alternativa che l’America all’anarchia globale. Nell’aprile del 1992 le “linee guida” per la politica della difesa degli Stati Uniti formalizzano la nuova dottrina.

La destra USA: un nuovo secolo americano

“Occorre impedire a qualsiasi potenza ostile – dicono – il dominio di regioni le cui risorse le consentirebbero di accedere allo status di grande potenza”; occorre “impedire l’ascesa di un futuro concorrente globale”; occorre “dissuadere i Paesi industriali avanzati da qualsiasi tentativo che miri a contestare la nostra leadership”, cioè la leadership americana: e questo valeva anche per l’Europa.
E nel 1998 la destra americana avanza il progetto di fare del nuovo secolo un “nuovo secolo americano”. Naturalmente occorreva anche tenere in mano le carte per l’ultima partita sulla ripartizione e l’utilizzo delle risorse in via di esaurimento, ma soprattutto occorreva al più presto possibile riappropriarsi dello strumento sovrano del governo del mondo: la guerra.

La guerra, agli inizi degli anni 90, non solo era bandita dal diritto, ripudiata dalle Costituzioni, ma godeva di un unanime discredito e repulsione nell’opinione pubblica mondiale. La guerra, identificata ormai con la guerra nucleare, era considerata come il male assoluto, anche dai governanti. La guerra fredda era combattuta per evitare la guerra. Le politiche dell’Occidente erano tutte politiche di pace, anche i missili si mettevano per la pace, la “ratio” della corsa al riarmo nucleare era la dissuasione dalla guerra nucleare. La guerra era il terrore; la pace era l’equilibrio del terrore, era la deterrenza: cioè togliere il terrore con il terrore.
Ma nella nuova situazione creatasi dopo l’89 la guerra doveva essere ripristinata, richiamata dal suo esilio, eticamente riscattata e di nuovo agghindata e adornata come una sposa.

L’occasione la fornì l’Iraq e la sua disputa con l’Arabia Saudita e gli altri Paesi OPEC per il prezzo del petrolio, sceso a prezzi stracciati fino a 12 dollari al barile. Fidando nel fatto che la guerra non usava più, l’Iraq occupò il Kuwait. Questo crimine fu fatale. Il muro di Berlino era stato rimosso da un anno, l’URSS non era più in grado di fermare l’Occidente. E Bush padre fece la guerra. La fece per due ragioni: la prima, come spiegò poi nelle sue memorie, perché non si poteva permettere che le riserve di petrolio del Medio Oriente cadessero sotto il controllo di una potenza ostile; e fu la prima guerra per il petrolio.

La NATO e il diritto di guerra in nome dell’ONU

La seconda ragione, più importante, fu per ristabilire il diritto di guerra esercitandolo in nome di quelle stesse Nazioni Unite che l’avevano abrogato. E quella del 1991 fu la guerra per riabilitare la guerra agli occhi dell’opinione pubblica occidentale. Ci vollero alcuni mesi non solo per preparare l’armata ma per sviluppare una imponente campagna di persuasione. Si trattava di rovesciare il sentire comune che Paolo VI aveva quindici anni prima icasticamente proclamato dalla tribuna dell’ONU: mai più la guerra. E infatti Giovanni Paolo II le si oppose.

Nel 1999 toccò alla Iugoslavia. La guerra era stata ormai richiamata in servizio, era “libera all’esercizio”. Anche per quella guerra si parlò di petrolio, della necessità di aprire un corridoio per gli oleodotti dal Caspio. Ma la vera ragione fu politica. La ragione fu di uscire dall’ordine delle Nazioni Unite, dove la guerra era ancora formalmente bandita, e comunque sottoposta a limiti e condizioni, ed entrare, ormai senza altre remore, nell’ordine della NATO. La NATO diventava essa la nuova comunità internazionale, la parte per il tutto, assumeva prerogative sovrane, si investiva in proprio del diritto e del potere sovrano di guerra. Per far questo cambiava i suoi statuti.

Il 24 aprile 1999, nel vertice atlantico di Washington, la NATO cambiava finalità e natura, dichiarava non più operanti i limiti degli articoli 5 e 6 del suo Statuto che restringevano l’ipotesi di uso della forza armata alla difesa contro un’aggressione, e rompeva perciò anche i limiti dell’art. 51 della Carta dell’ONU. Inoltre la NATO infrangeva i limiti della sua competenza territoriale e si assegnava come campo d’azione tutto il mondo. Teorizzava la pace e la sicurezza non più come indivisibili per tutti, ma solo per sé e per i 19 Paesi membri, e individuava nuove minacce alla sicurezza: terrorismo, sabotaggio, criminalità organizzata, interruzione di approvvigionamenti, movimenti migratori, fattori politici, economici, sociali, ambientali, rivalità etniche, religiose, riforme mal pensate o fallite, violazione di diritti umani, dissoluzione di Stati.

Per la prima volta il ricorso alle armi, cioè la guerra, veniva contemplata come risposta a crisi politiche, sociali, economiche, religiose di ogni tipo. Non a caso la prima delle nuove minacce alla sicurezza era individuata nel terrorismo. Quest’ultima era una profezia destinata ad autorealizzarsi. Se il mondo doveva restare pietrificato nella sua ingiustizia costitutiva, se la guerra diventava il mezzo universale per gestire ogni genere di contraddizioni o di crisi, e se l’esistenza di un’unica superpotenza militare faceva sì che la guerra restasse prerogativa e risorsa di una parte sola, agli altri non restava che il terrorismo.

Terrorismo e guerra come due variabili della politica

In tal modo terrorismo e guerra erano assimilati come due variabili della stessa fattispecie, come due surrogati dello stesso bene perduto: la politica.
La conferma giunse ben presto, l’11 settembre 2001, con gli attentati al Pentagono e alle Torri gemelle. Il giovane Bush li riconobbe subito come atti di guerra. E infatti rispose con la guerra, perché questa ormai era diventata l’unica lingua della politica. Nascono così la guerra e l’invasione in Afghanistan durate fino ad ora, e subito dopo la seconda guerra del Golfo, giunta fino alla distruzione dell’Iraq e all’uccisione di Saddan Hussein. Sulla base della menzogna, poi ufficialmente riconosciuta dal rapporto Chilcot del Parlamento inglese e dallo stesso Tony Blair, della minaccia delle armi di distruzione di massa. E nel 2002 il delirio teorizzato dalla destra neoconservatrice secondo cui la sicurezza americana stava nel dominio del mondo veniva formalizzato nella “Nuova strategia della sicurezza nazionale americana” che arricchiva con le armi spaziali gli arsenali a disposizione della Casa Bianca.

È tutto questo che è finito nel neoisolazionismo di Trump, nell’ideologia dell’“America First”, nella “debacle” di Biden, nell’abbandono americano dell’Afghanistan e nella tragedia dei presi e lasciati nell’aeroporto di Kabul. Ed è da qui allora che deve partire l’altra risposta, che in un altro modo deve coinvolgere la totalità degli attori che agiscono sulla scena del mondo, Stati e popoli, dagli Stati Uniti alla Cina, dai kurdi ai palestinesi, dagli ebrei ai musulmani. È in questo quadro che si innalza la proposta universale e inclusiva di papa Francesco, la sua proposta di una fraternità umana nella pluralità di diritto divino delle religioni, ed è qui che si leva la proposta laica di una ricomposizione della società umana sotto la sovranità del diritto, di una Costituzione della Terra.

Leggi anche:

Post in evidenza

Le risorse in campo

di Raniero La Valle, 14 agosto 2021

“Ancora vent’anni, e la Terra sarà distrutta”: è questo il senso della notizia che ha fatto irruzione in questi giorni. Basterà un aumento di un grado e mezzo della temperatura media, hanno proclamato gli scienziati incaricati dall’ONU di controllare il cambiamento climatico, e si andrà di catastrofe in catastrofe, attraverso eventi mai accaduti finora in centinaia di migliaia di anni.

Quello del 6 agosto scorso è stato un annuncio simile a quello rivolto a Ninive dal profeta Giona: “Ancora 40 giorni e Ninive sarà distrutta”. Solo che questa volta a dirlo erano 145 governi di tutto il mondo, che non hanno alcuna intenzione di convertirsi, come invece fecero i capi di Ninive, mentre in gioco non c’è una città o un impero, ma la vita stessa sulla Terra.

Se fosse la ragione a muovere i comportamenti umani…

Se fosse vero che la ragione è il principale movente dei comportamenti umani, da domani comincerebbe la rivoluzione verde e si procederebbe a mutamenti inauditi nella vita economica e nei modi di vita.

Essi non porrebbero rimedio ai danni già irreversibili arrecati all’ambiente, ma impedirebbero il protrarsi delle devastazioni in corso e l’avvicinarsi della fine.

Se fossero già in esercizio una Costituzione e un popolo della Terra capaci di prenderne in mano i destini, secondo il progetto che ne è stato avanzato, avremmo delle politiche e degli strumenti per promuovere e governare il cambiamento.

Ma non c’è il tempo per attivare questo processo prima che la situazione precipiti, mentre è chiaro che con i soggetti in campo e le risorse oggi disponibili anche quest’ultimo appello lanciato dall’ONU rimarrà inascoltato. L’ONU stessa, che pur sa diagnosticare i disastri, non ha mostrato capacità alcuna di porvi rimedio: nemmeno le guerre è riuscita a bandire, ciò per cui pure era sorta, e anzi molte ne ha legittimato e qualcuna addirittura gestita.

Occorrerebbe istituire un’Unità di crisi

Sono necessari perciò provvedimenti immediati e inediti rimedi. Una prima cosa da fare riguarda proprio l’ONU: andando oltre le procedure degli accordi tra Stati per ogni decisione da prendere, occorrerebbe istituire un’Unità di crisi, facendo anche tesoro dell’esperienza del Consiglio di Sicurezza, per interventi d’emergenza e scelte vincolanti per tutto il mondo, che abbiano il supporto di strumenti adeguati.
Occorrerebbe poi andare oltre gli schemi seguiti da quanti finora hanno occupato tutta la scena, cioè dagli Stati e dai grandi soggetti economici che sono anche più potenti di loro. A entrare in scena dovrebbero essere i popoli e i loro movimenti, con gli Stati o in dialettica con loro. E tra questi Stati dovrebbero essere chiamati in causa quelli che storicamente sono stati tenuti ai margini e senza i quali oggi il mondo non è neanche concepibile.

Si pensi alla Cina, che ancora oggi l’Occidente cerca di isolare

Si pensi alla Cina, che per decenni è stata esclusa dall’ONU, con la finzione che vi fosse presente attraverso Taiwan, e che ancora oggi l’Occidente esorcizza e cerca di isolare. Ma la Cina è il più grande dei Paesi in via di sviluppo, ha alle sue spalle una straordinaria esperienza politica, ed è il solo Paese che pensa se stesso in stretta connessione con l’intera comunità mondiale, non a partire dall’ideologia dell’imperialismo, ma teorizzando una nuova politica internazionale volta a costruire una “Comunità umana dal futuro condiviso”.

