Da Ankara a Berlino

***di Livio Zanotti, 21 dicembre 2016 – E’ una falsa evidenza quella che sembra emergere dall’accostamento quasi in termini di causa-effetto tra l’aumento del numero dei rifugiati in Germania -certamente notevole- e il luttuoso attentato al mercatino natalizio della Gedaechtniskirche, nel centro dell’ex Berlino Ovest. Le straordinarie immagini dell’assassinio dell’ambasciatore russo in Turchia, Andreij Karlov, riprese dal coraggioso reporter turco Burhan Ozbelici, ne sono una controprova. L’attentatore vi appare solo e del tutto libero di agire, alle spalle del diplomatico russo privo d’ogni protezione. L’evocazione del martirio di Aleppo, quella rituale di Allah e i colpi di pistola replicano ancora una volta il gesto individuale (anche se non solitario) e disperato del kamikaze.
Aleppo è certamente un’altra ignobile carneficina da mettere sul conto di Putin e della sua cinica politica di grande potenza. Sebbene quell’Occidente che pretenderebbe di portare la NATO fin sotto le mura del Cremlino non possa vantare alcuna innocenza e anzi dovrebbe interrogarsi sulla lungimiranza delle proprie fallimentari strategie. La cieca difesa del regime di Assad da parte di Mosca, la contesa Est-Ovest nell’Oriente Medio e in Mesopotamia specialmente, il doppio-gioco di Arabia Saudita e Turchia nella regione sono tutti fattori che pre-esistono agli attuali conflitti, al fondamentalismo islamico armato e all’esportazione del terrorismo nelle nostre città.

Respingere i rifugiati e con essi i nostri principi umanitari non risolverebbe nulla, salvo mutilare ulteriormente l’identità europea.
Solo nel 2015, la Germania ha ricevuto un altro milione di immigranti, il doppio dell’anno precedente: siriani, romeni, bulgari, afghani, thailandesi, pakistani, indiani, somali, russi, bangladeshini. A Berlino, le tradizionali famiglie turche distese sui prati del Tiergarten e lungo le rive della Spree per i loro pic-nic a base di fladenbroet e kebab sono scene del passato. Immagini quasi bucoliche d’un trascorso folclore berlinese. Oggi nei quartieri popolari, da Kreuzberg a Neukoelln e oltre, le strade sono affollate di donne che in parte o del tutto celano il proprio volto e spesso il corpo intero sotto tessuti d’ogni foggia. Non frequentano i parchi e non prendono il sole. Sotto la loro sommaria uniformità, tuttavia, esprimono culture assai diverse tra loro.
Donne e uomini siriani vengono portati a esempio per la loro preparazione, non certo all’assimilazione bensì all’inserimento nel sistema sociale tedesco. I tedeschi riconoscono loro in genere e comunque in maggior misura che agli altri una buona preparazione scolastica. Frequentano con assiduità e profitto i corsi di lingua, con relativa rapidità trovano un lavoro. Al pari di quasi tutti gli immigrati difendono però i propri spazi associativi, per i riti religiosi comuni, per le rispettive tradizioni, dagli abiti al cibo. Pur arrivando da zone di guerra o forse proprio per questo, rifuggono da atteggiamenti violenti; la loro identità culturale è etnica non nazionalista. Né tra di essi né tra tutti gli altri la polizia tedesca ha trovato tracce di associazionismo terrorista. Non mancano legami occulti di gruppo. Ma si tratta di casi isolati.
Gli amici berlinesi con i quali ho avuto lunghe conversazioni telefoniche subito dopo l’attentato della Gedaechtniskirche non ignorano i seri problemi creati dall’immigrazione massiva, dall’alloggio al posto di lavoro. Ritengono tuttavia che nel contesto in cui ci troviamo a vivere possa rappresentare più un argine che un incentivo al rischio-terrorismo, di cui sono altrettanto consapevoli. Com’è ovvio, sono solo alcune voci nell’opinione pubblica tedesca (oltre 80 milioni di cittadini), nondimeno ne costituiscono parte attiva. L’associazionismo spontaneo di base che accompagna e assiste il crescente flusso di profughi è molto ampio, anche oltre i circuiti delle chiese da sempre impegnate in prima fila. Nelle loro parole ho avvertito preoccupazione, non paura; poche recriminazioni sui limiti della protezione di polizia, nessuna angoscia.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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