CNEL e migranti

***di Massimo Marnetto, 23 marzo 2018 – Al CNEL la Costituzione affida il compito di “elaborazione della legislazione economica e sociale”.

Noi abbiamo il problema di orientare l’integrazione dei migranti con un contratto che consenta loro di attivarsi nel primo periodo di permanenza, per lavori sociali. Questo perché persone segregate e inattive in un centro di accoglienza vengono viste come intrusi separati; mentre le stesse presenze, se operassero sul territorio per piccole manutenzioni – da realizzare in combinazione con corsi di lingua e professionalizzanti – sarebbero percepite come un sollievo alle necessità delle comunità ospitanti, soprattutto se piccole e in via di spopolamento.
Perché allora il Cnel non studia un “contratto d’integrazione” tagliato su misura di questa esigenza, da proporre alle Camere?
Non è un compito facile, perché occorre non sconfinare nello sfruttamento, né farne un elemento di svalutazione delle stesse attività retribuite (una squadra di migranti che pulisse sentieri manderebbe “fuori mercato” gli addetti delle comunità montane retribuiti per lo stesso lavoro). Ma una soluzione trovata in questa direzione toglierebbe dalla segregazione e dall’ozio forzato uomini e donne pronti a guadagnarsi una parte di spese della loro permanenza con la dignità del lavoro, mediante l’opportunità di rendersi utili in modo legale per le comunità che li accolgono. Inoltre, la loro operosità faciliterebbe l’accettazione dei residenti, con il depotenziamento dell’effetto invasione e il progressivo crearsi di relazioni di conoscenza diretta, premessa per la vera integrazione.
Il Cnel ha competenze e risorse per studiare un “contratto d’integrazione”. E se lo realizzasse, potrebbe farne oggetto di proposta di legge. Un modo questo, anche per uscire dal cono d’ombra di “ente inutile” in cui da anni è relegato e rilanciarsi – nella sua nuova vita post-referendaria – come promotore di soluzioni sociali.

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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