Nel proporlo i cinesi ricordano una loro antica massima secondo la quale “un filo di seta non fa una trama e un singolo albero non può creare una foresta”. Criticano l’idea dello scontro di civiltà e propugnano rapporti “che incarnino armonia, diversità e inclusività”. Le loro politiche non saranno innocenti, le loro strade non saranno le nostre, ma intanto bisognerebbe saperne e capire di più.
Quello che non possiamo fare è di non rimettere in discussione le culture e le storie che ci hanno portato fin qui, in una condizione che viene descritta, e non dalla letteratura apocalittica, da fine del mondo.

La questione di Dio

E c’è una questione, che era stata messa tra parentesi in questa età di secolarizzazione, e forse bisogna ora riprendere in mano, la questione riaperta dalla novità di papa Francesco, la questione di Dio. La modernità l’ha considerata chiusa, anche se il suo teorema, che l’uomo basti a se stesso, non è più così evidente alla prova dei fatti. L’ateismo aggiunge le sue ragioni, ben motivate. Heidegger ha lasciato aperta la domanda se solo un Dio ci può salvare. Per i cristiani le cose si sono fatte più difficili: in quanto abbiano conservato la fede, essi sono certi che il Dio di Gesù Cristo è coinvolto nella storia umana, però non cercano miracoli né credono più in un Dio tappabuchi, e ora hanno anche a che fare con i post-teisti, che mettono il Vangelo nel ripostiglio dei rifiuti.

Ma in questo clima da ultimi tempi, torna la questione se tra le risorse da mettere in campo c’è, come era stato il caso di Ninive, la risorsa di Dio. Non perché alcuno possa disporne, che creda o non creda in lui, ma perché il modo di intendere se stessi rispetto all’esserci o non esserci di lui cambia per ciascuno il modo di stare sulla terra.

*da Chiesa di tutti Chiesa dei poveri

Leggi anche:

Post in evidenza

I linguaggi mistici

“Non possiamo eliminare ciò che ci è dato, il gratuito, il mistero. L’ansia di felicità è sete di infinito. La tendenza intellettuale verso lo sconosciuto e quella amorosa alla felicità sono i simboli del linguaggio secolare”.….”La pretesa di verità del cristianesimo è un esempio di imperialismo religioso?”

In queste pagine ho messo una serie di pensieri e massime che ho liberamente estratto dal libro di Raimon Panikkar “Mistica pienezza di vita”, dove per mistica si intende l’esperienza personale del mistero che avvolge tutti, credenti e non credenti.*

Raimon Panikkar

Meditando Panikkar -7

Non esiste un linguaggio mistico universale

Non esiste un linguaggio mistico universale, così come non esiste un’esperienza mistica oggettivabile. Esistono linguaggi mistici, per esempio: lo hindu, il buddista, il cristiano e il secolare . Ci sono concetti analoghi ma il linguaggio mistico non è concettuale.

Le esperienze non sono dottrine. Si può penetrare in modo esistenziale e vitale ciò che altre cosmovisioni hanno sperimentato quando si crede che ciò sia compatibile con le proprie intuizioni fondamentali.

Non si confonda relativismo con relatività. Le religioni non sono uguali e non è indifferente appartenere a una religione o a un’altra, ma è possibile trovarsi a casa in più di una dimora.

Con la fede si entra nel territorio del mythos. Si supera la razionalità per mezzo di una coscienza di verità che non può fondarsi razionalmente, a meno che la fede non ricada nella stessa ragione – il che risulterebbe un circolo vizioso.

Un secondo invariante del linguaggio mistico è il suo carattere estatico, vale a dire che oltrepassa il suo supporto linguistico. Si deve saper amare per intenderlo.

Il linguaggio mistico ha una pretesa di verità, anche se può avere momenti che trascendono la coscienza. Non è chiuso a nessuno, ma la profondità del senso mistico richiede sforzo ed educazione per poterlo captare.

Il linguaggio hindu

L’induismo non esiste in quanto tale. E’ semmai un insieme di religioni, o cammini di spiritualità, vie di liberazione. La dialettica qui non è di morte e resurrezione ma di apparenza e realtà. Il centro di gravità del linguaggio hindu è il divino.

  • Samsara: questo mondo fluisce, tutto è in movimento, tutto è passeggero. La vita non muore. Se supero il mio individualismo, la morte non mi incuterà paura. Il fluire dell’acqua è l’atman e io partecipo dell’immortalità se scopro che l’atman è Brahman
  • Moksa: mai potrò incontrare l’essere nel non-essere; devo tagliare tutti i nodi che mi incatenano a questo mondo di apparenze. Ma prima dovrò avere scoperto che quello che abbandono non ha valore.
  • karman=azione. Il cammino verso la salvezza è un cammino, richiede attività, non solo individuale, non necessariamente opere esteriori. L’uomo può influire liberamente e attivamente sul karman di questo mondo.
  • Il karman è il simbolo della solidarietà universale.

Il linguaggio buddista

  • Nell’esperienza della nostra inconsistenza sta la nostra liberazione. Esperienza che non è tanto di sofferenza quanto di insoddisfazione.
    • Il cammino medio elimina ogni insoddisfazione. Senza la meditazione o la contemplazione non si riesce neppure a scorgerlo. Il Budda invita all’esperienza del vuoto totale.
    • Né teologie né filosofie, ma una pratica che sorge spontanea da dentro di me. Questo è l’”ottuplice sentiero” che conduce all’estinzione del dolore.
    • Che nell’ego vi sia qualcosa di “mio” che possa salvarsi è un sotterfugio razionale per paura della morte. Samsara e nirvana.

Il linguaggio secolare

  • “Tutti quelli che hanno vissuto secondo il logos sono cristiani, anche se li considero atei” (S.Giustino, II sec.)
    • Il linguaggio secolare si rifiuta di manipolare il saeculum in funzione di un altro mondo ipotetico con trascendenza verticale o orizzontale, di un futuro storico o di un cielo escatologico.
    • Non possiamo eliminare ciò che ci è dato, il gratuito, il mistero. L’ansia di felicità è sete di infinito. La tendenza intellettuale verso lo sconosciuto e quella amorosa alla felicità sono i simboli del linguaggio secolare.
    • Universalità della cultura tecnico-scientifica moderna.

Il linguaggio cristiano

  • Non possiamo dire se la formulazione dell’esperienza cristiana debba essere per forza la stessa. Non si può identificare l’esperienza di fede con la sua interpretazione. ” De internis non iudicat Ecclesia”.
    • Con un solo stesso atto Dio crea il mondo e genera il Verbo. Nell’esperienza della realtà di Gesù Cristo si intuisce che Dio e il cosmo non sono due cose, due esseri…. A distinguerli è l’intelletto, a separarli è il tempo, finché Dio non sia tutto in tutti.
    • Divinizzazione di un uomo e umanizzazione di Dio. Un Dio che non sia Uomo non esiste – e faccio appello ai Concili e non solo ai mistici. Dio non si fa ma è Uomo.
    • La croce non è simbolo di dolore o di morte, ma l’immolazione della Vita per la sua resurrezione, rivelandoci che la “condizione umana” è anche la situazione divina.”Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” Muore Gesù e resuscita Gesù Cristo.
    • Se la mia vita è un sacrificio, nel suo senso reale e tradizionale, morendo resuscito e resuscitando recupero la qualità della vita – trasformo la vita biologica in una vita più pienamente umana, cioè divina, senza per questo cessare di essere umana.
    • “E’ resuscitato, non è qui” né in alcun altro luogo. Si è nascosto nel più profondo del mio cuore. Il terzo occhio ci svela la sua presenza. Nessuna esperienza dopo la morte, se il “dopo” è un tempo lineare.
    • Non è un’illusione né una vita successiva, è la pienezza della vita che si vive nella misura in cui si va morendo a questo se stesso che non sono io stesso. Eterno non significa perenne. E’ la tempiternità, non dopo il tempo né fuori dallo spazio.
    • Sperimento la vita divina, ne sono partecipe, ma non cesso di essere l’uomo che sono, con tutti i difetti e le debolezze. La vita del risorto è la vita pienamente umana – in tutta la sua ricchezza e ambivalenza. Qui e ora.
    • Il silenzio è più che assenza di rumore, è assenza di parola, ma anche matrice della parola, che senza silenzio non è parola umana.
    • Il linguaggio mistico è un linguaggio simbolico che ci avvolge nel silenzio della parola, anche se tramite la parola stessa.
    • L’unica cosa che non si può dire è l’unica cosa che vale la pena di balbettare per entrare e uscire dalla terra incognita della dimensione mistica della realtà.
    • Gesù Cristo è il simbolo (concreto) di tutta la realtà, il simbolo dell’esperienza cosmoteandrica. Tutta la realtà è una cristofania. E’ un’esperienza trinitaria e la trinità non ha centro.
    • Solo se siamo (co)resuscitati con lui, possiamo essere partecipi dell’esperienza. Non ci sono tre persone, la Trinità non è numerabile. Chi ha intravisto l’esperienza del Tabor non può confondere la fede con le credenze che la esprimono.
    • Cristo è il nome cristiano, e pertanto particolare, del mistero silente della tempiternità.

Uomo è solo un’astrazione. Non v’è Uomo senza Mondo e senza Dio, né Dio senza Mondo, né Mondo senza Dio e senza Uomo. Pensati separatamente, non sono reali, ma astrazioni.

*Chi legittimamente teme l’arbitrarietà della mia selezione, sia pure priva di aggiunte e commenti, può consultare il testo di Panikkar “Mistica pienezza di vita”, edito da Jaca Book. Una breve presentazione dell’autore è nella pagina “Meditando Panikkar”. Un sito in cinque lingue cliccando qui

Leggi anche:

Post in evidenza

Amo l’estate che non è più estate (00:52)

tramonto alla Giannella
Amo l’estate che non è più estate,

l’ombra vasta di un pino secolare,

l’azzurro cupo nell’acqua tranquilla

di una grotta nascosta in riva al mare.


il pianto di una tortora al mattino,

una pace improvvisa di cicale,

il ciabattare allegro di un bambino

con il secchiello in mano verso il mare.


Al tramonto i bagnanti contro il sole,

il chiasso della musica lontano,

la sabbia fresca e la risacca sola

che fa da sfondo alle nostre parole.

8 luglio 2020

Post in evidenza

Acciacchi ma…

Che sian gli dei o il cigolio del carro

a questa pena dannar la mia sorte

non avrò più la grazia del ramarro

che scivola sull'anca e se ne fotte.

Il mio destino è la zuppa di farro

con brodo di verdura e prugne cotte,

qualche goccia a placare il catarro

e un sonnifero a dar la buona notte.

Ma il viaggio è bello quand'è un po' bizzarro

anche se arriverò con le ossa rotte.

