Congo, cobalto e coltan: le C della conquista e il nuovo oro delle milizie

da Remocontro , 24 Febbraio 2021 

Il Congo dove sono stati uccisi l’ambasciatore Luca Attanasio e il carabiniere Vittorio Iacovacci, ricchezze sotterranee immense, scavi e miniere da cui portar via le preziosità vecchie dei diamanti e quelle nuova della tecnologia, e dove seppellire la povertà di una popolazione derubata e oppressa.
Il Congo, oltre i diamanti delle sue miniere storiche e il petrolio facile, è fra i primi produttori mondiali dei due metalli che la tecnologia sta rendendo indispensabili e quindi preziosi.
Arricchimento e autofinanziamento facile per le decine di milizie che infestano soprattutto l’est del Paese.

Congo, cobalto e coltan

Il Congo produce oltre il 60% di ‘cobalto’ in circolazione nel mondo, minerale indispensabile nella costruzione di telefonini e batterie di auto elettriche. Il coltan è minerale da cui si ottiene il tantalio, metallo raro essenziale per la produzione missilistica e nucleare e per il settore aerospaziale, recente ambitissimo anche dai produttori di telefonia mobile. Oltre alle ricchezze di sempre. Il sottosuolo del Congo è ricco fra l’altro anche di petrolio, oro, argento, uranio. Ma è con l’aumento della richiesta mondiale di tantalio che si è fatta più accesa la lotta fra gruppi para-militari e guerriglieri per il controllo dei territori congolesi di estrazione.

Il paradiso naturale del Kivo 

Un’area particolarmente interessata e ricca di coltan è proprio la regione del Kivu dell’agguato mortale ai nostri due concittadini. Ma è da un ventennio che rapporti Onu denunciano come il commercio semilegale di coltan e di altre risorse naturali pregiate stiano alimentato la guerra civile fatta di vari conflitti regionali che tra il 1996 e il 2003, proprio nell’est del paese, provocò la morte di milioni di persone soprattutto di fame e malattie. Uno sfruttamento del sottosuolo di cui fanno le spese anche un elevato numero di bambini-minatori, spinti o costretti ad esempio ad estrarre in condizioni disumane il cobalto utilizzato dai più noti marchi tecnologici e automobilistici, come denunciato più volte da Amnesty International.

Nell’inferno di coltan e cobalto 

Il cobalto è uno degli elementi essenziali su cui noi occidentali ricchi puntiamo per la svolta green, il futuro a batteria. In Congo per estrarlo ci lavorano quasi 300mila minatori “artigianali”, lavoratori a cottimo tra cui circa 35mila sono bambini in condizioni di schiavitù, «prediletti per la loro agilità ed energia in cunicoli soffocanti, spesso trasformati in trappole mortali dagli allagamenti», denuncia Francesca Salvatore su InsideOver. Meno di un dollaro al giorno dai trader stranieri. E se più del 60% della fornitura mondiale di cobalto viene estratto in Congo, almeno il 20% di questa fornitura è estratta da gente del posto e a mano, il resto è prodotto da miniere industriali gestite da società straniere in seguito al crollo dell’azienda mineraria statale, Gécamines.

Il coltan tra cellulari e computer

Anche il coltan si estrae a mani nude per più di dieci ore al giorno: un’attività sfiancante che lede polmoni e sistema linfatico dei più piccoli. «Una giornata di lavoro vale 1/2 $ a seconda dell’età del bambino per scendere fino a 0,50 $ nelle cave illegali: e si tratta di cifre lorde poiché questi “salari” includono anche le somme che i piccoli minatori sono costretti a versare alla banditaglia che sorveglia la miniera e che si macchia spesso di abusi sessuali nei loro confronti». Il coltan passa, poi, prima per le mani di soldati e mercenari, almeno fino al confine con il Ruanda e l’Uganda; in seguito, viene ceduto alle compagnie di import/export per poi passare alle maggiori compagnie che trattano la raffinazione in Germania, Cina e Stati Uniti: infine, giunge nelle catene di montaggio delle grandi multinazionali dell’elettronica.

Un’ economia violenta

Il Kivu del nord, durante la lunga presidenza del dittatore Mobutu, ha mantenuto pressoché integri fino alla fine del secolo scorso i depositi minerari di cui dispone. E ora quelle immense nuove ricchezza scatenano le bramosie del mondo. Il capitalismo d’assalto delle multinazionali, e i gruppi armati su territori, di fatto -piaccia o non piaccia- al loro servizio. Oro, diamanti, avorio, legname pregiato ma soprattutto cobalto e coltan. Tutt’attorno, una complessa rete di gruppi militari, paramilitari, deboli strutture statali e committenti internazionali.

Ed ecco il Congo bersaglio da ogni genere di dramma: emergenze sanitarie come l’Ebola, guerre intestine, banditismo e perfino la penetrazione dell’ISIS.

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Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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