Covid. Stesse domande, stesse risposte

Non ha torto, Marnetto. L’ossessione per l’auditel dei talk show televisivi è tale che autori e conduttori hanno sempre paura di annoiare affrontando anche i temi politici, culturali, ambientali, economici e sociali che ci attendono fra qualche mese. Temo che per questi bisognerà attendere il ritorno delle trasmissioni di Corrado Jacona oppure le ottime inchieste di Report, sia pure sempre un po’ limitate dalla “necessità” dello scoop, ( nandocan)

***di Massimo Marnetto, 2 dicembre 2020 – Stesse domande, stesse risposte. Da mesi i dibattiti pubblici parlano di covid19. Con il giornalista che chiede le solite previsioni “quando finirà?..” e il virologo di turno che concede, precisa, frena e raccomanda “di non abbassare la guardia”. Per carità, il problema esiste e condiziona tutto il resto, ma ormai sappiamo i copioni a memoria. E  non ci salviamo nemmeno col telecomando, perché in ogni canale va in onda il “quando?-non abbassiamo la guardia”.

L’assembramento di virologi e giornalisti ossessionati dalla previsione sta diffondendo la pandemia della ripetizione. A tal punto che alla fine va bene anche il documentario sull’accoppiamento del facocero del Suidi, pur di non sentir ripetere le frasi fatte e sfatte del “quando? – non abbassiamo la guardia”. E al giornalista che premette che “la gente vuole sapere…” vorrei dire che facendo parte della gente, già so e mi sono scocciato di sentire la stessa solfa.

Quindi mettiamoci l’animo in pace su l’unica certezza: il covid19 durerà finché il vaccino non ci avrà tirato fuori dalla pandemia. Il primo che a questo punto si azzarda a chiedere “quando sarà?” rischia grosso. Anche che qualcuno gli risponda: “ci siamo quasi, ma non dobbiamo abbassare la guardia”.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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