(tra altri ??? anni però)
   
8 maggio 2021

Articoli recenti:

Post in evidenza

Sul libero arbitrio

Dialogo con Elisa e con Massimo

ELISA Cerchero’, con poche frasi, di definire il libero arbitrio, come io credo sia ed esista. Immaginate di avere davanti a voi un foglio da disegno, e di cominciare, con una spugna, ad intriderlo d’acqua, finche’ non si appiccicherà al tavolo su cui state lavorando. Immergete un pennello nel colore rosso e passatelo a caso sul foglio. Cosa succede? Tutto si spande, si fonde, i contorni non si possono delimitare. Questo per me e’ l’arbitrio. Prendete ora un altro foglio, non bagnatelo, scegliete un colore che volete, guardate il foglio, il suo colore, le sue dimensioni. Quindi tracciate il disegno che volete: questo per me è il libero arbitrio.

Perché quel colore e non un altro?

FERNANDO Ho capito. Ma perché io vorrei quel colore e non un altro?

ELISA Per l’arbitrio: cioè per quell’insieme di informazioni e sensazioni che hai accumulato nella vita coscientemente vissuta.

FERNANDO Ma tu non dimostri affatto che informazioni e sensazioni dipendano da una sua libera scelta…Perche’ vuole tracciare quel disegno e non un altro? Io dico invece che dato il suo patrimonio genetico, l’ambiente e l’esperienza che ha vissuto, e’ molto improbabile – e non dico impossibile per evitare di essere stupidamente categorico – è molto improbabile che possa scegliere diversamente. La coscienza e’ una cosa, il libero arbitrio un’altra.

ELISA Per me la coscienza è il libero arbitrio. E’ ovvio che, ognuno di noi, crede di avere sufficiente coscienza, ma questo solo fino a che non si accorge di averne acquisita altra e cosi’ via. Per libertà di coscienza ognuno intende quella a cui e’ arrivato in quel momento, che certo non e’ quella a cui arriverà fra un po’, ma per intanto non lo può sapere.

FERNANDO Su questo convengo: ognuno penserà – sbagliando – di poter esercitare il libero arbitrio.

ELISA Dalla presa di coscienza si arriva alla libertà di scelta, dunque ad esercitare il libero arbitrio. Se invece non conosco non posso neppure scegliere, niente libero arbitrio.

FERNANDO Ma se conosco posso scegliere? Anche questo è da dimostrare.

MASSIMO Dunque, secondo te il vero motivo che determina l’azione starebbe al di fuori della coscienza e l’uomo, non potendone essere consapevole, si illude di essere libero senza mai esserlo veramente. Se pero’ questo motivo appartiene al regno dell’inconscio come si può dimostrarne l’esistenza? Si può essere convinti dell’esistenza di qualcosa solo quando si è in grado di percepirlo.

Mai sentito parlare di Freud?

FERNANDO Mai sentito parlare di Freud? Dopo un secolo di psicanalisi, e nonostante tutti i dibattiti aperti sull’argomento, mettere in dubbio l’esistenza dell’inconscio mi sembra un tantino “retro”. E’ stato accertato sperimentalmente che soltanto una minima parte di quanto e’ memorizzato dall’inconscio emerge, come la punta di un iceberg, alla superficie. E il più delle volte in modo camuffato, come accade nei sogni, all’interpretazione dei quali e’ dedicata infatti gran parte del processo psicanalitico.

FERNANDO Ma si tratta appunto di una speranza, destinata nella maggior parte dei casi ad andare delusa.

MASSIMO Per te, dunque, al di la’ di qualunque intenzione volontaria, al di la’ di qualunque terapia psicanalitica, esistono elementi che non possono mai essere portati alla luce, condannati ad essere avvolti nel mistero. Certo, è innegabile che eseguiamo giornalmente una gran quantità di atti automatici e che senza l’inconscio il cervello (o la mente) non potrebbe nemmeno funzionare. Vi sono pero’ fondate speranze di portare a coscienza, momentaneamente e in fasi successive, quegli elementi che di solito appartengono a una dimensione piu’ profonda e nascosta.

MASSIMO Per me esiste una differenza fra inconscio e inconoscibile. L’inconscio di cui parla la psicanalisi si puo’ accettare con fondamento, appigli percettivi ve ne sono eccome. L’esistenza stessa della psicanalisi è fondata sulla speranza di portare a coscienza determinati elementi inconsci.

FERNANDO Soltanto alcuni elementi e con molta fatica. Non ti insospettisce il fatto che anche a prescindere dalle rimozioni che avvengono a qualsiasi eta’, la conformazione decisiva del nostro cervello e’ avvenuta in un’epoca ( i primi mesi, i primissimi anni di vita) di cui non ricordiamo nulla o quasi?

MASSIMO Per me, comunque, il libero arbitrio esiste, ed e’ il prodotto della consapevolezza e del pensiero. Grazie ad essi mi si offrono piu’ alternative che se ne facessi a meno e dunque sono relativamente piu’ libero.

Non c’è un binario unico, i binari sono tanti e questa è la libertà oggettiva

FERNANDO Forse dovresti dire: mi sento relativamente piu’ libero. Anche per me la liberta’ esiste, ma in senso oggettivo. L’offrirsi di piu’ alternative e’ estremamente importante per consentire anche ad una volonta’ non libera di esprimersi nel modo piu’ coerente. L’immaginazione, la capacita’ di associare idee, il cervello umano funzionano al meglio in presenza del massimo pluralismo possibile. Per questo le liberta’ civili e politiche sono cosi’ importanti, per questo la loro assenza impoverisce la societa’.

Ma per ritenerti personalmente libero dovresti dimostrare almeno la probabilità che quella che consideri una libera scelta abbia avuto concretamente un’alternativa. Ci sono più alternative, è vero. Ma saresti davvero libero solo se, nonostante tutti i condizionamenti, tu potessi realmente e concretamente scegliere diversamente da come finirai per decidere… Provo a spiegarmi con una metafora: non c’e’ un binario unico, i binari sono tanti ma una serie di scambi azionati da controllori sconosciuti porteranno inevitabilmente il tuo treno su uno solo di essi…

MASSIMO Se sono cosciente del motivo alla base della mia azione posso scegliere se farmene determinare o meno. Seguendo la tua metafora, se sono cosciente che gli scambi obbligano il mio treno in una direzione che non voglio, vado nella “stanza dei bottoni” e modifico la situazione. Certo, dietro ogni volere si può celare una motivazione inconscia che tuttavia può essere resa conscia e assecondata al volere e cosi’ via all’infinito.

FERNANDO Il difetto di questo ragionamento sta nel fatto che tu distingui il tuo “volere” dalla sua causa inconscia, affermi che la causa inconscia del tuo volere puo’ essere resa conscia – cosa tutta da dimostrare, ma lasciamo perdere – per poi essere “assecondata” al tuo volere. Ma il tuo volere non esiste senza la sua causa inconscia.

MASSIMO Certo, tutto e’ relativo. Confrontato con “l’uomo dei binari”, “l’uomo dei bottoni” risulterà sicuramente più libero e se confrontiamo quest’ultimo con uno che può scegliere di viaggiare in macchina apparirà ancora confinato entro limiti ben precisi. Tuttavia il semplice fatto che possano esistere livelli diversificati di consapevolezza mi sembra sufficiente per parlare di libertà relativa.

FERNANDO Secondo me, l’”uomo dei bottoni” non sara’ piu’ libero dell’”uomo dei binari” se non nel senso che la presa di coscienza di quella determinata causa entrera’ a far parte della sua storia personale che determinera’ il suo comportamento successivo, arricchendolo di possibilita’ oggettive, non soggettive.

MASSIMO La mia ipotesi e’ che il cervello (o lo spirito) dell’uomo e’ infinitamente “elastico”. Solo questione di tempo ed esso potra’ portare a coscienza qualunque causa nascosta e fondare cosi’ sempre meglio il suo libero arbitrio. Perché poi non considerare positivamente anche una libertà relativa? Tutto e’ relativo, questo e’ valido per ogni cosa, dunque perche’ tenerne conto? Ritenere “vera” solo la liberta’ assoluta e’ come lamentarsi che l’uomo non puo’ sbatter le braccia e volare: a che serve? Per me dire che l’uomo possiede una liberta’ relativa e’ come dire che di fatto possiede la liberta’ ed il libero arbitrio, farei a meno di riferimenti all’assoluto.

L’errore di Cartesio

FERNANDO Ma certo, nessuno sano di mente pensa che, almeno su questo pianeta, possa esservi una liberta’ assoluta. Libertà assoluta sarebbe la capacita’ dell’uomo di autodeterminarsi “in toto”, ma mettiamola da parte, visto che non ci crediamo né tu né io. Intendiamo per libertà soltanto la libertà relativa, che presuppone comunque una capacità di autodeterminazione. Ad esempio: l’uomo e’ condizionato dall’istinto sessuale, ma con l’uso della ragione riesce a controllarlo o sublimarlo. Oppure: l’uomo e’ condizionato dalla sua ignoranza, ma può comunque scegliere in base al buon senso la soluzione che ritiene più valida.

E’ questo che intendi quando parli di liberta’ relativa, no? Resta il fatto che:

  1. Qualunque scelta implica una motivazione.
  2. In presenza di piu’ motivazioni, l’uomo sceglie necessariamente quella che, coscientemente o meno, “sente” come la più vantaggiosa o la meno rischiosa.
  3. Non esiste una volonta’ “pura” che possa prescindere da questo “sentire”. Ad ogni situazione, reale o immaginata, corrisponde la percezione, reale o immaginata, di un vantaggio o di un rischio per il nostro benessere, di una punizione o di una ricompensa.
  4. Poiche’ il nostro cervello ha memorizzato soprattutto durante la nostra infanzia e adolescenza ma poi anche successivamente le emozioni piacevoli o spiacevoli che hanno accompagnato le nostre esperienze di vita, e’ molto probabile che siano queste emozioni a decidere dei nostri comportamenti futuri. Ogni volta che i nostri ragionamenti richiameranno alla mente, direttamente o indirettamente, immagini o scenari associati a quelle esperienze. Argomento, questo, che puoi trovare assai meglio spiegato nel capitolo su “l’ipotesi del marcatore somatico” di Antonio Damasio (“L’errore di Cartesio”, Adelphi).

MASSIMO Insomma, tu non ammetti una relazione fra coscienza e liberta’.

FERNANDO Sono un incompetente e attendo lumi. Ti sarai accorto, mi auguro, che non e’ nella mia natura fare affermazioni categoriche. Se qualcuno e’ in grado di dimostrarmi che all’evidente capacita’ della mente umana di associare idee anche in modo imprevedibile – dunque non in modo meccanicistico – corrisponde l’intervento di una volonta’ allo stato puro per scegliere autonomamente un’alternativa piuttosto che un’altra, sono pronto a ricredermi. Non penso che l’uomo sia determinato soltanto dai suoi istinti, penso che la coscienza sia “efficace”, il fatto e’ che si tratta di una coscienza “formata”.

Se metto insieme il patrimonio genetico, il ruolo degli istinti, l’inconscio, l’esperienza dei primi anni di vita, l’educazione ricevuta, la cultura ambientale, ecc. e soprattutto se considero la capacita’ che hanno tutte queste pulsioni di mimetizzarsi alla superficie della coscienza mediante razionalizzazioni di ogni tipo, non posso che mettere in dubbio la sopravvivenza di una volonta’ allo stato puro e la trasparenza delle sue motivazioni.

