Costanza, perseveranza, tenacia. Ecco La radio

Radio RAIChi ascolta la radio? In Italia, secondo Gfk Eurisko, sono ogni giorno 34 milioni di italiani, pari al 65% della popolazione. Su base settimanale la percentuale degli ascoltatori sale all’84%, ossia 44 milioni. L’indagine  prende come campione le persone sopra i 14 anni ponendo l’attenzione sulle diversità culturali e sociali degli ascoltatori. Quando si ascolta? Il 72 per cento fuori casa, il 48,2% in casa, sia in casa che fuori il 21,3 per cento. Il picco di ascolto della radio in casa si registra tra le 9 e le 12 e riguarda principalmente le donne. Le radio della RAI hanno perso da tempo il primato degli ascolti e sono, secondo gli ultimi dati disponibili, al quinto posto in classifica (Radio 1), al settimo (Radio 2) e al quindicesimo (Radio 3). Quanto alle motivazioni dell’ascolto, le indagini di NCP Radio Control mettono al primo posto “la musica trasmessa”, al secondo il “bisogno di rilassarsi”, al terzo “per avere compagnia” (soprattutto donne dai 25 anni in su), “per divertirmi” e solo al quinto “per ascoltare i notiziari” (l’interesse aumenta con l’età). In una recente classifica giornaliera (non aggiornata) le dieci radio più seguite sono Rtl 102.5 con più di 6,65 milioni di ascoltatori ogni giorno. Seguono Radio Deejay (5,35 milioni), Radio 105 (5,02 milioni), Rds 100% (4,71 milioni), Rai Radio 1(4,58 milioni), Radio Italia Solo (4,20 milioni), Rai Radio 2 (3,18 milioni), Virgin Radio (2,24 milioni) R101 (2,20 milioni) e Radio24 (1,90 milioni). (nandocan).

***1396875931185Giorgio_Zanchini_1di Giorgio Zanchini, 2 novembre 2014* – Tante volte mi è capitato di dire e scrivere che la radio è il mezzo più generoso con la cultura. Lo penso sinceramente. Lo è anche con le periferie del mondo, con la marginalità, con gli esclusi, con i non raccontati, con gli oscurati? Non ho la stessa presunzione della prima affermazione. So bene che ci sono riviste e siti che fanno un lavoro generoso e attento, e so anche che la televisione riesce ad avere una forza e una capacità di denuncia uniche. Quando vuole, quando può.

La radio, è inutile negarlo, non ha la stessa forza e la stessa capacità di influenza. E tuttavia mi pare abbia – più della tv – caratteristiche importantissime: costanza, perseveranza, tenacia. Che significa? Che la radio – anche per la sua natura – tende a dedicare alle periferie del mondo spazi fissi, approfondimenti periodici, trasmissioni lunghe, che spesso vanno in onda da anni, che non sono soggette alla discrezionalità e alle incertezze dell’evento, della crisi internazionale, delle disponibilità economiche, del dato d’ascolto.

Ovviamente anche noi, anche la radio è stata colpita dalla crisi economica e dalla rivoluzione digitale, che ha significato che meno di ieri si può andare nei luoghi, si può vedere coi propri occhi e raccontare, si possono dedicare giorni, settimane a un tema, a visitare un luogo, a parlare con le persone. E tuttavia – anche qui: per la natura del mezzo – il nostro racconto non  ha bisogno di immagini, spesso basta un telefono, un piccolo registratore, un po’ di buona volontà e fantasia. E quindi se lo spazio c’è, se il palinsesto non cede, se la trasmissione resiste, se si decide che occorre occuparsi di chi non ha voce, siamo ancora in grado di farlo.

E allora credo utile fornire una mappa – incompleta, parziale, soggettiva – di questo nostro mondo, indicando trasmissioni, rubriche, spazi all’interno di contenitori.Cominciando da RadioRai, che dovrebbe davvero avere come bussola uno dei fari di Articolo 21: il pluralismo sociale. Radio1 come canale di informazione è percorsa tutto il giorno da notizie e approfondimenti, e mi azzardo a dire che una percentuale sensibile di quel flusso è dedicata ai mondi che pochi altri raccontano. Qualcuno ricorderà una trasmissione degli anni duemila, Pianeta dimenticato, il cui titolo è sufficiente a spiegare i contenuti. Oggi c’è Voci del mattino, che ha grande attenzione per gli esteri, per le crisi dimenticate, per l’Africa. E Voci dal mondo, più istituzionale ma non solo istituzionale.

* continua su articolo 21, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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