Cosa penserebbe Aldo Moro di quanto sta avvenendo nel nostro Paese?

Moro AldoAldo Moro, Enrico Berlinguer, nomi destinati a tornare spesso nella memoria dei democratici italiani, insieme con la nostalgia di una politica buona e seria che oggi sembra irrimediabilmente negata. Eppure, giganti circondati da pigmei, sono usciti entrambi sconfitti. Hanno  segnato profondamente la nostra storia, il primo ancor più del secondo, con la sua visione aperta e lungimirante ma poi con le conseguenze che ancora perdurano di una tragica morte. Trentasei anni dopo quei terribili avvenimenti, l’amico e collega Giorgio Balzoni, che lo ebbe come professore, ha voluto commemorarlo su articolo 21 con alcuni ricordi personali e qualche domanda che non ha trovato ancora risposta (nandocan).

Confesso:non seguo più le commemorazioni del 9 maggio. Beninteso e’ giustissimo e doveroso che si facciano ma io non riesco più a ritrovarmi nel ricordo di quel tragico evento. Oggi mi chiedo cosa penserebbe Aldo Moro di quanto sta avvenendo nel nostro Paese, della crisi di credibilità della politica che investe anche le istituzioni. La prima domanda che mi pongo e’: se Moro fosse tornato dalla sua prigione le cose sarebbero davvero così?
E allora aspetto l’apertura dei dossier secretati sperando che dileguino qualche dubbio che ancora ho.
Vorrei sapere innanzitutto chi sono i brigatisti coinvolti e quali compiti abbiano davvero svolto e quanti di loro abbiano davvero condiviso la scelta dell’assassinio.
Ma vorrei anche capire che cosa volesse dire Tina Anselmi – presidente della commissione d’inchiesta sulla P2 – quando scrive in uno dei suoi famosi foglietti:”l’onorevole Bodrato mi racconta che nel colloquio avuto con Craxi,questi gli ha detto che Cossiga è ossessionato dal fatto dei rapporti che lui ha avuto con Gelli.Il generale Grassini era presente con Martini a questi incontri al ministero della Marina e ne ha parlato a varie persone.Questo avveniva anche nel periodo del rapimento Moro”.
Mi chiedo,per esempio,cosa sarebbe cambiato se nei giorni del sequestro fosse stato ancora vivo Pierpaolo Pasolini,con la sua capacità di mettere tutti di fronte anche a realtà scomode, sfidare le maggioranze e come sarebbe intervenuto nella diatriba “trattativa si trattativa no”.
Moro e’ stato senza dubbio uno dei pochi politici a segnare la realta’ italiana.
Ma io ho conosciuto anche un altro Aldo Moro:il professor Moro,il docente che all’ università di Roma,nonostante il pesante incarico di ministro degli Esteri,non saltava una lezione ( e se proprio succedeva la faceva recuperare riunendo tutti i suoi studenti in una sala della Farnesina).
Il professore era uno dei pochi politici che con i giovani parlava, li capiva e si faceva capire.
Le sue lezioni erano straordinarie,non solo in aula (diritto penale) ma soprattutto fuori.In piedi,nel corridoio ( lo stesso dove fu assassinato Bachelet) rimaneva a chiacchierare con noi una,due,tre ore.
Ci raccontava della sua passione per i dolci e i gelati e si lamentava: nei pranzi ufficiali c’è sempre e solo il sorbetto di limone.
Discutevamo di cinema, la sua grande passione.
Ricordo sempre quando gli raccontai che la sera prima avevo visto “Il portiere di notte” di Liliana Cavani e non mi era piaciuto.La prese come una sfida.Riavvolse il nastro del film e ripercorse ogni immagine,ogni dialogo spiegandone il significato profondo.Inutile dire che tornai al cinema e vidi un altro film,quello vero.Che esperienza straordinaria avere un mallevadore personale!
Ma a lui non bastava quel rapporto, intendeva farci conoscere la realtà del Paese.Così ci portava a visitare gli istituti di detenzione.
Una volta il ministero dell’Interno sconsigliò – per ragioni legate alla sua sicurezza – la nostra presenza nel carcere di Viterbo,dove si trovavano soprattutto detenuti per reati peolitici.Naturalmente andammo e pochi giorni dopo scoppio’ effettivamente una violenta rivolta.