MASSIMO Oh, finalmente l’hai detta la parola magica! Parli di una volonta‘ allo stato puro, una volonta‘ assoluta! E’ chiaro che, nonostante le tue negazioni, pensi ad una liberta’ assoluta! Lo credo bene che dopo la puoi negare con facilita‘!

FERNANDO Non mi riferisco a una “volonta’ assoluta” ne’ a una “liberta’ assoluta”. Mi riferisco al concetto di libero arbitrio cosi’ come e’ stato storicamente inteso da quanti lo hanno posto a fondamento della responsabilita’ morale. Mi riferisco, cioe’, al concetto di libero arbitrio come “capacita’ della volonta’ umana di autodeterminarsi”, sottraendosi in tutto o anche soltanto in parte (liberta’ relativa) ai condizionamenti di qualsiasi tipo: consci o inconsci, percepibili o non percepibili, fisici o morali, individuali o sociali, ecc.

La capacità di abolire i condizionamenti

MASSIMO Per me il problema della liberta‘ riguarda la capacita‘ umana di abolire i condizionamenti percepibili, che contrastano il nostro volere percepibile: questo non e‘un problema banale in quanto si tratta di un risultato difficile da conseguire e tu stesso appunto lo riconosci, considerando la coscienza “efficace”. E come vedi non c’è nessun bisogno, in questo caso, di tirare in causa il funzionamento del nostro cervello.

FERNANDO E invece questo bisogno c’è, eccome, se è proprio con il funzionamento del cervello che nasce, si forma il nostro volere. Sottrarci soltanto ai condizionamenti percepibili può bastare a farci “sentire liberi”, non basta per essere liberi, non basta perché si possa parlare di libero arbitrio. Spinoza, che pur non sapendo niente di inconscio e di psicanalisi era molto meno dubbioso di me, diceva che anche una pietra che cade, se fosse cosciente del proprio movimento e nel contempo lo desiderasse, si riterrebbe libera. Quando parlo di “coscienza efficace” intendo dire che la coscienza e l’uso della ragione possono rendere l’uomo piu’ libero dai propri istinti (quando la ragione non interviene solo per razionalizzare la vittoria degli istinti) ma non, ad esempio, dalla particolare educazione che ha ricevuto, dalla particolare cultura in cui e’ cresciuto, ecc. ecc.

MASSIMO Se diciamo che l’uomo puo‘ essere libero dall’istinto, allora dici che rimangono i condizionamenti culturali. Se diciamo che l’uomo può liberarsi dai condizionamenti consci, dici che rimangono quelli inconsci. Quali sono allora i condizionamenti che possono coesistere con la libertà relativa? Viene da pensare che per te non ne esistano.

FERNANDO Se il condizionamento fosse soltanto parziale, allora tutti i condizionamenti potrebbero coesistere con una liberta’ relativa. Ma io – come avrai certamente capito – tendo ad escludere un condizionamento soltanto parziale, dunque anche la libertà relativa. In altre parole tendo a credere che il condizionamento sia totale e che il procedimento decisionale abbia sempre uno sbocco obbligato, anche se imprevedibile a causa dell’enorme complessita’ del cervello umano.

MASSIMO Ipotizzando un essere che conoscesse tutti gli accadimenti universali, tutto sembrerebbe determinato in precedenza e dunque il libero arbitrio non risulterebbe altro che un’ìllusione. Un simile essere però non esiste, né è ipotizzabile (oppure è Dio). Ne consegue che noi, se accettiamo veramente la relatività, dobbiamo cessare di giudicare a partire dalle cause dei fenomeni. Se continuiamo a cercare le cause, e se esse sono inconscie, queste ci conducono a un regresso all’ìnfinito, cioe‘ alla conoscenza totale. Bisognera‘ allora definire la liberta‘ al contrario, a partire dagli effetti! Questo era cio‘ che intendevo parlando dell‘uomo dei bottoni rispetto all’uomo dei binari. Se a questo punto introduciamo nuovamente le cause che condizionano l’uomo dei bottoni, dimostriamo di non aver compreso che ora bisogna giudicare dagli effetti e non dalle cause.

Come funziona il cervello quando prende una decisione?

FERNANDO Non confonderai per caso la liberta’ con il ventaglio di possibilita’oggettive? Non c’e’ dubbio che se la ricchezza, la cultura, l’organizzazione sociale allargano il numero delle possibilita’, la scelta avverra’ in un ambito piu’ allargato, ma sara’ comunque quella – e quella soltanto – che la sua mente calcolerà come la più vantaggiosa e la meno rischiosa, così come fa un’ape quando sceglie il fiore su cui posarsi per suggerne il nettare. Ovvio che l’uomo e’ cosciente e l’ape no, ovvio che il cervello dell’uomo e’ infinitamente piu’ complesso, ma cosi’ come l’ape non si posera’ mai sui fiori che non danno nettare cosi’ l’uomo non decidera’ mai di sua iniziativa l’azione che non riterra’ nella sua scala di valori, consapevolmente o meno, la piu’ vantaggiosa possibile.

Insomma, la domanda che non puoi non porti per stabilire se ”esiste veramente il libero arbitrio” e’ questa: come funziona il nostro cervello quando svolge il ragionamento che precede la decisione? Certo, e’ importante che il ragionamento umano, per quanto non libero, possa tener conto di un ventaglio piu’ ampio di possibilita’. La scelta risultera’ certamente migliore. Per questo, come ho gia’ scritto, le liberta’ civili sono importanti.

MASSIMO E io insisto sull’esistenza di questo “libero arbitrio concreto”, quello al quale si riferiva Elisa quando affermava: “Dallo stato di presa di coscienza si arriva alla liberta’ (se non conosco non posso scegliere), da qui al libero arbitrio. Sembra facile vero? Be’, e’ facile! Il difficile sta nel togliere tutto quello che non serve: E’ come la gentilezza: e’ molto facile essere gentili, basta non essere arroganti, violenti, presuntuosi, prepotenti, con idee preconcette,ecc”.

FERNANDO E’ difficile, anzi impossibile, fintanto che non sei motivato a farlo. E quello che dovresti togliere e’ proprio cio’ che per il momento ti motiva a non togliere. Puo’ capitarti domani che un’esperienza nuova, un incontro, un’emozione – non dipende direttamente da te – modifichi qualcosa nel tuo inconscio o nella tua coscienza motivandoti ad essere meno arrogante e piu’ gentile. Va da se’ che intanto pero’ dovrai rispondere della tua arroganza, anche se non sei ancora in grado di eliminarla.

La responsabilità individuale non può essere fatta discendere dal libero arbitrio

La responsabilita’ individuale non puo’ essere fatta discendere dal libero arbitrio ed e’ importante perche’ concorre a motivare la volonta’ e quindi il comportamento degli individui in direzione del rispetto di alcuni valori importanti per la societa’ e per gli individui medesimi. Ma, da questo punto di vista, la societa’ deve essere ritenuta responsabile nei confronti degli individui almeno quanto gli individui debbono essere ritenuti responsabili verso la societa’ .

MASSIMO Anche per me quello della motivazione puo‘essere considerato ” il vero ” problema della liberta‘. Ma è qualcosa che si svolge sul puro piano spirituale, qualcosa a cui e‘ del tutto indifferente il funzionamento del cervello, sia esso condizionante o no per tale piano spirituale. Sostenere che cio‘ e‘ solo liberta‘ apparente in rapporto al funzionamento del cervello non mi sembra invece che ci porti da qualche parte, indipendentemente dal fatto che l’affermazione sia vera o falsa.

FERNANDO Credo che conoscere se stessi e quindi, per quanto possibile, il funzionamento del proprio cervello, sia invece importante. Credo che conoscere i limiti oggettivi della liberta’ nostra e altrui aiuti a far crescere la comprensione e la tolleranza, pur tenendo ferma la responsabilita’ morale e civile, indispensabili per la difesa sociale. Credo che ridurre l’ignoranza e accrescere la consapevolezza significhi creare le condizioni piu’ propizie a un uso sempre piu’ largo della ragione che ha fatto evolvere gli uomini dalle bestie

Post in evidenza

Poesia e giornalismo

Santa Fiora, 6 agosto 2020 – Sergio Zavoli, un grande giornalista e per me anche un maestro. Da tv7 ai servizi speciali del Tg….fino alla selezione dei nuovi giornalisti RAI. Quanti anni al suo fianco nelle stanze di Via Teulada. Un privilegio la sua guida e la sua amicizia.

Non era difficile volergli bene, anche se non sempre andavamo d’accordo. Per molti come per me poesia e giornalismo erano e sono difficili da tenere assieme, per lui no. E il grande, meritato successo della sua personalissima comunicazione, rigorosa e al tempo stesso “lirica”, riusciva a dimostrarlo. Con il commento come con le immagini.

A differenza di tanti colleghi di ieri e più ancora di oggi, magari anche professionisti di prestigio, sapeva e insegnava che in un buon servizio televisivo parole e immagini dipendevano le une dalle altre. Al punto di non poter essere comprese se non insieme.

Ma soprattutto Zavoli è stato uno dei pochi giornalisti a trovarsi sempre perfettamente a suo agio sia dagli studi radiofonici o televisivi sia stando dietro a una telecamera. O a una cinepresa, l’Arriflex, che a quel tempo si usava per le riprese. E la sua penna di scrittore si intonava perfettamente con quella bella, inconfondibile voce di “commosso viaggiatore”, come con affettuosa ironia lo avevano ribattezzato alcuni. Una voce destinata a restare per sempre sia nel nostro ricordo che nella storia della grande radiotelevisione italiana.

Post in evidenza

Πάντα Ρεί (01:33)

videopoesia
Tutto scorre.


La Verità non c’è
e quando c’è puoi dire già che è falsa.
Ognuno crede quel che sa e che vuole.


La teologia che indaga
con l’analisi logica il mistero
contraddice se stessa.


L’aldilà non esiste
e dalla morte
non vi è resurrezione.


La vita eterna è questa
in cui viviamo
né mai lasciamo
se non quando ella stessa ci abbandona.


Mistico è il solo modo di smarrire
la religione serbando la fede,
e la fede si svela nell’amore.


Tutto scorre. Ma niente va perduto.


