Da oggi Bergoglio un papa senza maggioranza. L’omaggio a Paolo VI, un papa che seppe governare “in solitudine”

Vaticano, sinodo  sulla famiglia

Pubblico volentieri questo punto di vista di Piero Schiavazzi, tralasciando soltanto, anche per ragioni di spazio, un discutibile parallelo del Papa attuale con Matteo Renzi. Al testo integrale è possibile accedere con un clic. Personalmente, credo che i tempi dell’evoluzione ecclesiastica (o dello Spirito Santo per chi crede) abbiano ben poco a che vedere con le urgenze del decisionismo renziano, a tutto vantaggio della Chiesa naturalmente. (nandocan)

***da Piero Schiavazzi (Huffington Post) – La data del 19 ottobre, elevando Montini agli altari e scoprendo il suo ritratto sulla bianca facciata della basilica, segna la metamorfosi del pontificato di Bergoglio, che agli occhi del mondo ha cambiato faccia. Una volta per tutte. Mentre si chiude il primo tempo del Sinodo – e le squadre dei conservatori e progressisti guadagnano pensose gli spogliatoi delle proprie diocesi, per aggiornare la strategia in vista del 2015 – il Papa intanto si trasfigura. Insieme al paesaggio di San Pietro.

Dal Monte delle Beatitudini, dove Francesco apparve nella veste di nuovo Roncalli, la sera del 13 marzo 2013, annunciando una folgorante primavera dopo i rigori dell’inverno di Ratzinger, il Colle Vaticano ci mostra il tormento di un Paolo VI del ventunesimo secolo, avvolto nell’autunno precoce e dolce di una leadership che non riesce, alla prova dei voti, a portare avanti la sua rivoluzione di ottobre. Ed esce appannata, indebolita dal confronto con la base dei vescovi da un lato. Con le attese dell’umanità dall’altro. Nella prospettiva che il processo non finisca qui e il Tabor continui la sua trasformazione in Getsemani, dove Gesù sappiamo rimase solo.

Quando il drappo si sollevava sul volto di Montini, facendo letteralmente “apocalisse”, che in greco significa “togliere il velo”, Francesco si è immedesimato nel grande traghettatore, “che mentre si profilava una società secolarizzata e ostile, ha saputo condurre con saggezza lungimirante, e talvolta in solitudine, il timone della barca di Pietro”. Nocchiero di una ciurma riottosa e di una Chiesa divisa: che nonostante l’ispirazione divina non seppe o non volle, però, affrontare la traversata nel mare magno della rivoluzione sessuale, arenandosi nella secca della disputa sui metodi anticoncezionali, madre di tutte le battaglie. Gli stessi scogli, mezzo secolo dopo, in cui si è incagliato il vascello del Sinodo, facendosi prendere dal panico e incapace, ancora una volta, di separare il “depositum fidei” dalla zavorra dei “fardelli insopportabili”, che gravano la stiva.

Il Pontifex che aveva gettato un ponte, “Chi sono io per giudicare?”, pronunciando l’indicibile sulle labbra dell’uomo, unico sulla terra, che invece è chiamato a legare e sciogliere, ha visto drammaticamente restringersi la rotta di fronte a sé. Costretto a mediare tra le sirene “dell’irrigidimento ostile” e “del buonismo distruttivo”, come li ha definiti nel suo discorso memorabile, al canto del tasto elettronico che sbarra per ora i cancelli del cielo, lasciandogli soltanto uno spiraglio.

I “doni e le qualità” delle persone omosessuali, ad onta dell’eredità di Michelangelo, in mostra da cinque secoli sulle pareti della Sistina, non hanno resistito una settimana nelle pagine della Relatio: richiamati in fabbrica come un prototipo messo su strada per errore e scomparsi dal restyling dell’articolo 55, che a dispetto della nuova formula, ortodossa e “asessuata”, fotocopiata testualmente dal catechismo, si è arrestato a 118 voti. Quattordici in più, comunque, della comunione ai divorziati, che al paragrafo 52 sconta un approccio possibilista, sebbene limitato a pochi e “irreversibili” casi, alla stregua del Jobs Act del Governo, che riduce drasticamente le fattispecie di “reintegro”.

Difficile a questo punto non leggere fra le righe. Dopo avere inviato al mattino il “messaggio” al mondo, privo di riferimenti ai gay e con un timido accenno alle coppie divorziate, i vescovi hanno raddoppiato in serata con un loro “messaggio” al Papa, il quale li aveva “picconati”, nell’omelia inaugurale, alludendo alla figura evangelica dei contadini che si impadroniscono della vigna e impediscono “il sogno del Signore”.

Come conclusione, e constatazione finale, Francesco da oggi sa di governare senza maggioranza e di doverla trovare, di volta in volta, sui singoli “provvedimenti”, attenendosi al “patto di stabilità” siglato con il Sinodo. A meno che non intenda esercitare la “potestà suprema” e solitaria di Paolo VI. Evocata ma per adesso accantonata, nella consapevolezza che un Papa, seppure risiedendo a Santa Marta, è sempre esposto al pericolo, antico e attualissimo, di restare prigioniero di un “cerchio magico”. Molto più che a Palazzo Chigi.

Per questo Francesco ha frenato, riconoscendo che “ci sono stati dei momenti di corsa veloce, quasi a voler vincere il tempo”, e accettando di ripartire dal “Piano B”, che recepisce in toto gli emendamenti delle “regioni”, come diremmo in analogia con le nostre cronache.

C’è infatti una nemesi storica che accompagna e allinea inesorabilmente, con magnifica sincronia e vichiana ironia, sulle due rive del Tevere, i passi del pontefice argentino e del premier fiorentino….

continua su http://www.huffingtonpost.it/2014/10/19/papa-francesco-paolo-vi_n_6010826.html?utm_hp_ref=italy

 

 

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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