Così è, a me pare. Caffè del 27

Mi chiedo perché Dario Franceschini, che dalla Repubblica ammonisce “basta con i toni apocalittici” ma esorta a votare compatti la nuova legge elettorale, e insieme a lui tutti i renziani, di carriera e di complemento, siano così concentrati sul presente e sul loro leader da non riflettere sulle disastrose conseguenze che in un paese di debole democrazia come il nostro potrebbe ancora avere il governo “in solitudine” – e lo spiega bene Ilvo Diamanti – di un altro “Premier Italicum”. Quanto a me, davanti a un rischio di questa portata, anche la minaccia, con Mattarella tutta da verificare, dello scioglimento delle Camere e di nuove elezioni col “consultellum” non mi parrebbe certo la prospettiva peggiore. (nandocan).

Mineo Corradino alganews***di Corradino Mineo27 aprile 2015 – Nessuno viene a salvarci è il titolo scelto da Repubblica per narrare il dopo terremoto in Nepal. Metafora efficace anche per le nostre, quotidiane, miserie: gli stadi che risputano l’Italia brutta, l’infinita e cattiva soap opera tra renziani e critici. “Fiducia o no, senza riforme me ne vado”, scrive Repubblica – e non è un’intervista ma la solita velina autorizzata, detta retroscena. Sul Fatto l’appello di “50 intellettuali e giuristi al Pd: non votate l’Italicum”. Il Giornale parla di “Renzi impantanato”. Il Sole24ore si chiede se funzionarà lo spoil system nella Pubblica Amministrazione. Ilvo Diamanti taglia corto: “dentro alla riforma elettorale si scorge l’elezione diretta del premier. Il quale riassumerebbe e concentrerebbe ruolo e poteri del leader del partito”. 

La rottamazione che cos’è? Matteo Renzi si ispira a Blair e Clinton, a una sinistra che, prima della crisi del 2007, cercava di cavalcare, e se possibile guidare, la spinta propulsiva del neo capitalismo. È convinto che il fallimento delle riforme di Berlusconi e la resistenza corporativa opposta da sindacati e sinistre abbiano paralizzato l’Italia. Perciò intende scardinare corpi intermedi, struttura della macchina statale, poteri di veto e controllo delle assemblee elettive, autonomie centrifughe. A questo servono le riforme, che devono avere, tutte, una intenzione unitaria. Matteo la chiama logica della “responsabilità”. Definitela, se volete, cultura aziendale: in ogni dove un capo – manager nominato dalla politica, preside promosso selezionatore e controllore di insegnanti, imprenditore con il diritto di licenziare, AD della Rai che assume, rimuove promuove chi vuole.  

Dittatura democratica. Responsabili che rimandano a un responsabile superiore: il capo del governo. Perciò tutte le riforme sono leggi delega: il Parlamento si spoglia del suo potere, sia di controllo che legislativo, in favore del governo a cui consegna il cacciavite per sistemare tutto: decreti attuativi, mediazione, nomine e revoche. Per rottamare davvero – è la lezione di Lenin – serve che le riforme siano tante e si susseguano con un ritmo incalzante, capace di stordire gli oppositori e di annichilire ogni resistenza. Ma più importante ancora è che il governo abbia poi 5 anni per attuare il programma rivoluzionario. E qui entrano in scena le riforme costituzionali. Restano Province e il Senato ma non si eleggono più. Continueremo invece a scegliere Sindaco e Governatore: “responsabili” intorno ai quali si disegneranno sistemi di potere locale che non hanno bisogno di partiti e di partecipazione. De Luca, Emiliano, Paita. Il Partito della Nazione, meglio il non partito dei responsabili che rimandano alla responsabilità del premier.

Sindaco d’Italia. Quando voteremo con l’Italicum, nessuno di noi si curerà di chi siano i candidati e di quale  partito -non partito- li abbia espressi. Occhi e pensieri saranno attrattatti da altro: chi vincerà il ballottaggio e governerà incontrastato per 5 anni? Di Maio, Salvini, Renzi o Landini? Se il mio leader non può farcela, sarò tentato di scindermi alla caccia di un modesto 3% e di un posto al sole: l’Italicum favorisce la frammentazione dei perdenti e l’addensarsi degli interessi più disparati intorno al vincente.

Funzionerà? Penso di no, perché dopo aver rottamato (quasi) tutto, il responsabile solitario si troverà davanti corruzione e poteri forti, mafia ed evasori, ricatti di finanzieri e diktat internazionali che  – ahimé – non potrà rottamare. Meglio puntare su una sinistra visionaria e liberale, europea e radicale, che questa illusione dell’aggiustatutto, del dittatore democratico che dura 5 anni. Renzi è il metadone!

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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