20 giugno 2020
Post in evidenza

Se vuoi un mondo nuovo

Protesta a Napoli per l’ambiente

inizia a chiederti cosa sei disposto a perdere

Un titolo che può sembrare una provocazione nel giorno in cui giornali e tv, a cominciare dal Sole 24ore informano che l’Istat prevede nel 2020 una “caduta” per i consumi delle famiglie (-8,7%) a cui si accompagna anche “il crollo” degli investimenti (-12,5%), a fronte di «una crescita dell’1,6% della spesa delle amministrazioni pubbliche». Infatti è raro che a questi dati si aggiunga l’indicazione di quali consumi e di quali investimenti. Un po’ meno inutile è considerato chiarire di quali spese sarà gravato il bilancio della P.A. Ma nessuno dubita che consumi e investimenti hanno il sacrosanto dovere di crescere e la spesa pubblica diminuire. A dire come provvederà il mercato nel primo caso, lo scontro politico nel secondo. E’ questa la “normalità” che la pandemia ha sconvolto e a cui conservatori e “moderati” si illudono di ritornare. Molti altri invece, come Giuseppe Manzo nell’articolo che segue, pensano che l’ora di cominciare a scegliere per cambiare è arrivata, ed è questa (nandocan)

Il mondo non è quello di febbraio

***di Giuseppe Manzo, 7 giugno 2020 – Tutto è tornato come prima ma il mondo non è quello di febbraio. L’ondata di proteste in America e nel mondo per la morte di George Floyd ci dicono questo. Diritti, ambiente ed economia sostenibile sono i pilastri della domanda per un mondo nuovo. A Napoli si sono svolte tre manifestazioni su questi temi e le abbiamo raccontate su sudreporter. Ma è sufficiente la domanda di un mondo nuovo senza “l’uomo e donna nuovi”?

Il nostro rapporto tra i consumi e l’ambiente

A inizio ‘900 le grandi ideologie abbracciavano soprattutto la sfera del cambiamento umano come prospettiva ideale di costruzione della società e della propria esistenza. Chiedere uguaglianza, diritti e libertà significa praticare quei valori prima che enunciarli. Oggi c’è una distanza tra quello che si professa e ciò che si è. “Il Covid-19 ci cambierà”, si diceva. Non è proprio così. La rivendicazione di un diritto passa per la costruzione pratica di esso nelle relazioni umane, sociali, di genere. Il nostro rapporto tra i consumi e l’ambiente è parte del ragionamento e del problema quando si rivendica economia sostenibile.

Un altro mondo possibile

I regimi, autoritari o “democratici”, si rafforzano quando dai movimenti viene meno l’idea dell’ “Uomo nuovo” mentre si rivendica un altro mondo possibile. Basta guarda come sia naufragata l’amministrazione “rivoluzionaria” di De Magistris o ciò che doveva essere il “neo municipalismo” della democrazia partecipata con la città di Napoli che oggi è orfana di una direzione, soprattutto tra le fasce più deboli delle periferie.

Cambiare l’approccio culturale, politico e sociale

Si guarda alle proteste negli Stati Uniti senza tener conto che nel nostro Paese quella partita si gioca, in proporzione, in tanti ambiti: i braccianti sfruttati nelle campagne dal caporalato, le condizioni dei centri di detenzione e di accoglienza straordinaria, la forbice tra Nord e Sud che ha creato un divario enorme di risorse e di investimento pubblico. C’è una incapacità di fondo di mettere mano dentro la carne viva delle contraddizioni e c’è la difficoltà di cambiare veramente approccio culturale, politico e sociale.

Cambiare prima noi stessi e poi veramente le cose

Intanto le piazze si infiammano e si affacciano i nuvoloni oscurantisti di concezioni autoritarie e discriminanti che alimentano ingiustizia sociale. No, non sarà una manifestazione o una tornata elettorale a cambiare le cose. Bisogna capire cosa siamo disposti a perdere per cambiare prima noi stessi e poi veramente le cose.

Post in evidenza

Il ginocchio sul collo

Roma, 31 maggio 2020 – La rabbia contro la polizia esplode in tutti gli Stati Uniti, fino a lambire la Casa Bianca. Incendi, saccheggi e, naturalmente, sparatorie. Dalla Associated Press si apprende che ieri sera a Oakland, in California, un agente è rimasto ucciso e un altro ferito da colpi di arma da fuoco durante queste violenze. A Detroit, in Michigan, è stato ucciso un ragazzo di 19 anni, colpito da spari provenienti da un Suv.

All’origine delle violenze non c’è soltanto la prevedibile reazione degli afroamericani all’orribile fine di George Floyd. Come è noto, incurante dei suoi lamenti (“I can’t breathe”), un poliziotto lo ha ucciso premendogli il ginocchio sul collo per nove lunghi minuti. L’avevano arrestato poco prima per avergli trovata indosso una banconota falsa da 20 dollari. Non è, lo sappiamo, il primo episodio del genere. Ma la notizia di oggi è la sicura partecipazione ai disordini di gruppi di bianchi razzisti (o se preferite “suprematisti”), gli stessi che un mese prima avevano invaso, armi alla mano, la Camera dei Rappresentanti del Michigan.

Commentando questi quattro giorni di violenze l’ex vice presidente Joe Biden ne ha attribuito il ripetersi lungo tutta la storia americana al “peccato originale della nostra nazione”, la schiavitù. E quindi, possiamo aggiungere, il ginocchio di un bianco sul collo di un nero acquista un terribile significato simbolico.

Potrebbe accadere, come suggerisce l’editoriale domenicale del direttore di Repubblica, Maurizio Molinari, che con l’aggravarsi delle diseguaglianze in seguito alla crisi economica provocata dalla pandemia si aggravino anche le tensioni razziali. E analoghe diseguaglianze mettano “a rischio la convivenza civile” non solo negli Stati Uniti, paventa Molinari, ma anche in Europa.

A conclusione, una lettera aperta inviata oggi dall’amico collaboratore Massimo Marnetto all’ambasciatore USA in Italia, Lewis M. Eisenberg.

Ambasciatore Lewis M. Eisenberg,    (tramite Ada Messia – CNN –  cnnroma@turner.com)
come molte cittadine e cittadini italiani, sono indignato per come viene umiliata la comunità afroamericana negli USA.  L’orrenda morte di George Floyd ha ricordato al mondo come il razzismo sia ancora una ferita aperta nel suo Paese. Purtroppo, devo dirle che il Presidente Trump non si sta mostrando all’altezza della gravità della situazione. Incitare i sindaci ad “essere duri” o minacciare i dimostranti con i “cani feroci” come facevano i latifondisti schiavisti del Sud è un errore grave. A meno che Trump non voglia incendiare il Paese, per poi proporsi alle imminenti elezioni come uomo di “legge e ordine”. Questa mia dura critica si rivolge anche a chi – tra gli estremisti afroamericani – saccheggia e incendia negozi, ma la miope politica di mancanza di istruzione e opportunità per le comunità più emarginate presenta sempre il conto.

Ambasciatore Lewis M. Eisenberg, questa è una nota di protesta che invio, tramite i corrispondenti della stampa estera, al Presidente Trump, affinché riveda radicalmente il suo atteggiamento e scelga la via della pacificazione. La rabbia della frustrazione si spegne solo con la giustizia. Con vigilanza democratica, Massimo Marnetto – Roma

Post in evidenza

Chi ha creato Dio

***Roma, 11 maggio 2020 – “L’io, ha scritto ieri Scalfari sul quotidiano La Repubblica, crea Dio e ne è a sua volta creato”. Temo di non essere d’accordo. Penso che questo Io inteso come una monade sia poco più che un’illusione della coscienza. Piuttosto è il noi che vive in ogni persona da prima della nascita fino alla morte e sopravvive anche a quest’ultima nel ricordo e nelle conseguenze della sua vita terrena. Se è vero che siamo condizionati biologicamente nel dna e formati culturalmente nella famiglia, nella scuola e più in generale nell’ambiente naturale e sociale del tempo in cui viviamo. E badate, non è un’ovvietà’ e neppure si tratta di filosofia o di socialismo. Da Cartesio e Kant, prima a Freud e più recentemente a scienziati come Edelman e Damasio, ne è passata di acqua sotto i ponti.

Con quanto abbiamo appreso dalle neuro scienze anche il “libero arbitrio” risulta quanto meno molto ridimensionato. Se la società non può e non deve fare a meno di appellarsi al senso di responsabilità, sappiamo tutti che si tratta di una responsabilità oggettiva assai più che soggettiva, tanto da richiedere, in condizioni di vita diverse, un’educazione ed eventualmente una “rieducazione”.

Tornando alla frase di Scalfari, ci pare di poter dire che non è l’io ma “il noi” che crea Dio o meglio gli dei e ne è a sua volta creato e condizionato. Gli dei come le ideologie e in generale qualunque scelta che, coscientemente o meno, la conservazione del nostro equilibrio interiore ci induce a fare. Nel bene e nel male, anche quando l’individuo, non riconoscendosi come persona, si ritiene non credente e ateo. Così la pensiamo noi che abitiamo nel cervello di Fernando Cancedda pur sapendo che né questa nostra, né quella di Scalfari o di Papa Francesco o di chiunque altro è la Verità. In my (our) humble opinion.

Siamo tutti credenti

Ciò che non siamo, ciò che non sappiamo.

Dal buio del reale

ognuno si protegge con la fede,

tastando con le mani

un angolo, uno spicchio

e deducendo

da quello una visione universale.

La verità nessuno che ce l’abbia,

ma ognuno potrà dire con certezza:

io sono verità, vita, percorso.

Accade raramente

che un lampo venga a illuminar la scena

e il tuono annunci una rivoluzione.

Post in evidenza

Maledetta pandemia

Ma ci son giorni, questi,

che navigo felice lungo un fiume

ascoltando la musica dei passi

da un capo all’altro dello spazio tempo

di un andante con moto in corridoio

incrociando il tinello e la cucina

la camera da letto e poi lo studio

dove regno la sera e la mattina

accogliendo e mandandone ambasciate

oltre il confine delle strade vuote

di questa maledetta pandemia.

24 aprile 2020

Post in evidenza

L’occasione del virus

Roma, 8 aprile 2020 – Non manca, in queste settimane di necessaria sospensione della cosiddetta normalità, chi paventa un futuro catastrofico per le sorti della democrazia. Il prevalere di sovranismi e dittature porterebbe alla sconfitta definitiva dell’ideale europeo e al trionfo ovunque dei populismi di destra. E invocano come sempre il “pessimismo della ragione”.

Eppure soltanto qualche settimana fa ci rallegravamo per le piazze affollate di popolo che dimostravano la volontà di una democrazia rinnovata dalla partecipazione dei cittadini. Eppure anche i sondaggi danno in calo il consenso popolare a chi chiedeva in Italia i “pieni poteri”.


Io credo allora che questa interruzione senza precedenti di un vecchio modo di vivere e di governare offra anche l’occasione per ripensarlo e correggerlo. Credo, anzi voglio credere che il mondo potrebbe essere decisamente migliore, perché nessuna crisi mondiale come questa sta dimostrando il fallimento completo del capitalismo neoliberista.

Anche i meno preparati hanno potuto toccare con mano come il benessere individuale sia dipendente dal bene comune e la libertà individuale dalla solidarietà. Con maggiori investimenti pubblici nella sanità e nella scuola, nell’economia digitale come nelle energie alternative, il vantaggio comune non dovrà contare meno del profitto dell’impresa privata.

Le conseguenze dei tagli alla sanità dovrebbero aver chiarito a tutti che tocca alla politica guidare l’economia e non viceversa. E un po’ più di fiducia nel senso di responsabilità dei lavoratori aiuterebbe la sinistra a recuperare il consenso perduto.