Con lui andammo in quello che allora era il manicomio criminale di Aversa.Davanti ad una porta che i dirigenti non volevano farci oltrepassare Moro chiese spiegazioni.E’ uno spettacolo non adatto, soprattutto per le studentesse, fu l’evasiva risposta.Sono adulte,la secca replica del professore.Li’ incontrammo l’inferno,però – credo proprio per l’intervento di Moro – qualche settimana dopo il padiglione venne chiuso.
Ma il suo rapporto con noi non finiva lì. Ogni 15 giorni ci si incontrava la sera alla Casa dello studente,un edificio davanti al ministero degli Esteri.Occasioni per discutere di politica alta.
Basti pensare che pochi giorni prima del referendum sul divorzio il professore organizzo’ un faccia a faccia tra Piero Pratesi (favorevole al divorzio) e Giorgio La Pira (contrario).Quella fu l’unica occasione in cui Moro tacque perché era riuscito,pochi giorni prima,ad ottenere dal governo che i ministri fossero tenuti a rispettare il silenzio in una vicenda che aveva spaccato profondamente la maggioranza.
Generalmente,invece,al termine dei faccia a faccia (intorno a mezzanotte)esordiva con:”solo due parole per chiudere”. E si facevano agevolmente le due, le tre senza che venisse mai meno la curiosità, l’attenzione.
Credo di averlo fatto innervosire, seriamente, una sola volta.
All’indomani del voto sul referendum eravamo intorno alla cattedra e io attaccai: ora il voto c’è stato e lei deve dirci come ha votato.Naturalmente cerco’ di evitare la risposta ma io continuai: no, ce lo deve. Alla fine, ma lo ammetto era davvero nervoso, scatto’ “va bene,te lo dico:ho votato si all’abrogazione,ma io sono stato il segretario di quel partito!”.
Con noi (con lui) c’era sempre il maresciallo Oreste Leonardi,che sarebbe davvero estremamente riduttivo definire il suo capo scorta.Leonardi era la sua sicurezza ,il suo segretario,il suo alter ego.L’uomo che curava la sua agenda privata e politica.
Una sera – il giorno dopo si sarebbe aperto un congresso della Dc – telefonai perché preparavo la tesi di laurea e avevo bisogno di un’informazione.Esordii con un: che stai facendo? Cerco di convincere il presidente a scrivere il discorso per domani, ma non ci riesco, fu la risposta.
Una volta mi spiego’ quale era la sua tecnica per difenderlo in mezzo alla folla. Io, ironicamente, dissi:ma così il proiettile lo becchi tu. Sono qui per questo, fu la risposta seria.
Torna un’altra domanda:cosa sarebbe successo se il Parlamento lo avesse eletto presidente prima del 1978?
Nei giorni in cui si stava per scegliere il nuovo Capo dello Stato noi studenti tifavamo per lui e lui spiegava perché non c’era questa possibilità.In effetti ad essere eletto fu Giovanni Leone ( un presidente su cui andrebbe riaperta una riflessione più approfondita perché sono convinto che larga parte delle vicende che poi lo coinvolsero sono dovute anche alla sua disponibilità a firmare la grazia per un brigatista se questo fosse servito a salvare la vita del suo vecchio amico).
Ma certo Aldo Moro sarebbe stato il successore di Leone. Come ammise lo stesso Pertini con l’onesta’ che lo contraddistingueva. Nel giorno del suo insediamento lo ricordo’:se non fosse stato ucciso,oggi sarebbe qui Aldo Moro e non io!
In quei giorni del 1978 Moro non aveva alcun incarico,se non quello – solo formale – di presidente del consiglio nazionale della Dc.Eppure guidava incontrastato la politica italiana con la sola forza delle idee,della strategia.
Era di una curiosità sempre inappagata.In quel periodo,per esempio,di fronte alla crisi della giustizia – se ne parlava già allora – stava occupandosi del sistema elettivo della magistratura americana.
Io credo che la verità sul caso Moro ormai l’abbiamo sentita perché fra tutte quelle raccontate una vera c’è ma non sappiamo quale sia.
Scrive Tina Anselmi, morotea di ferro, in un altro dei suoi foglietti: “la verità possono cercarla solo quelli che hanno la capacità di sopportarla”.

 * da articolo 21, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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