Perciò, cominciando da subito, se di fronte alle maglie “troppo larghe” del decreto governativo i sindacati chiedono di avere voce in capitolo su che cosa va ritenuto o non ritenuto essenziale delle produzioni e delle attività in cui sono impegnati, diamo loro la nostra solidarietà.

Post in evidenza

Sorella aria (00:54)

Laudata sia Natura

per il dono che fa dell’aria pura.

L’aria che vivo, l’aria che respiro,

il primo dono avuto con la vita,

l’ultimo che godrò quand’è finita.

Respiro dunque sono

nel profumo e nel suono

quando dal petto vibra la mia  voce

o nell’udito mi sorprende il tuono.

Respiro dunque sono

 nel lamento

che viene con la musica del vento,

quando nell’aria fresca della sera

stormiscono le foglie in primavera.

26 marzo 2020

Post in evidenza

Pensare al vento (01:08)

Con i piedi per terra ho camminato

tutta la vita e con la testa al vento

delle parole che il tempo mi ha dato.

Come il cieco si appoggia ad un bastone

penso con quelle e la chiamo “ragione”

ma è quasi sempre solo un sentimento.

La tentazione c’è di rifluire

nello spazio confuso del sentire,

la sintassi ignorare del pensiero

e del presunto che è dato per vero.

La tentazione c’è di abbandonare

lo scambio incerto di parole avare

per affidarsi al gusto di avvertire

la sobrietà del vivere e morire.

11 marzo 2020

Post in evidenza

Per una Costituente della Terra

Roma, 24 febbraio 2020 – Una costituente per la Terra. Per ora soltanto un’associazione, l’avvio di una Scuola. Ma l’hanno fatto, l’abbiamo fatto. Venerdì 21 febbraio, nella splendida cornice della Biblioteca Vallicelliana di Roma. Oltre 200 i promotori, fra cui personalità di prestigio come Raniero La Valle, Luigi Ferraioli, Valerio Onida, Adolfo Perez Esquivel, il vescovo Nogaro, Paolo Maddalena. Ma non è un ‘iniziativa di élite. Del resto chi di noi, tra il popolo di sinistra, credenti e non credenti, comunque toccati dai ripetuti inviti di Papa Francesco ad un nuovo modo di pensare la Terra e l’unità nella diversità dei suoi abitanti, chi di noi non ha pensato, davanti all’ondata recente di sovranismi e di razzismi per non dire di qualche rigurgito di nazifascismo, che in un un mondo globalizzato la difesa dei diritti umani dal privilegio e dall’arroganza dei pochi esige necessariamente il superamento politico e non soltanto economico degli Stati Nazione?

 E’ stata la stessa direttrice della Biblioteca Paola Paesano a introdurre l’incontro di venerdì mettendo in connessione “una scuola, una biblioteca, un’idea”. 

E’ stato poi il primo fra gli ideatori di questo progetto culturale e politico, il  giornalista ed ex senatore Raniero La Valle, a spiegare le ragioni di una Scuola che – ha precisato – è anche un’antiscuola, perché il suo scopo non è quello di insegnare o imparare un pensiero già noto, ma di suscitare un nuovo pensiero a cominciare dal pensiero politico dell’unità del popolo della terra. Ma è toccato all’altro promotore principale – il professor Luigi Ferraioli, giurista ed ex magistrato, ma anche il più importante allievo di Norberto Bobbio, autore di centinaia di saggi sulla democrazia nel diritto – il compito di spiegare  le motivazioni e la praticabilità, anche dal punto di vista giuridico, di  una  Costituente e di una Scuola per elaborare e diffondere il pensiero fondante di una “Costituzione della Terra”. E a questa spiegazione, sia pure ridotta ai minimi termini per consentirne la visione agli internauti più frettolosi, ho dedicato la gran parte del video.

Nella Scuola appena inaugurata verranno dunque affrontati e riesaminati, in aule scolastiche autentiche come in quelle virtuali del web, temi come le nuove frontiere del diritto, il superamento del neo liberismo, la liberazione di un lavoro oggi ridotto a merce e oggetto di dominio, l’enciclica  “Laudato sì” e l’ecologia integrale, il principio femminile come categoria per la rigenerazione del diritto, la critica delle culture ricevute, come passare dalla dialettica degli opposti all’armonia delle differenze, dalle culture di dominio e di guerra alle culture della liberazione e della pace. E tanti altri.

 

 

 

 

Post in evidenza

Meglio fare l’amore (0:48)

“Fai rumore” è il titolo della bella canzone di Diodato che ha trionfato ieri sera al Festival di San Remo. Ma lo spunto per questa videopoesia viene piuttosto dalla straordinaria esibizione, nella seconda serata del Festival, di Roberto Benigni, che commentava  una pagina biblica di duemila anni fa, il Cantico dei Cantici, come “la canzone delle canzoni” e delle canzoni d’amore in particolare. I miei versi sono dunque un invito a “fare l’amore” piuttosto che a “fare rumore”. Ovvio che la ballata di Diodato non perde niente per questo della sua suggestione romantica.

Post in evidenza

La casa del silenzio (01:03)

La casa del silenzio

è la cima di un monte senza strade 

dove il sole riposa nella notte 

e niente vale a disturbarne il sonno. 

Solo al mattino 

da quel silenzio nasce la parola  

che il vento dello spirito diffonde  

alla natura intorno,  

al fruscio delle piante, 

al mormorio dell'acque, 

ai versi degli uccelli  

e giù alla valle,  

che la parola spegne nel rumore.

 

Post in evidenza

Natale al Castello (03:51)

Roma, 2 gennaio 2020 – Migliaia di visitatori anche quest’anno a Bracciano per “Il presepe vivente degli Orsini”. L’ultima replica è attesa per il 6 gennaio, con l’arrivo dei Re Magi. Fra le torri del Castello Odescalchi, uno dei più belli di Europa e del mondo, oltre 200 figuranti inviati dalle associazioni storiche di diverse regioni italiane si aggiungono ai volontari della cittadina in costume medievale e rinascimentale  per dar vita in queste giornate di festa ad una spettacolare rievocazione storica, ambientata nell’anno del Signore 1481.

 

Post in evidenza

OM

 

Non so a qual dio ma grato sì alla vita
per gli sguardi donati alla bellezza
e le carezze a un’anima ferita
quando si arrende a quella dolce brezza
che placa le parole in un sospiro
e nel sorriso scioglie la tristezza.
A questa pace meditando miro
come tra il sole e l’ombra in primavera
e pioggia lieve a benedir la sera.

31 Dicembre 2019

Post in evidenza

Dal treno (video 00:29)

Al monotono ritmo dei binari

si dilegua una vista di fugaci apparenze.

Ricamate di nebbia mattutina

sfumano nel passato le colline:

sono e non sono,

sono e non sono…

Fuori passa l’inverno. Qui sul treno

timido il sole mi accarezza il viso.

(Firenze-Roma 2 gennaio 2014)

Post in evidenza

La sconfitta del mondo (videopoesia 01:16)

  • La sconfitta del mondo documentata oggi dal dramma dei migranti, perché coincide con le cause strutturali delle loro partenze forzate: impoverimenti, fame, penuria di acqua, di terra, di lavoro, di abitazioni, oppressione, violenza, guerre, disastri ambientali e climatici. E al tempo stesso con il fallimento della nostra cultura,  l’inadeguatezza della nostra politica e della nostra economia, morale e religione. Con la nostra disumanità.(nandocan)


Inaugurata da Papa Francesco nella scorsa Giornata del Migrante, una scultura in bronzo ed argilla dell’artista canadese Timothy Schmalz raffigura un barcone con a bordo 140 migranti di varie epoche e paesi di provenienza, dagli indigeni sudamericani agli ebrei perseguitati dal nazismo fino agli africani di oggi che fuggono dalle guerre e dalla fame. Il titolo è lo stesso di una mia breve poesia di qualche mese fa sul medesimo tema, che oggi ho trasformato in questo video, il commento musicale elettronico è stato da me composto con il software GarageBand di Apple.

 

Post in evidenza

Quella storia della salvezza (Dordrecht) – video 03:34

Dordrecht, la più antica città dell’Olanda anche se meno nota di altre al turismo internazionale. La chiesa gotico brabantina di Nostra Signora. Una chiesa fra tante, direte. Invece no perché è proprio qui che quattro secoli fa venne solennemente proclamata la dottrina della predestinazione. Dal novembre del 1618 al maggio del 1619, ventotto teologi delegati dalle chiese protestanti di tutta Europa disputarono e riaffermarono contro gli eretici arminiani, i cosiddetti rimostranti, che l’umanità si salva unicamente per la grazia di Dio e non anche, come sostenuto dai cattolici e da altre confessioni, per le opere buone compiute nel corso della vita terrena. Quanto una disputa religiosa come questa contasse anche politicamente, sia pure spesso come alibi, nel rapporto tra i principi e gli Stati di allora lo abbiamo tutti imparato a scuola dai nostri libri di storia. In quello stesso anno 1618 ebbe inizio la guerra dei trent’anni, la più sanguinosa delle cosiddette guerre di religione. Accompagnata da peste e distruzioni, contò molti milioni di morti.

Quattro secoli dopo…Le guerre di religione ci sono ancora purtroppo, ma scoppiano altrove. Anche un importante avvenimento storico come quello non basta più a incoraggiare il turismo. Così la città provvede egregiamente con altre iniziative come l’originalissima mostra sul pesce nella pittura che si è conclusa con successo nelle scorse settimane.

Post in evidenza

Due Novembre (videopoesia 00:56″)

Amore e bicicletta immortalati

sulla soglia di un parco

ma più vivo è quel ramo che si spoglia.

Resiste invano l’uomo al suo destino

di obbedienza al futuro,

né sa quale orizzonte è dietro il muro.

La vita gioca sempre con la morte

e nessuna guadagna la partita.

Così la foglia secca che si lava

alla pioggia d’autunno

cade nel fango a generare, ignara,

nuova esistenza.

2 novembre 2019

Post in evidenza

LA SCOMMESSA PERONISTA E’ SALVARE L’ARGENTINA

***da Livio Zanotti, 28 ottobre 2019 – C’è troppa ideologia e poco senso della realtà nel domandarsi se ora che stravinte le elezioni sarà il nuovo capo dello stato, Alberto Fernandez, a dettare la linea politica; o non prevarrà invece quella della sua vice, Cristina Fernandez de Kirchner, già vice di suo marito e poi presidentessa, più che nota per il suo irrefrenabile temperamento, moltiplicatore d’una dichiarata e praticata inclinazione per personalismi e soluzione radicali. La drammaticità della crisi argentina è tale da averle almeno finora imposto una drastica dieta oratoria. Che pone ulteriormente in risalto la cauta fermezza dei calibratissimi interventi del presidente eletto.

 

I quasi 12 milioni e mezzo di voti raccolti (48 e spicci per cento) contro i 10 milioni e mezzo (40 e spicci per cento) dell’uscente Mauricio Macri confermano tanto la popolarità di Cristina e la solidità del suo zoccolo duro elettorale, quanto la capacità e il fiuto politico di Alberto Fernandez, autore di una riunificazione della tellurica galassia giustizialista che appena un anno addietro nessuno credeva possibile. E’ un fronte che ha conquistato anche le amministrazioni locali più rilevanti, a cominciare da quella della provincia di Buenos Aires, di gran lunga la più ricca e popolata del paese, oltre alla maggioranza legislativa in almeno una delle due camere del Congresso nazionale. 

 

Non sembra retorico né circostanzialmente accattivante il presidente eletto, quando dopo le inevitabili asprezze della campagna elettorale che comunque s’è svolta in modo sostanzialmente ordinato in un paese che precipitava verso la povertà e il rischio d’un nuovo default, ricorda anche agli avversari la necessità di misurarsi con la drammaticità e l’urgenza della crisi. Persino prima di rivolgersi con una richiesta di disponibilità solidale a tutte le altre forze politiche e più ancora alla società civile, agli imprenditori, alla classe media che in misura rilevante non lo hanno votato, all’opinione pubblica tutta. Sapendo gli uni e gli altri che i prossimi mesi richiederanno sacrifici anche a quanti -e sono la grande maggioranza dei 45 milioni di argentini- già da tempo sono costretti a una rinuncia dopo l’altra.

 

Malgrado un indebitamento che ormai s’avvicina complessivamente al cento per cento del prodotto interno lordo (basti pensare ai 56 mila milioni di dollari presi in prestito stand-by un anno fa dal Fondo Monetario Internazionale), nelle casse del banco centrale le riserve sono al minimo. Inflazione e svalutazione hanno divorato il potere d’acquisto delle retribuzioni. Ventimila imprese, soprattutto ma non esclusivamente piccole e medie hanno chiuso per mancanza di credito. La produzione industriale è scesa dell’8,1% negli ultimi 12 mesi, quella dell’auto del 26,4%. La disoccupazione sfiora l’11%, la povertà si avvicina al 36%. Recuperare tante energie perdute è un’impresa che non consente distrazioni e meno ancora rivalse o vendette.

Non si vede molto spazio per una conflittualità tra i due Fernandez. Di sicuro non nel primo anno. Avranno entrambi piuttosto bisogno di alleati, a cominciare dall’ex ministro economico di Nestor Kirchner, Roberto Lavagna, terzo arrivato nella consultazione di ieri con qualcosa oltre il 6%. Dovranno con ogni probabilità inventarsi come riuscire a tassare l’export agricolo, unica via percorribile per reperire rapidamente la valuta pregiata indispensabile alla contenzione della piazza e a un minimo di ripresa produttiva. Senza rinnovare lo scontro che nel 2008 paralizzò il paese per 129 giorni, avviandolo alla frattura sociale che ha prima consentito a Macri di sostituire Cristina alla Casa Rosada, ma poi travolgendone la fallimentare politica neoliberista con il voto di ieri.

 

Un vero e proprio programma del prossimo governo non si conosce. Quanto populismo conterrà lo vedremo. Ma leggerlo fin d’ora come sovranismo, è una semplificazione di maniera molto vicina allo stereotipo, al pregiudizio eurocentrico. L’Argentina (l’America Latina tutta) si trova a dover coniugare una duplice realtà: la propria, determinata dall’incompiutezza dello sviluppo economico-industriale, dunque bisognosa di protezionismo (a cui -come vediamo già da qualche tempo- fanno ricorso persino le massime super-potenze), per sostenere occupazione e mercato di consumo interno; e quella della globalità contemporanea egemonizzata dall’economia finanziarizzata, da cui dipendiamo tutti. Non ha grande libertà di scelta.

 

Livio Zanotti

Ildiavolononmuoremai.it

Post in evidenza

Giornalismo da ieri al futuro (00:13:06)

Sergio Lepri, giornalista e saggista, storico direttore dell’Agenzia ANSA che ha guidato per quasi trent’anni, ha festeggiato il 17 ottobre scorso i suoi cento anni con gli studenti del Liceo classico “Terenzio Mamiani” di Roma. Nel corso di una lezione nell’aula magna dell’Istituto, ha ripercorso con straordinaria vivacità intellettuale e sguardo  critico e ironico ma aperto a tutte le novità sia la sua avventura professionale che quella del giornalismo italiano (e non solo)  dall’immediato dopoguerra ad oggi senza trascurare rischiose prospettive future, dalla nascita di un’opinione pubblica fondata sull’enfasi dei titoli piuttosto che su un’informazione corretta e imparziale alla possibile “fine della mediazione giornalistica”   che almeno in parte compensa ancora l’inaffidabilità delle fake news su internet. A nome dell’associazione Articolo 21, che ha promosso l’iniziativa in collaborazione con la preside Tiziana Sallusti, il collega Renato Parascandolo lo ha presentato a una folta platea di alunni delle classi superiori. Ma questo video è anche il mio personale omaggio a un grande giornalista che ho conosciuto e letto a Firenze quando avevo ancora  l’età di quegli studenti e un a decina di anni dopo sono entrato come praticante in quel “Giornale del Mattino” che aveva avuto lui come redattore capo nel quotidiano diretto da Ettore Bernabei. Grazie della tua lezione, caro Sergio, e ancora tanti di questi giorni..

Post in evidenza

Markthal Rotterdam

Rotterdam, ottobre 2019 – Se passate da Rotterdam non perdetevi lo spettacolo di Markthal, uno straordinario mercato alimentare alto quaranta metri e vasto come un campo di calcio, 95 metri quadri di bancarelle e negozi, ristoranti e birrerie, dove sarete avvolti da un gigantesco, coloratissimo murale raffigurante i prodotti in vendita all’interno.

&nbsp

Post in evidenza

Dal cielo sopra l’Olanda (02′:10”)

Non capita spesso di volare in un cielo così limpido e sgombro di nuvole sopra le terre e le acque dei Paesi Bassi, sulla geometria policroma dei campi e dei canali alternata al mosaico dei tetti e delle strade. Magari ripensando il paesaggio disegnato dai pittori fiamminghi e domandandosi perché quelle file di pale eoliche paiono meno attraenti dei mulini a vento di quattro secoli fa.
Nel video, gli anti scenari dipinti si alternano come fantasmi a quelli inquadrati dal finestrino dell’aereo. Sono quadri bellissimi esposti al museo di Dordrecht in una originalissima mostra sui pesci nella pittura. Il commento musicale è tratto dall’Allegro della sonata n.2 op.5 di Arcangelo Corelli. Una mia breve poesia introduce e conclude la breve sequenza.

Perché poi immaginare/in cielo il paradiso/se non per consacrare/l’eredità del bello/che la vita ha lasciato?

 

Post in evidenza

Passaggio ad Arles (02:55)


Nell’arena di Arles, città capoluogo della Provenza, il toro insegue una ventina di giovani scalmanati vestiti di bianco che a turno cercano di strappargli una piccola coccarda fissata alle sue corna. Sulla piazza principale si fa musica all’aperto, un cartello annuncia un’importante mostra fotografica, mentre all’uscita della Cattedrale e dall’Hotel de Ville si festeggiano due matrimoni. Un passaggio veloce (2’55”) non consente altro. Buona visione.

Post in evidenza

Quanto pesa una farfalla? (videopoesia 00:25″ )

Lieve danzava in volo la farfalla

sorridendo dall’alto alla formica,

ora che è morta pesa sulla spalla

di chi campa soltanto di fatica:

“Cara mia dolce farfallina gialla,

ma quanto pesi, Dio ti benedica!”

Post in evidenza

Mistero eloquente

Cerco

nel bianco e nero della mia memoria

il senso di una storia

e di una vita,

la sequenza infinita

delle occasioni avute

e di quelle afferrate,

godute e poi svanite

nell’eloquenza muta del mistero,

dove tutte le vite,

vissute e poi smarrite,

conversano tra loro nel pensiero.

 

***15 luglio 2019

Post in evidenza

Social, non social

Piace e offende

il buon selvaggio che addenta la mela

ostentando il suo rutto di piacere.

Piace e offende

come il tornare indietro alle maniere

di un branco non ancora società.

Madama Civiltà,

che insegnava a sbucciare le parole

come la frutta

ormai tace e si arrende.

Anche la scuola non ci fa più caso.

Pertanto il buon selvaggio

ammicca sghignazzando in un messaggio:

fossimo noi ad aver la puzza al naso?

***13 luglio 2019

Post in evidenza

Prologo

Amo il silenzio delle mie parole

nell’incanto notturno del pensiero

che si affaccia dal sogno

e componendo va la musica dei versi

fino al ritorno di una voce amica

che dica il quando e il come della mente.

A lei dono quei versi e a chi li ascolta.

 

***12 giugno 2019

 

(Nella foto un particolare del dipinto di Max Ernst “La realidad es un collage”. A quanti apprezzano le mie poesie l’omaggio di un piccolo ebook , intitolato “Pensando in versi (1988- 2018)” che può essere scaricato liberamente e senza pubblicità cliccando su www.nandocan.info)

Post in evidenza

Schianta la Storia

Schianta la Storia e cade, come il ramo
da un tronco antico rotto alle tempeste,
monumento del bosco che più amo.
All’ombra sua fiorivano le feste
e alla musica dolce dei fringuelli
ignare danze lieti ballavamo.
Eppure di quel tronco sapevamo
che  a quel suono marciavano gli insetti
divorandone il legno piano piano.
Ora che cade sulle nostre teste
li vediamo fuggire, poveretti,
ai nostri piedi e noi li calpestiamo.

6 giugno 2019

Post in evidenza

Keukenhof. Dove regnano i tulipani (02:44)

Con i suoi 7 milioni di fiori piantati ogni anno, Keukenhof è il parco di primavera più grande e più bello del mondo. Trentaquattro ettari di aiuole e serre meravigliosamente curate dove si possono ammirare non solo tulipani (quattro milioni) ma giacinti, narcisi, orchidee, rose, garofani, iris e molti altri fiori che all’ombra di grandi alberi, circondati da corsi d’acqua, offrono uno spettacolo indimenticabile di colori e profumi. Si trova a Lisse, nel cuore della regione dei bulbi tra Amsterdam e L’Aia e dal 21 marzo al 19 maggio è aperto tutti i giorni. Questo video è stato da me registrato con una videocamera Sony alla fine del mese scorso (Aprile 2019) e dura 2’45”.

Post in evidenza

Le anime di sabbia (02:52)

Roma, 11 aprile 2019 – L’antico, magnifico castello sul mare di Santa Severa ospita fino al 14 aprile la mostra di un singolare scultore romano, Alberto Ricci, il primo al mondo a creare sculture solide con la sabbia utilizzando materiali idonei a renderla compatta. Ha scoperto e ideato queste sculture nelle fonderie dove realizzava i suoi lavori in bronzo, le une come gli altri esposti nella mostra. Le opere in “sabbia scolpita” sono state modellate con la lima e sembrano avere la consistenza di una roccia sedimentaria. E in questi piccoli capolavori si possono ammirare gli effetti sorprendenti ed inusuali che le minuscole particelle di sabbia riescono ad offrire accanto alla meraviglia di riconoscere in esse quelle immagini che la fantasia del vento avrebbe potuto operare nel tempo.

Il video si conclude con una breve poesia da me scritta per l’occasione. Ecco il testo:

Siamo anche noi delle anime di sabbia

dono d’amore della terra all’aria

e dell’acqua alla terra

come i nostri castelli di fanciulli

abbandonati all’energia del vento

Morto all’età di 60 anni nel 2003, Alberto Ricci aveva già avuto modo di fare apprezzare la genialità delle sue creazioni in Italia e all’estero. In un manifesto esposto alla mostra, datato 1965, aveva anche indicato le idee a cui si è ispirato nelle righe che seguono:

Energia  “essenzialismo”. l’arte non morirà. Ogni essere, persona, tempo, sentimento, materia, mondo, universo, infinito…. Il tutto è subordinato ad essa: energia. L’arte è energia qualsivoglia. Ora io dico per quanto sopra descritto che l’energia è e rappresenterà il fulcro di ogni cosa. Quindi una scultura o pittura che si voglia fare ha sempre una sua caratteristica, propria di ogni persona che abbia potenzialmente acquistato una certa energia, infatti ogni essere che nasce e vive nel suo tempo acquista sin dalle origini un suo preciso timbro. E tutto ciò aumenta approfondendo esso. L’opera è sempre un’invenzione continua e valida, ciò che diventa sia la propria essenza. Ogni epoca avrà una precisa caratteristica affinché i figli, che sono di quel tempo, le opere li rappresentano. Per queste mie vedute e pensieri, emano, io  Alberto Ricci, il movimento universale “Energia dell’Essenzialismo”, in Roma fulcro, apice di tutto ad essa.

Post in evidenza

La sconfitta del mondo*

Cammina sulle acque

la sconfitta del mondo

ora sfidando

la presuntuosa gotica certezza

di verità consunte

e magnifiche sorti e progressive.

La vediamo affondare

nel gorgo secolare

del pregiudizio.

Aspettando la Storia.

***11 marzo 2019

 

  • La sconfitta del mondo documentata oggi dal dramma dei migranti, perché coincide con le cause strutturali delle loro partenze forzate: impoverimenti, fame, penuria di acqua, di terra, di lavoro, di abitazioni, oppressione, violenza, guerre, disastri ambientali e climatici. E al tempo stesso con il fallimento della nostra cultura,  l’inadeguatezza della nostra politica e della nostra economia, morale e religione. Con la nostra disumanità.

Est contro Ovest in Europa, ultima mediazione Merkel. Germania al semaforo

da Remocontro, 16 ottobre 2021

Orban contro i Golia dell’Occidente, il caso Polonia posto formalmente dall’Olanda. il tweet (rimosso) dello sloveno Jansa. In vista del difficile summit di giovedì, la cancelliera in uscita -governo ‘semaforo’ in Germania come regalo di Natale-, prova a ricucire.

Frattura Est Ovest senza comunismo

«Mai sanata completamente, anzi forse nemmeno curata a dovere, la frattura tra est e ovest dell’Unione Europea riesplode con una potenza forse mai così distruttiva», avverte Angela Mauro sull’HuffPost. Una situazione tanto tesa da costringere  Angela Merkel, agli sgoccioli del suo lungo mandato, a riprendere il ruolo geopolitico della Germania tra le quattro Europa: tra nord e sud, ma soprattutto, tra Est e Ovest.

Tra flop e disastro

Ieri abbiamo scritto dell’intransigente Olanda contro la repressiva Polonia, con la minaccia esplicita sul rispetto degli accordi anche di democrazia, o niente soldi. (https://www.remocontro.it/2021/10/15/lolanda-e-la-verita-scomoda-sullo-stato-di-diritto-la-polonia-ha-rotto/) Messaggio destinato a più orecchie. E subito il tweet al veleno del premier sloveno Janez Jansa –presidente di turno Ue- contro gli europarlamentari arrivati a Lubiana per ‘indagare’ sul rispetto dello stato di diritto. Jensa, astioso, attacca anche l’olandese Rutte, poi qualcuno gli ricorda che sarebbe presidente di turno dell’Ue, e ‘ritira’ i tweet. Scempiaggini politiche. Viktor Orban, il vero capo del sovranismo aggressivo all’interno dell’Unione, cerca di nascondere certe inadempienze di regole o di democrazia attaccando “i Golia” dell’Occidente che, a suo dire, “si intromettono” negli affari del “Davide” ungherese.

Sotto, cova la tensione per i piani di ripresa e resilienza polacco e ungherese ancora bloccati in Commissione Ue per violazioni dello stato di diritto, con l’Olanda pronta a tirare il ‘freno di emergenza’ in cassa.

Merkel, compromesso

«Abbiamo grandi problemi sullo stato di diritto ma dovremmo risolverli col dialogo», dichiara Merkel, rivolta senza dirlo alla confinante a diffidente Polonia che –ancora Agela Mauro-, «l’ha fatta più grossa di tutti seminando sulla via dei rapporti con Bruxelles una sentenza che è un macigno sulla stessa adesione del paese all’Unione». La Polonia che rifiuta ogni arbitro esterno ma ne accetta i soldi. Non può reggere, ma dalla parte sua (e di Orban e Jansa), resta il ricatto della unanimità che dà il potere a un solo Stato di bloccare praticamente tutto.

Arbitrato giudiziario a prendere tempo

«Dobbiamo aspettare la sentenza della Corte di giustizia europea prima di prendere una decisione sui piani di ripresa polacco e ungherese», prova a rinviare Merkel. Tradotto: prima di decidere di bloccare le risorse europee per Budapest e Varsavia, bisogna attendere l’esito del ricorso presentato da Polonia e Ungheria in Corte di giustizia europea. «Si tratta di aspettare al minimo un anno, ma anche due o più». Sì, ma se Varsavia ha già detto che quelle sentenze comunque per lei non valgono?

La politica del ‘non detto’

Gettare acqua sul fuoco delle polemiche per evitare di ‘ingrassare’ con slogan anti-europeisti la campagna elettorale di Orban, in vista delle politiche dell’anno prossimo. Contando sulla probabilità -il ‘Non detto’- che tra un anno a Varsavia, Budapest e Lubiana siano cambiati i personaggi al comando e le loro politiche.

Le rozzezze anche stupide restano

Il tweet di Jansa contro gli europarlamentari “burattini di Soros”, rimosso dall’account del premier sloveno in segno di resa, ma le cose dette, anche se rimangiate restano. E descrivono mestamente i protagonisti. Ancora col diavolo Soros, complottismo un po’ antisemita. «Tweet di cattivo gusto quello di Jansa», la replica dall’Olanda che convoca l’ambasciatore sloveno. Jansa intigna: «Invece che convocare ambasciatori proteggi i tuoi giornalisti dall’essere uccisi in strada». La tragedia di Peter de Vries, il giornalista investigativo olandese ucciso dalla criminalità organizzata ad Amsterdam l’estate scorsa. Toni da osteria.

Parlamento infuocato

Temperatura del dibattito alta anche al Parlamento Europeo. Martedì interverrà direttamente il premier polacco Mateusz Morawiecki. E ci sarà anche Ursula von der Leyen. «E mercoledì potrebbe non essere da meno: l’aula discuterà della “ascesa dell’estremismo di destra e del razzismo in Europa, alla luce dei recenti eventi a Roma. Potrebbe essere l’ultima mediazione di Merkel prima della nascita del nuovo governo in Germania, che, promette lei, “sarà comunque pro-europeo”, chissà se capace di spegnere anche i fuochi più insidiosi nell’Unione».

Semaforo tedesco al via

I liberali ottengono il ritorno al pareggio di bilancio, lo stralcio della Patrimoniale e zero aumenti delle tasse, i Verdi l’uscita anticipata dal carbone entro il 2030, la mobilità sostenibile e i pannelli solari obbligatori su ogni nuovo tetto, mentre la Spd incassa l’aumento del salario minimo a 12 euro già nel 2022, il «Bürgergeld» (reddito di cittadinanza) e la «modernizzazione industriale» che secondo il cancelliere in pectore Olaf Scholz sarà «il più grande progetto realizzato dalla Germania negli ultimi cento anni», la sintesi di Sebastiano Canetta sul manifesto.

Articoli recenti:

L’amore della sapienza

di Giovanni Lamagna, 15 ottobre 2021

Il mio primo e principale amore – potrei dire anche il mio vero e unico amore – è la Sapienza. Da essa, infatti, per me derivano tutti gli altri amori. Che sono tali solo nella misura in cui riconoscono e amano anch’essi la Sapienza. Io amo, infatti, solo le persone che amano la Sapienza.

Sto parlando qui, sia ben inteso, dell’amore erotico, che è un amore, per sua natura, selettivo. Non sto parlando dell’amore/compassione, dell’amore agape, che è, invece, universale e si riferisce – almeno in potenza – a tutti gli uomini. Può essere anche unidirezionale, unilaterale, può rivolgersi persino ai nemici.

Aggiungo che mi sento veramente amato solo dalle persone che amano la Sapienza; e nella misura in cui esse amano la Sapienza. La sapienza è, dunque, per me il fondamento stesso dell’amore. Senza Sapienza, senza amore per la Sapienza, non c’è – a mio avviso – neanche vero amore tra le persone, tra gli uomini.

Per questo, quando un amore erotico, cioè un amore per una persona specifica, vacilla, io sento il bisogno di appoggiarmi, ancora più di quanto non faccia di solito, alla Sapienza. Perché la Sapienza è la mia ancora di salvezza, il mio porto sicuro, lo scoglio solido, a cui aggrapparmi in mezzo all’oceano, in mezzo alle tempeste.

Solo l’amore che in me ama la sapienza

Ancora: io non voglio, non desidero amori che non siano amori per quel poco, quel pezzettino di Sapienza che in me si incarna, si manifesta. Ogni altro amore è, infatti, per me vacuo, effimero, superficiale, passeggero, destinato ad appassire e morire presto. In altre parole non credo all’amore che in me amasse solo l’intelligenza o il carattere; meno che mai credo all’amore che amasse solo il mio corpo.

Non credo manco all’amore che in me amasse tutte e tre queste cose insieme, in contemporanea, ammesso e non concesso ovviamente che meritassi questo amore. Solo l’amore che in me ama la Sapienza, che riconosca e ami la scheggia o le schegge di Sapienza che sono riuscito a cogliere cogli anni, nel mio percorso esistenziale, ha per me una base solida, vera, duratura, profonda. E solo a questo amore io, dunque, credo, mi affido, mi concedo, mi lascio andare per davvero.

Articoli recenti:

In assenza del vento

Tornerai
ma solo se vorrai
a quel luogo incantato lungo il fiume
dove un'ansa trattiene la corrente
e in assenza del vento
pare che vi rallenti insieme il tempo.
Ritroverai
ma solo se verrai,
la gioia di quel primo appuntamento
e in assenza del vento
scivolerà nel fiume il tuo scontento.
Ti volterai
se ancora mi amerai
a cercare il mio viso
e timido negli occhi avrai un sorriso.

16 ottobre 2021

Articoli recenti: